Hourou Musuko
20/04/2011

hourou musuko

In Hourou Musuko i protagonisti sono i conflitti, la solitudine e il senso di isolamento quando non possiamo far parte di un gruppo. Come ben sapete nella cultura giapponese il lavoro di team e in generale il concetto di gruppo sono fondamentali. Essere individualisti non è ben visto. In questo caso Takako Shimura, la mangaka creatrice di Aoi Hana, va ancora oltre, toccando temi non facili per la cultura orientale, ma a lei cari. Shuichi Nitori è un ragazzino che ha appena iniziato la scuola media. Lui non si sente pienamente un maschio. Confessa imbarazzato davanti a una telecamera immaginaria che crede che l’unica differenza tra un maschio e una femmina sia una preferenza negli abiti. Lui trova soffocante la divisa scolastica maschile. Si traveste da bambina, arrossisce se qualcuno gli dice che sembra una ragazza.
Yoshino Takatsuki è un’amica di Nitori. Anche lei non si sente pienamente femmina. Guarda con odio il seno che le sta crescendo, si fa riprendere più volte dall’insegnante di ginnastica perché non porta il reggiseno, ha un aspetto mascolino ed è appassionata di sport.

A fianco di questi due personaggi, in cerca di evasione da un mondo basato sull’apparenza e sui pregiudizi, c’è un carosello di figure esagerate, che rappresentano gli estremi della realtà moderna giapponese. Dall’amica d’infanzia innamorata di Nitori e per questo rivale di Takatsuki alla ragazza che si presenta il primo giorno di scuola con una divisa maschile, dalla senpai che esige il saluto ogni volta che viene incrociata a scuola all’amico con problemi d’identità sessuale e innamorato dell’insegnante. Sarebbe un errore prenderli come personaggi reali: sono maschere che rappresentano un aspetto di un’età che porta le prime emozioni ma anche i primi dubbi, le prime domande sulla propria identità.

Ed è proprio l’indagine su questa identità a svilupparsi attraverso gli episodi, in un crescendo di consapevolezza e sicurezza che porta alla definizione di se stessi, all’accettazione della propria “diversità” rispetto al modello considerato corretto ed accettabile dalla società. In breve Takako Shimura ci regala un’altra piccola perla, dalla non sempre facile visione (una trama priva di qualunque colpo di scena), ma che cerca di vedere attraverso gli incerti occhi di chi si affaccia all’adolescenza; e lo fa con tanti dubbi e domande su se stessi.

Nell’insieme quindi un buon lavoro, senza lode, ma di piacevole visione.

Annunci

La Deindividuazione
26/03/2010

Una delle tristemente famose immagini delle torture nel carcere di Abu-Ghraib

Oggi voglio parlarvi di un esperimento psicologico eseguito nel 1971 da un team di ricercatori diretto dal professor Philip Zimbardo della Stanford University.

Lo scopo era indagare il comportameno umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. L’esperimento prevedeva l’assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, i ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato.

Zimbardo riprese alcune idee dello studioso francese  del comportamento sociale Gustave Le Bon; in particolare la teoria della deindividuazione, la quale sostiene che gli individui di un gruppo coeso costituente una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali.

Fra i 75 studenti universitari, che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, una calza di nylon in testa per cappello, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardarle negli occhi, erano dotati di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.

I risultati di questo esperimento sono andati molto al di là delle previsioni degli sperimentatori, dimostrandosi particolarmente drammatici. Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) riuscirono a contrastare un tentativo di evasione  di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva seriamente compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati, ma dall’altro, un certo disappunto da parte delle guardie. [Fonte Wikipedia]

Fondamentalmente la finta prigione era divenuta vera nell’esperienza psicologica dei soggetti dei due gruppi. Non solo, lo stesso professor Zimbardo ammise che, in qualità di “direttore del carcere”, si era calato molto nella parte occupandosi delle problematiche di gestione dello stesso con un’emotività che andava chiaramente in contrasto con l’osservazione esterna che un ricercatore avrebbe dovuto avere.

Assumere una funzione di potere sugli altri nell’ambito di una istituzione porta ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi. Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi a alle azioni intraprese dal gruppo.

L’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

La riflessione quindi appare ovvia: essendo noi partecipanti di molti gruppi (lavoro, scuola, famiglia, politica, sport ecc ecc), siamo consapevoli di quali direttive intrinseche in questi gruppi vanno in contrasto con la nostra volontà di agire, le nostre idee, la nostra coscienza? E di quanto riescono a modificare psicologicamente il nostro comportamento?

NB
Ispirato a questo esperimento vi sono due film:
“La Gabbia” del 1977 e “The Experiment” del 2001 (di questo consiglio certamente la visione)

NB2
In questo sito potete vedere il diario completo di ciò che successe a Stanford e alcune note. Consigliata la lettura!
http://www.prisonexp.org/italiano/

Omohide poro poro (“Only Yesterday”)
28/01/2010

Omohide Poro Poro - Anno: 1991 - Durata: 118 minuti

Omohide poro poro, letteralmente, significa “Ricordi goccia a goccia”.
Ho deciso di recensire quest’opera del maestro Isao Takahata sia nella categoria “Recensioni” che in quella “Riflessioni” e leggendo la trama capirete il perché.

La storia narra di Taeko Okajima, classica impiegata di una grande azienda di Tokyo che, a 27 anni suonati e nonostante la disapprovazione della madre, non ha ancora trovato un fidanzato.

Durante un periodo di ferie decide di tornare ai luoghi della sua infanzia, ospite della famiglia del cognato, e fare la vita di campagna che tanto la attira.

Durante il viaggio e il soggiorno ritroverà momenti dimenticati di quando era ancora bambina, l’amore infantile, la paura di diventare donna, il rapporto con la propria famiglia. Una lenta pioggia di ricordi che cadranno lentamente, ma inesorabilmente, su di lei, scavandola, colpendola, cambiandola.

Inizialmente ho pensato che il fil rouge dell’opera fosse un tema sul modello de “Alla Ricerca del Tempo Perduto” di Proust, ma mi sbagliavo.
L’opera infatti non è incentrata sul rammarico del “ciò che poteva essere” e che non si può più vivere, ma sulla profonda riflessione del “chi siamo diventati”.
Grazie alla contrapposizione tra passato e presente, in un flusso costante di ricordi e di immagini, la protagonista mette a confronto due momenti della propria vita: l’infanzia e l’inizio della maturità. Attraverso Taeko viene posta a noi la domanda: “Siamo la persona che avremmo voluto essere da bambini?”.
Rileggere i propri desideri e le proprie aspirazioni tenendo per mano quella bambina di dieci anni che si materializza al suo fianco sempre più viva, permette a Taeko di mettere in discussione ogni scelta fatta. Di poter finalmente prendere le redini della sua esistenza e mutarne il corso prima di ritrovarsi intrappolata in una vita non sua.
Questa consapevolezza della reale possibilità di cambiare la propria direzione esistenziale e di stravolgere gli equilibri acquisiti spaventa lei come spaventa noi.
Taeko fugge di fronte a se stessa ma è proprio la “se stessa” bambina a non darle pace, come un silenzioso fantasma che la riporta ad ascoltare la voce del cuore sopita. La sprona, la prende per mano e si congeda da lei solo quando quella parte di coscienza passata si sublima in quella presente rendendo la protagonista davvero consapevole di ciò che vuole dalla vita.

Se desiderate vederlo in streaming basta ricercare “omohide poro poro ita streaming” su google e lo trovate sicuramente!

L’inizio di un cammino
06/01/2010

Essere consapevoli vuol dire sapere che con il nostro atteggiamento nei confronti di noi stessi, degli altri e di ciò che stiamo facendo, possiamo determinare la qualità della nostra vita e del mondo in cui viviamo.

La realtà che ci circonda non è qualcosa di “altro” rispetto a noi. E’ intimamamente legata al nostro essere. In realtà neanche si dovrebbe parlare di legame: semplicemente non c’è alcuna divisione.

Non è il destino a costruire la nostra vita, ma è il nostro atteggiamento, la nostra risposta, la nostra reazione ai casi della vita (belli o brutti che siano) che minuto per minuto forgiano ciò che siamo e la strada che intendiamo percorrere.

Chi diviene consapevole di questo sente il motto:
“Chi lascia la vecchia via per la nuova, sa quel che lascia, non sa quel che trova”
ma lo interpreta:
“Per raggiungere un luogo che non conosci, devi prendere un cammino che non conosci”.

La nostra vita può diventare la piena espressione del nostro essere, e la vita quotidiana può diventare l’occasione per rivelarsi e sperimentare le molteplici sfaccettature della nostra natura.
La qualità della nostra vita va misurata in base a quanto sappiamo assaporare pienamente tutto ciò che l’esistenza ci offre.

L’importante, allora, non è raggiungere una meta o l’altra, ma procedere con l’atteggiamento giusto, un atteggiamento di apertura e disponibilità, di attenzione interna e di attenzione esterna, attenzione a sé e agli altri, a ciò che vogliamo dalla vita e a ciò che la vita vuole da noi.
Ci scopriremo felici con molto meno di quanto normalmente si pensa necessario, e il traguardo che ci porremo come obiettivo non sarà quantitativo, ma qualitativo.