Il Bullismo – Parte Seconda – Il Bullismo Femminile
13/09/2011

doll

In questa seconda parte del post, si parlerà di una forma di bullismo poco conosciuta ma molto diffusa, quello femminile. Questa forma di fenomeno, subdola e pericolosa è molto praticata tra le ra­gazzine. Questa tipologia di comportamento fa le­va sulla parte strettamen­te psicologica della vitti­ma motivo per cui è an­che chiamato bullismo psicologico. Il bullismo maschile e quello femmi­nile hanno in comune la enorme ca­pacità distruttiva e l’ inci­sività sull’autostima e sul­la capacità di relazione; il bullismo femminile tutta­via arriva lì dove la violenza fisica, spesso espressione tipica del sesso maschile, non arriva e riesce a rag­giungere obiettivi che appunto nel bullismo tra maschi non sono percepiti come soddisfacenti e quindi non ricercati.

Ciò a cui mira questa tipologia di bullismo è non la vio­lenza fisica quindi, ma la distruzione dell’ immagi­ne esteriore ed interiore della vittima. L’escalation di questo fenomeno avviene nell’adolescenza e tipicamente presenti so­no la calunnia, l’ ostraci­smo del gruppo, le prese in giro sul fisico, sul modo di vestire sul carattere e così via.  Tali atteggia­menti hanno lo scopo di rafforzare l’immagine di colei che effettua bulli­smo rispetto al resto del gruppo oltre che di puro divertimento.

L’attività è di capire prima il punto debole della vittima per poi infierire in modo as­sai continuativo e costante, fino a quando non riesco­no a smontare le difese della vittima. È ben comprensibile quali possano essere gli effetti di tali meccani­smi su una personalità ancora in divenire e quin­di non ancora bene strut­turata. A tal proposito è importante dire che in pri­mo luogo a risentirne è indubbiamente il senso di sicurezza nei confronti del gruppo e l’autostima, poi lo stile relazionale e quindi l’approccio con gli altri.

Ciò, con il passare del tempo, può portare inevitabilmente ad un’ au­toesclusione da parte del­la persona verso tutte le relazioni sociali, con con­seguenti psicosomatiz­zazioni o nei casi più gra­vi esordi di disturbi alimentari come l’anoressia (in quanto il corpo è uno dei bersagli principali del bullismo psicologico) o ancora sindromi depres­sive di varia entità. Accanto a queste manifestazioni sintomatologi­che alcuni giovani arriva­no addirittura a lasciare la scuola e a rinchiudersi sempre più in se stessi, perdendo l’energia vitale per affrontare le situazio­ni.Tale comportamento nei casi più estremi e qua­lora ci fossero già predi­sposizioni temperamen­tali e difficoltà familiari po­trebbe portare al suici­dio.

L’identikit della “bulla” può essere delineato co­me l’essere prepotente, il non accettare regole e a livello relazionale la mo­dalità di facile allontana­mento da chi è diverso da lei; le bulle hanno sete di potere e sono aggres­sive e spietate. Facendo un parallelismo con il mondo animale, la bulla s’atteggia ad “ape regi­na” e si circonda di altre api (i membri del gruppo) isolando chi non le è gra­dita.

Si organizza, pianifi­ca, sceglie con cura la vit­tima, utilizzando un’ ag­gressività molto sottile ed insincera. Al contrario, in­vece l’ identikit della vitti­ma può essere rappre­sentato come una perso­nalità fragile, timida, con disagi fisici o sociali ben visibili, talvolta come una persona molto bella ed appariscente che non sa reagire ai piccoli e grandi soprusi.

As­sai raro se non inesistente è la difesa da parte dei restanti membri del grup­po che tendono a non manifestare le loro opi­nioni ed eventuali difese verso la vittima. La caratteristica peggio­re di questo bullismo psi­cologico è che si ma­schera molto bene e che quindi è tenuto ben na­scosto, per tali motivi sia da parte dei genitori che degli insegnanti è diffici­lissimo se non impossibi­le riuscire ad individuar­lo; questo atteggiamen­to infatti crea le condizio­ni perché la vittima non riesca a dimostrare nulla di ciò che è accaduto. Per questo motivo è essen­ziale che da una parte chi si ritiene vittima di forme di bullismo ne parli, ma dall’altra gli adulti a cui ci si rivolge non sottovaluti­no il problema ma aiuti­no con costanza e deter­minazione chi a loro si è rivolto al fine di non la­sciarlo solo in una situa­zione così difficile e scar­samente gestibile.

Fonti

http://www.medicinalive.com/psicologia-e-medicina-della-mente/psicologia/bullismo-femminile-conosciamolo-meglio/

http://www.bullismo.com/

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Hourou Musuko
20/04/2011

hourou musuko

In Hourou Musuko i protagonisti sono i conflitti, la solitudine e il senso di isolamento quando non possiamo far parte di un gruppo. Come ben sapete nella cultura giapponese il lavoro di team e in generale il concetto di gruppo sono fondamentali. Essere individualisti non è ben visto. In questo caso Takako Shimura, la mangaka creatrice di Aoi Hana, va ancora oltre, toccando temi non facili per la cultura orientale, ma a lei cari. Shuichi Nitori è un ragazzino che ha appena iniziato la scuola media. Lui non si sente pienamente un maschio. Confessa imbarazzato davanti a una telecamera immaginaria che crede che l’unica differenza tra un maschio e una femmina sia una preferenza negli abiti. Lui trova soffocante la divisa scolastica maschile. Si traveste da bambina, arrossisce se qualcuno gli dice che sembra una ragazza.
Yoshino Takatsuki è un’amica di Nitori. Anche lei non si sente pienamente femmina. Guarda con odio il seno che le sta crescendo, si fa riprendere più volte dall’insegnante di ginnastica perché non porta il reggiseno, ha un aspetto mascolino ed è appassionata di sport.

A fianco di questi due personaggi, in cerca di evasione da un mondo basato sull’apparenza e sui pregiudizi, c’è un carosello di figure esagerate, che rappresentano gli estremi della realtà moderna giapponese. Dall’amica d’infanzia innamorata di Nitori e per questo rivale di Takatsuki alla ragazza che si presenta il primo giorno di scuola con una divisa maschile, dalla senpai che esige il saluto ogni volta che viene incrociata a scuola all’amico con problemi d’identità sessuale e innamorato dell’insegnante. Sarebbe un errore prenderli come personaggi reali: sono maschere che rappresentano un aspetto di un’età che porta le prime emozioni ma anche i primi dubbi, le prime domande sulla propria identità.

Ed è proprio l’indagine su questa identità a svilupparsi attraverso gli episodi, in un crescendo di consapevolezza e sicurezza che porta alla definizione di se stessi, all’accettazione della propria “diversità” rispetto al modello considerato corretto ed accettabile dalla società. In breve Takako Shimura ci regala un’altra piccola perla, dalla non sempre facile visione (una trama priva di qualunque colpo di scena), ma che cerca di vedere attraverso gli incerti occhi di chi si affaccia all’adolescenza; e lo fa con tanti dubbi e domande su se stessi.

Nell’insieme quindi un buon lavoro, senza lode, ma di piacevole visione.

Whisper of the Heart: “I sussurri del cuore”
12/01/2011

Dallo Studio Ghibli, ecco un’altra piccola perla d’animazione che fa della semplicità il suo pregio più grande. Sceneggiato da Hayao Miyazaki e diretto dal defunto Yoshifumi Kondo, “Mimi wo Sumaseba” è una bella storia sentimentale e un po’ fiabesca, dall’atmosfera tranquilla e romantica, caratteristica tipica dei film Ghibli, e ben realizzata (la grafica è sempre di alto livello). Uscito nel 1995.

Ancora una volta assistiamo ad una vicenda di crescita, anche se in questo caso è meglio dire “presa di coscienza”, quella che la protagonista Shizuku fa dopo aver conosciuto Seiji, quando comprende che bisogna saper sfruttare il proprio talento e guardare al futuro, ma senza perdere di vista le cose presenti. È un film adatto anche ai bambini, ma non perde mai maturità e coerenza, regalandoci un risultato poetico ed affascinante. Il tema principale della colonna sonora è “Country Roads” di John Denver, splendidamente riarrangiata.

Con quest’opera semplice ma profonda, si vuole sottolineare  il passaggio dall’età adolescenziale a quell’adulta, non solo affrontando il tema dell’amore ma anche il modo di rapportarsi agli altri. Tutto questo esprimendolo in maniera poetica e divertente allo stesso tempo, con ritmi spensierati, delicati e vitali.

Yoshifumi Kondo, sarebbe dovuto succedere al Maestro Miyazaki alla guida dello Studio Ghibli. Ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che lo Studio è stato la fucina di alcuni dei migliori registi d’animazione di tutti i tempi.
Whisper of the Heart è il primo e finora unico anime dello Studio Ghibli tratto da uno shôjo manga (l’omonimo splendido “Mimi o sumaseba” di Aoi Hiiragi), un inno alla poesia del quotidiano, ai sogni e alla fantasia. E il tutto si conclude con un finale delicatissimo, non spettacolare né chiassoso, ma che forse proprio per questo riesce a toccare corde più profonde.

Picchiare i bambini per educarli?
07/12/2010

 

Il giglio nero (Mervyn LeRoy, 1956)

Nella mia esperienza di genitore e nel confrontarmi sull’argomento educativo con altre persone, mi sono accorto di quanto questo argomento sia aperto a molteplici e variegate opinioni. Mi fa specie soprattutto che persone di cultura e intelligenza giungano a conclusioni totalmente in disaccordo.

Storicamente l’uso della violenza come strumento educativo viene considerato utile, quando non addirittura fondamentale, per il raggiungimento dell’obbiettivo educativo. Si pensi che oggi, in 23 Stati degli USA (su 50), sono ancora in vigore leggi che consentono a genitori, insegnanti e educatori di infliggere pene corporali ai bambini. In Francia, secondo dati del governo, l’80 % dei genitori usa la violenza fisica per educare i figli. Esiste una percezione errata che vede l’educazione “a scapaccioni” contrapposta alla “non educazione”. Questa dualità è inconsistente: in realtà da un lato esiste l’educare con lo strumento “fisico”, dall’altro l’educare con altri strumenti (primo fra tutti il dialogo, ma non solo).

Ovviamente ciò che vuole evitare il genitore che consapevolmente decide di usare l’approccio “old style” è un’educazione permissiva, nella quale il bambino è viziato, non è educato a ricevere dei “no” fermi ad alcune sue richieste o pretese, non è abituato a vivere dispiaceri e frustrazioni, purtroppo inevitabili nella vita umana. Ed è certo che un’educazione troppo permissiva produce anch’essa gravi danni.

A questo riguardo può essere interessante un’analisi condotta nel 2009, che ha utilizzato i dati di uno studio per esplorare come i metodi educativi dei genitori si modifichino  dall’infanzia all’adolescenza e quali possano essere i fattori familiari che determinano questi cambiamenti. Lo studio coinvolgeva 500 bambini seguiti dall’età di 5 anni ai 16.
Dall’analisi è emerso che i genitori solitamente regolano il modo in cui disciplinano i loro figli in risposta alle capacità cognitive dei bambini, usando meno punizioni corporali (sculacciata, schiaffi, uso di oggetti contundenti) man mano che crescono. Quando i figli diventano grandi, le punizioni fisiche si rivelano meno efficaci.

La cosa più preoccupante che i ricercatori hanno rilevato è che se le punizioni fisiche  continuano fino all’adolescenza, i ragazzi saranno  più soggetti a questa età a manifestare problemi  comportamentali, rispetto ai figli di genitori che smettono presto di usare le mani sui loro bambini.

Tenendo in considerazioni questi risultati, gli specialisti della salute mentale e tutti coloro che lavorano con le famiglie, dovrebbero dissuadere i genitori dall’usare punizioni fisiche. Specialmente le madri che sono a più alto rischio di usare una dura disciplina fisica perchè hanno bambini il cui comportamento le mette alla prova o perchè sono preda di forte stress ambientale, dovrebbero imparare ad educare i loro figli con strategie alternative. Un basso reddito, un basso livello d’istruzione, genitori single, stress familiare e il vivere in quartieri svantaggiati, crea una costellazione di rischi che incrementa le possibilità che i genitori continuino ad usare punizioni corporali sui loro ragazzi“.
[Jennifer E. Lansford, Professore associato del Social Science Research Institute and Center for Child and Family Policy presso la Duke University]

Certamente non si può insegnare ai bambini che la violenza è un sistema per ottenere dei risultati.

Io personalmente non ho mai dovuto alzare un dito su mio figlio. Ho sempre lasciato che i suoi capricicci si esaurissero da soli dimostrandogli che si tratta di un metodo che non gli permette il raggiungimento di alcun risultato utile. E’ davvero bastato farlo poche volte perché i capricci si esaurissero quasi totalmente nei primi 3 anni di vita.
Ovviamente è necessaria molta fermezza quando vostro figlio si dispera rotolandosi per terra alla cassa del supermercato perché pretende il dolcetto che astutamente hanno messo proprio li, con gli occhi di 100 persone addosso. Alcuni non resistono alla vergogna e cercano di far terminare lo spetacolino velocemente. Concedendo, urlando o picchiando.

Detto ciò non voglio giudicare in maniera totalmente negativa chi fa uso dello “schiaffo educativo” su bambini piccoli, ma ritengo utile che sia opportuno far riflettere questi genitori sullo scopo che questo ha e sulle modalità con le quali viene distribuito.

Nello specifico credo che:

1) Lo “schiaffo” debba essere dato mantenendosi sereni e non come sfogo di rabbia. L’esprimere la propria rabbia o il proprio stress con la violenza è un messaggio educativo davvero poco sano.

2) Lo “schiaffo” non deve essere violento, ma simbolico. Non è il dolore ad educare, ma il gesto considerato “forte”.

3) Lo “schiaffo” possa avere qualche utilità quando riporta il bambino ad un senso di realtà che ha perso perchè preso da un capriccio.

Boccio invece totalmente e senza appello a chi fa perdurare questo modello educativo oltre i 5/6 anni o addirittura lo porta all’adolescenza. Per i nostri ragazzi è fondamentale lo sviluppo del dialogo, del confronto e anche dello scontro verbale, come estremo. E’ da questi confronti che il genitore deve saper uscire con dignità. Alzare le mani su un adolescente è un pò come voler chiudere il dialogo e far valere le ragioni della propria forza.

Kiki consegne a domicilio
30/07/2010

Kiki consegne a domicilio (魔女の宅急便, Majo no takkyūbin) è un film d’animazione giapponese del 1989 diretto da Hayao Miyazaki, tratto dall’omonimo romanzo di Eiko Kodono.

La trama è semplice e lineare: una giovane strega quando raggiunge i 13 anni deve abbandonare la famiglia per vivere per un anno in una diversa città e diventare indipendente. Un rito di passaggio che non mancherà di lasciare diversi spunti di riflessione in chi si godrà questa bella pellicola.

Ciò che colpisce è la capacità del regista, il maestro Miyazaki, di raccontare una favola semplice e dai buoni sentimenti, prendendo le distantze da schemi classici come la fondamentale presenza di un cattivo. Nella pellicola capita di trovare personaggi che ispirano antipatia, ma che sono naturalmente calati in un contesto sociale cittadino e non subiscono neanche una voluta o troppo accentuata stereotipazione. Gli stessi ostacoli al successo della protagonista non sono altro che le tappe del difficile passaggio dall’infanzia alla maturità, di cui tutto il film è fondamentalmente una metafora.

L’amicizia, l’amore, l’essere invece che l’apparire, trovano tutti posto delicatamente in quest’opera. Molto consigliata la visione anche ai bambini.
I disegni sono ovviamente molto colorati e curati e sottolineano la bravura dello Studio Ghibli e dei suoi due titolari.

La ragazza che saltava nel tempo (Toki wo kakeru shōjo)
10/06/2010

La ragazza che saltava nel tempo è un film d’animazione giapponese prodotto nel 2006  dalla MADHOUSE, diretto da Mamoru Hosoda e basato sul racconto di Yasutaka Tsutsui, di cui l’anime rappresenta una continuazione.

Una trama semplice quanto lineare che tuttavia sa trovare spunti di riflessione e qualche colpo di scena.
Il tema del viaggio nel tempo e dei suoi paradossi viene sviscerato attraverso la freschezza della protagonista Makoto che scopre per l’appunto di poter utlizzare questo potere per risolvere i propri conflitti adolescenziali interiori.
Ecco quindi che emerge non tanto la volontà di non accettare il futuro e volerlo cambiare, quanto il non voler vedere finire un presente di felicità e privo di responsabilità e doveri tipico di un’età
.

Makoto si troverà quindi a cercare di fermare ciò che non è possibile fermare: il crescere e divenire donna.
Nel fare questo si sconterà con i risultati delle sue alterazioni temporali toccando con mano la difficoltà di dover fare scelte mature e assumersi la responabilità piena delle proprie azioni.

Il tema grande potere = grande responsabilità (tipico dei super eroi di stampo americano) è quindi solo un espediente per scavare nel profondo dei sentimenti umani, o più specificatamente adolescenziali. E già la massima che compare spesso, invadendo un po’ dappertutto lavagne e televisori, indica molto su quale sia il tema dell’opera: Time waits for no one.
Nulla possono i vari viaggi nel tempo, se non rallentare, posticipare, modificare ma non evitare la fine di una stagione che la protagonista con molta lungimiranza vede come irripetibile e alla quale, proprio per ciò, è attaccatissima.