La vita come nei Film
25/06/2013

harry_ti_presento_sally

“Ma perché non funziona tutto come nei film? Perché gli estranei in metropolitana, invece che limitarsi a guardarti, non attaccano bottone dicendoti che hai un sorriso bellissimo? Perché dopo trent’anni, in un caffé del centro, non rincontri mai la persona per cui hai lottato? Perché le madri fanno fatica a capire i propri figli e i padri ad accettarli? Perché la frase giusta arriva sempre durante il momento sbagliato? Perché non ti capita mai di correre sotto la pioggia, di arrivare davanti al portone di qualcuno, farlo scendere, scusarti e iniziare a parlare a vanvera per poi trovarti labbra a labbra e sentirti dire: ‘non importa, l’importante è che sei qui’? Perché non vieni mai svegliato durante la notte da una voce al telefono che ti dice: ‘non ti ho mai dimenticato’? Se fossimo più coraggiosi, più irrazionali, più combattivi, più estrosi, più sicuri e se fossimo meno orgogliosi, meno vergognosi, meno fragili, sono sicura che non dovremmo pagare nessun biglietto del cinema per vedere persone che fanno e dicono ciò che non abbiamo il coraggio di esternare, per vedere persone che amano come noi non riusciamo, per vedere persone che ci rappresentano, per vedere persone che, fingendo, riescono ad essere più sincere di noi.”

-Laura Ortolani-

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500 giorni insieme (500 days of Summer)
15/05/2013

500-Days-of-Summer

Se siete della mia generazione quando pensate ad un film d’amore (e non intendo quei mappazzoni tragico-romantici come Sweet November con Keanu Reeves) forse vi può venire in mente “Harry ti presento Sally”. Non è un film d’amore, ma un film che parla dell’amore.

Ti amo quando hai freddo e fuori ci sono 30 gradi. Ti amo quando ci metti un’ora a ordinare un sandwich. Amo la ruga che ti viene qui quando mi guardi come se fossi pazzo. Mi piace che dopo una giornata passata con te sento ancora il tuo profumo sui miei golf, e sono felice che tu sia l’ultima persona con cui chiacchiero prima di addormentarmi la sera. E non è perché mi sento solo, e non è perché è la notte di capodanno. Sono venuto stasera perché quando ti accorgi che vuoi passare il resto della vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile“. (Harry)

Il regista Marc Webb, al suo primo lungometraggio, ci prova: vuole fare qualcosa di semplice, di originale ed estroverso. Raccontare una storia lineare, come tante, in maniera spezzata e discontinua, privilegiando continui salti temporali avanti e indietro e focalizzando i momenti di passione, di gioia, di futuro, di dolore, di abbandono, di fine che quasi ogni storia intimamente ha.

Lo smarrimento amoroso del protagonista è qualcosa che tutti noi conosciamo, ci appartiene. Ma esso non è fine a se stesso: è la chiave di lettura di un cambiamento interiore. E’ quella spinta a guardare il mondo da una nuova prospettiva. Da qui l’azzeccato incipit della narrazione:

Questa è la storia di un ragazzo che incontra una ragazza. Ma mettiamo subito le cose in chiaro: questa non è una storia d’amore

 In sintesi, “500 giorni insieme” è un film gradevole e fantasioso. Mai scontato nelle tematiche che tratta, soprattutto grazie ad espedienti registici scelti con cura e coerenti con lo stile fresco dell’opera. Basti pensare alla scena Musical sulle note di “You Make my Dream come True” di Hall & Oates

E’ solo una commedia, intendiamoci, ma che trattando un tema abusato e banale nella cinematografia, come può essere l’amore, lo fa con brio e partecipazione, con originalità e trasporto. Senza il timore di essere ridicolo, come solo un uomo innamorato può essere.

 

 

 

 

 

La Crisi!
18/06/2010

La Crisi! è un altro stupendo film di Coline Serrau, datato 1992, che sicuramente pochi hanno visto.

Una grande enorme indagine sui problemi del nostro tempo, sull’egoismo, il tradimento, l’avidità. Sulle paure dell’uomo e sulla sua incapacità di trovare negli altri le stesse cause che non riesce a indentificare in se stesso.

Un film malinconico, triste e comico allo stesso tempo che passa con semplicità dal presentare gli isterici (ognuno a suo modo) personaggi che affollano la vita del protagonista, nel difficile momento della sua vita, all’approfondire con schiettezza e naturalezza le tematiche che presenta.

Cosa ci si può aspettare da un uomo che nello stesso giorno viene lasciato dalla moglie e perde il suo lavoro? che nessun amico pare disposto ad ascoltare? a quali conclusioni può giungere? Come il suo percorso di risalita dall’abisso si esprime?

La perdita dei punti fermi della vita che ci fossilizzano diventa la chiave per ripartire con consapevolezza e mettendo bene in chiaro chi siamo e cosa vogliamo: questo il messaggio del film

Non mancano vere e proprie chicche come il barbone razzista Michou (amico però di molti mussulmani) che spiega il suo pensiero ad un ricco deputato francese.

Assolutamente da vedere!

PS
Così come è da vedere “Il Pianeta Verde” della stessa regista.

The Butterfly Effect
18/03/2010

L'attore Ashton Kutcher

Oggi voglio recensire un film che tutto sommato non è un gran prodotto cinematografico. Tuttavia vi sono alcuni aspetti che mi hanno fatto riflettere e che ovviamente ho piacere di condividere con voi. Il film è del 2004, dei registi Eric Bress e J. Mackye Gruber, ed è il classico fanta-thriller di teenagers americani per teenagers americani. Con tutti gli stereotipi che la cultura americana produce (le scene del carcere ne  sono un classico esempio).

La trama è semplice: il protagonista scopre di poter viaggiare nel tempo e di poter cambiare alcuni eventi della sua vita. Ma nel farlo le realtà alternative sono spesso peggiori di quella che ha lasciato. L’effetto farfalla è infatti quello che prevede che un battito d’ali in un luogo crei un uragano in un altro. Allo stesso modo, il protagonista non può prevedere quali saranno le conseguenze future dei suoi cambiamenti. Attenzione: da qui in poi ci potranno essere spoilers (ovvero parlerò del finale), quindi se volete vederlo e non volete rovinarvi la sorpresa smettete di leggere e ci rivediamo dopo la visione!

Ciò che mi ha colpito del film è la profonda riflessione esistenziale che i due registi hanno celato nella loro opera:
Emerge in maniera netta e definitiva la visione sull’esistenza umana, segnata irrimediabilmente dal male e dall’assenza di giustizia divina. Il potere, di cui dispone il protagonista,  gli permette di sperimentare e verificare, innanzitutto, come la natura di ogni soggetto cambi a seconda delle esperienze che si sono accumulate nel corso della vita. Viene così meno qualsiasi possibilità di giudicare a priori un individuo, essendo il comportamento di questi la risultante di una fitta serie di eventi-variabili che ne determinano l’agire esautorando la capacità volitiva.

Capitolo a parte merita un riflessione sul finale.
Questo è infatti  il classico “happy ending” con leggero retrogusto amaro: tutti felici e contenti, grazie al sacrificio del protagonista che rinuncia all’amore della sua bella che pare proprio un ineludibile generatore di cause negative della vita di amici e parenti. Molto commerciale.
Ma ho scoperto che esiste un finale alternativo nella versione director’s cut (e che è possibile trovare su youtube): Il protagonista vede come unica soluzione la propria morte e torna indietro nel tempo al momento della sua nascita suicidandosi, ancora nel ventre materno, strozzandosi con il cordone ombelicale.

I registi gettano così una luce su un punto focale: e cioè quello dell’impossibilità di trovare una soluzione al dolore che comporta il vivere. Il male è parte integrante della storia e della vita, per cui non v’è possibilità di estinguerlo, come dimostrano i ripetuti falliti tentativi del protagonista della vicenda. Il male persiste in tutte le realtà alternative. Esso non perisce, ma si limita a spostarsi da situazione a situazione, da soggetto a soggetto: non si crea nè si distrugge, assume soltanto forme diverse e non determinabili a priori.
E l’unico modo per non subirlo e per dare scacco ad esso è , in buona pace di Ingmar Bergman, “non giocare la partita della vita”.
Paradossalmente il non esistere come risoluzione all’esistere.

Un finale duro, per certi versi inaccettabile e per questo tagliato in favore di un ending meno pesante e più “spendibile”.