Effetto Forer
08/09/2015

oroscopo

L’effetto Forer (chiamato anche effetto di convalida soggettiva, o effetto Barnum, dal nome di Phineas Taylor Barnum) è l’osservazione secondo cui ogni individuo, posto di fronte a un profilo psicologico che crede a lui riferito, tende a immedesimarsi in esso ritenendolo preciso e accurato, senza accorgersi che quel profilo è abbastanza vago e generico da adattarsi a un numero molto ampio di persone.
L’effetto Forer fornisce una parziale spiegazione della grande diffusione di alcune pseudoscienze come l’astrologia e la divinazione, così come molti test di personalità.

L’effetto Forer è fortemente correlato con il bias di conferma.

La dimostrazione di Forer

Nel 1948, lo psicologoBertram R. Forer consegnò un test di personalità ai suoi allievi, al termine del quale fornì a ciascuno di loro un’analisi della personalità quale risultato del test effettuato.
In seguito, invitò ognuno degli studenti a dare un giudizio, su una scala numerica da 0 (molto scarso) a 5 (eccellente), al profilo fornito, in base a una valutazione dell’adeguatezza del giudizio. La media fu di 4,26. Solo al termine Forer rivelò agli studenti che era stato consegnato a tutti un stesso profilo psicologico, del tutto indipendente ai risultati del test. Il giudizio così recitava:

« Hai molto bisogno che gli altri ti apprezzino e ti stimino eppure hai una tendenza a essere critico nei confronti di te stesso. Pur avendo alcune debolezze nel carattere, sei generalmente in grado di porvi rimedio. Hai molte capacità inutilizzate che non hai volto a tuo vantaggio. Disciplinato e controllato all’esterno, tendi a essere preoccupato e insicuro dentro di te. A volte dubiti seriamente di aver preso la giusta decisione o di aver fatto la cosa giusta. Preferisci una certa dose di cambiamento e varietà e ti senti insoddisfatto se obbligato a restrizioni e limitazioni. Ti vanti di essere indipendente nelle tue idee e di non accettare le opinioni degli altri senza una prova che ti soddisfi. Ma hai scoperto che è imprudente essere troppo sinceri nel rivelarsi agli altri. A volte sei estroverso, affabile, socievole, mentre altre volte sei introverso, diffidente e riservato. Alcune delle tue aspirazioni tendono a essere davvero irrealistiche. »

Le frasi utilizzate da Forer nella compilazione del profilo “universale” furono formulate proprio a partire da una rivista di astrologia.

Variabili che influenzano l’effetto Forer

Recenti studi hanno dimostrato che viene dato un voto di accuratezza più alto se:

  • Il soggetto crede che l’analisi sia personalizzata
  • Il soggetto è sensibile all’autorità dell’esaminatore
  • L’analisi elenca principalmente tratti positivi

(Vedi Dickson and Kelly 1985 per approfondimenti in letteratura.)

Fonte: Wikipedia

Manipolazione emotiva: far sentire in colpa
30/01/2015

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La convivenza nella società, in contrapposizione alla vita in solitudine, presenta una base biologica che si centra sul fatto che l’essere umano può ottenere una maggiore sicurezza e possibilità di sopravvivenza se collabora con il resto della sua specie. Tuttavia, anche se la società collabora per preservare la specie nella sua totalità, non fa lo stesso con il singolo individuo. 

Prova di ciò si trova in qualsiasi manuale di storia, in cui si dimostra che la manipolazione degli altri è stato uno dei pilastri su cui si è fondato il dominio di qualsiasi impero. La manipolazione è “il pane quotidiano” della società in cui viviamo e nessuna persona può negare di averla esercitata o di averla subita durante la propria esistenza. Imparare a riconoscere la manipolazione emotiva è il modo migliore per evitarla. Per farlo, però, prima di tutto bisogna sapere cosa sia davvero la manipolazione.

Individuate la manipolazione e non sentitevi colpevoli!

  • “Fai quello che vuoi”: quando vi è una situazione di potere tra due persone, in cui l’individuo che manipola ostenta l’opzione più vantaggiosa, si può minacciare la persona manipolata di perdere alcuni vantaggi nel caso in cui non faccia quello che le viene chiesto. La manifestazione più evidente è quando un familiare oppure un amico fa capire che se non fate X, la relazione verrà compromessa a causa di ciò.
  • “Quello che ho fatto per te”: è la manipolazione per eccellenza e quella utilizzata dalla maggior parte della società. Essere uniti da questo “dare per ricevere” è uno dei modi migliori per far sentire in colpa gli altri.
  • “Non fa nulla”: dopo questa affermazione segue un lungo silenzio e normalmente un linguaggio non verbale che accompagna un’arrabbiatura. Si tratta di una tecnica unica per far sentire in colpa gli altri.
  • “Se non lo fai, non lo faccio nemmeno io”: dietro a questa tenera dichiarazione di buone intenzioni, si trova celata una feroce manipolazione in cui chi manipola appella alla capacità di empatia dell’altro. Nella sua traduzione più estrema questo “autocastigo” giunge all’autolesione da parte del manipolatore.
  •  “Senza te non sono niente“: Il vittimismo è un modo molto basilare di far sentire in colpa, ma molto efficiente.

 

Fonte: http://lamenteemeravigliosa.it/

Un Giudizio Altalenante
01/01/2013

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Travis Proulx e Steven Heine della British Columbia hanno condotto uno studio molto particolare per dimostrare come possa cambiare lo schema morale di un individuo e quindi il suo atteggiamento aggressivo-giudicatorio a seconda del livello di minaccia, esplicito o implicito, che egli sperimenta su di sé.
81 studenti sono stati invitati a compilare un questionario sulle loro preferenze in tema di divertimenti e tempo libero. Per un sottogruppo di essi , i ricercatori hanno però previsto uno scherzo percettivo ben noto:  mentre la sperimentatrice si recava a prendere da un armadietto la seconda parte del questionario veniva segretamente sostituita da un’altra ragazza vestita nello stesso modo.
Come c’era da attendersi solo 5 partecipanti si sono accorti della cosa, mentre gli altri sono caduti in quella che si chiama change blindness o cecità al cambiamento.

La cecità al cambiamento è un fenomeno percettivo per il quale le persone non notano che qualcosa all’interno di una scena è cambiato, anche se questo qualcosa è estremamente rilevante. Perché il fenomeno si realizzi è sufficiente che il cambiamento si verifichi durante una transizione temporanea della scena: un battito di ciglia, un movimento saccadico dell’occhio, l’intermittenza di un’immagine.
Questo dipende dal fatto che osserviamo i contesti con sguardo onnicomprensivo e attenzione diffusa e se le scene cambiano in qualche loro elemento di dettaglio (il viso della ragazza, a fronte della stessa corporatura, capigliatura e abbigliamento) la nostra memoria non è in grado di registrare il prima e il dopo così accuratamente da renderci consapevoli delle differenze.

Ma lo studio di cui ci occupiamo oggi non intendeva dimostrare ancora una volta il fenomeno della change blindness, ma qualcosa di diverso.

A un altro sottogruppo di studenti è stato chiesto di rispondere ad alcune domande sulla propria morte, per aumentare il loro senso di vulnerabilità e mortalità. Un terzo gruppo, di controllo, ha compilato semplicemente il questionario sul tempo libero.
A tutti è stato infine illustrato il racconto scritto dell’ arresto di una prostituta ed è stato chiesto loro di giudicarla e di stabilire l’importo dell’ammenda da imporle, importo compreso tra 0 e 1000 dollari.
I risultati hanno dimostrato che sia i soggetti sottoposti allo scambio della sperimentatrice, sia quelli a cui erano stati elicitati pensieri di morte hanno aumentato significativamente l’importo della multa da imputare alla prostituta.
Gli autori suggeriscono che l’attivazione di schemi di minaccia personale, evocati sia dalla sgradevole idea della propria morte sia dalla detezione implicita di un evento implausibile, condiziona, in senso difensivo-aggressivo, gli atteggiamenti e i giudizi che esprimiamo sugli altri.
In altri termini il cervello dei soggetti sperimentali ha registrato l’anomalia di una ragazza che non è più la stessa ed ha attivato lo schema di minaccia, ma l’implausibilità dell’accaduto ha impedito alla coscienza di notare esplicitamente (leggi consapevolmente) la strana circostanza.
Questo significa che possono essere semplici idee o addirittura stimoli subliminali a farci sentire in pericolo e a farci diventare più rigidi e severi nei confronti degli altri.

Fonte: CaféPsicologico

Le microespressioni, la verità e la menzogna
10/09/2012

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«Expressions» installazione di Sophie Caves al Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow, in Scozia (Reuters / David Moir) 

Lo facciamo automaticamente. Non appena osserviamo un’altra persona tentiamo di leggere nel suo volto i segni della gioia, della sorpresa, dell’ansia, della rabbia. Qualche volta siamo nel giusto, qualche volta ci sbagliamo clamorosamente e gli errori possono creare qualche situazione personale sgradevole.

Paul Ekman è quasi sempre nel giusto. Professore emerito di psicologia all’Università della California di San Francisco ha studiato per 40 anni le espressioni umane. Ha catalogato più di 10.000 possibili combinazioni di movimenti muscolari facciali e ha scoperto come individuare i rapidi cambiamenti involontari, chiamati microespressioni, che sfuggono anche al volto del migliore dei bugiardi.
Una delle scoperte più importanti di Ekman fu l’universalità delle espressioni facciali. Si recò per la prima volta in Brasile tornando con un mucchio di foto che ritraevano tristezza, rabbia, felicità o disgusto verificando che soggetti nord americani non avevano alcuna difficoltà a riconoscerle. Allora si recò in Cile, Argentina e Giappone ottenendo gli stessi risultati. Ovunque andasse le persone del posto sembravano comprendere e usare le stesse espressioni facciali dei nordamericani.
Pensando che la cosa riguardasse gli abitanti di società moderne Ekman visitò nel 1967 delle isolate tribù che vivevano nelle giungle della Nuova Guinea. Anche lì appurò che le emozioni di base come gioia, tristezza, rabbia, paura, sorpresa e disgusto erano associate a espressioni facciali universali. Il linguaggio del volto aveva origini biologiche e la cultura non esercitava significativa influenza su di esso.

Questa scoperta fece nascere altre domande. Di quante differenti espressioni facciali gli esseri umani sono capaci? Cosa significa precisamente una particolare emozione? E’ possibile imparare a leggere le emozioni? Ekman decise di creare una specie di dizionario delle espressioni facciali assieme al suo collega e psicologo Wallace Friesen.
L’impresa portò via sei anni e si concluse con il Facial Action Coding System (FACS), pubblicato nel 1978.
Il sistema rende possibile descrivere e classificare qualsiasi espressione facciale sulla base di una combinazione di 43 unità di movimenti facciali. I 43 elementi determinano più di 10.000 possibili combinazioni. Ekman e Frieser catalogarono ogni combinazione attraverso un FACS number, i nomi latini per i muscoli coinvolti e l’emozione associata.
Un interessante aspetto di questo inventario è che molte combinazioni di muscoli non significano assolutamente nulla.
Ekman scoprì un altro interessante fenomeno dopo una lunga giornata trascorsa nel suo laboratorio tentando di riprodurre uno sguardo convincente di tristezza: quella sera egli realizzò che si sentiva depresso. Capì che se trascorreva del tempo a simulare un’ espressione che conteneva un sorriso, il suo umore migliorava. Fu come un’ epifania, ricorda. Questo contraddiceva la vecchia nozione che i sentimenti si originano nella psiche e poi il corpo li comunica semplicemente all’esterno.
Ekman and Friesen furono capaci di dimostrare che l’attivazione coordinata di certi muscoli facciali non solo influenzava la pressione del sangue e il battito cardiaco, ma poteva scatenare l’emozione corrispondente. Sembrò chiaro che esisteva un meccanismo retroattivo che partiva dai muscoli della faccia e giungeva ai centri emotivi del cervello.
Queste scoperte catturarono l’attenzione degli psicologi e dal 1980 il FACS cominciò ad essere applicato diffusamente. I clinici in particolare volevano sapere come accorgersi se i loro pazienti stavano dicendo la verità.
Ekman provò a svelarlo avvalendosi di un vecchio videotape: mostrava una paziente psichiatrica di nome Mary, che era stata ricoverata per un severo attacco di depressione, mentre implorava il suo medico curante di consentirle di passare il weekend a casa.
Il dottore approvò la richiesta, ma sfortunatamente prima di lasciarlo Mary ammise che stava pianificando di uccidersi.
Ekman aveva già studiato il filmato e disse ai presenti che se le espressioni facciali profonde svelano i sentimenti veri di una persona, essi avrebbero dovuto essere capaci di leggere le intenzioni di Mary.
La maggiorparte dei presenti non vide segni rivelatori all’inizio, così Ekman li indicò. Aveva visionato il video molte volte, spesso al rallentatore così da non perdere alcun dettaglio, e improvvisamente lo aveva visto.
Per un brevissimo momento uno sguardo di assoluta disperazione era apparso sulla faccia di Mary. Queste microespressioni, che spesso non durano più di mezzo secondo, erano la chiave.
Quando scoprì le microespressioni Ekman insegnava alla UCSF e trascorse diversi anni a mettere insieme un programma di autoapprendimento che rendesse le persone capaci di decodificare le facce secondo il FACS system.
Prestando molta attenzione alle microespressioni le persone potevano imparare a leggere segnali che prima sarebbero stati percepibili soltanto al rallentatore.
E qui Ekman scoprì un altro interessante fenomeno: la maggiorparte della gente, inclusi studenti di legge, poliziotti, giudici, avevano difficoltà a riconoscere i bugiardi, ma un piccolo numero di persone era capace di interpretare correttamente e intuitivamente le microespressioni. Alcuni di noi sono praticamente nati con una macchina della verità tascabile.

La verità fa male
Più un individuo crede alle sue menzogne, più spesso le racconta con successo, e più difficile sarà per gli altri individuarle. Le menzogne dette per la prima volta e quelle che hanno una componente emotiva sono le più facili da svelare. Per questo Ekman raccomanda a chi fa interrogatori di porgere le proprie domande rapidamente e con un elemento di sorpresa. Per esempio invece di chiedere “eri tu nel parcheggio del Wal Mart ieri sera alle sei?” è meglio chiedere “dove compri solitamente gli accessori per la casa?
Eppure sebbene sia possibile imparare a riconoscere le microespressioni spesso le persone non possono o non vogliono farlo.
Sono fuorviate da altre espressioni più rilevanti come un cambiamento di postura, un discorso o un gesto della mano, tutte passibili di artificio, e poi spesso vogliono semplicemente credere a quello che gli viene detto. Chi vorrebbe scoprire che la propria moglie lo ha tradito con il suo migliore amico? Lo vorrebbe, ma sarebbe terribile da scoprire e allora tante micro e macro espressioni non verranno percepite perché non le si vorrà vedere…
In una prospettiva evolutiva non sarebbe stato un vantaggio per gli umani essere perfetti rivelatori di menzogne. Tutti i confronti sociali sarebbero divenuti difficili e i parlatori a ruota libera sarebbero stati espulsi dal gruppo.

Fonte:
http://psicocafe.blogosfere.it

(Giulietta Capacchione)

L’esperimento di Solomon Asch
23/04/2012

Solomon Asch (Varsavia, 14 settembre 1907 – 20 febbraio 1996) è stato uno psicologo polacco naturalizzato statunitense.

È noto per i suoi importanti contributi teorici e sperimentali alla psicologia sociale, ed in particolare in relazione agli studi sui processi di conformità sociale.

In particolare, nel 1956, Asch realizzò l’esperimento che lo rese noto nell’ambito della psicologia sociale.

L’assunto di base del suo esperimento consisteva nel fatto che l’essere membro di un gruppo è una condizione sufficiente a modificare le azioni e, in una certa misura, anche i giudizi e le percezioni visive di una persona. Il suo esperimento si focalizzava sulla possibilità di influire sulle percezioni e sulle valutazioni di dati oggettivi, senza ricorrere a false informazioni sulla realtà o a distorsioni oggettive palesi.

Il protocollo sperimentale prevedeva che 8 soggetti, di cui 7 complici dello sperimentatore all’insaputa dell’ottavo, si incontrassero in un laboratorio, per quello che veniva presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva. Lo sperimentatore presentava loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza in ordine decrescente; su un’altra scheda aveva disegnato un’altra linea, di lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda. Chiedeva a quel punto ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente nelle due schede. Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata; il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi iniziava regolarmente a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformemente alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di persone che aveva risposto prima di lui. in sintesi, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva, consapevolmente e pur sulla base di un dato oggettivo, di assumere la posizione esplicita della maggioranza (solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente e non ciò che sentiva di “dover” dire).

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Nell’esperimento originale di Asch, il 25% dei partecipanti non si conformò alla maggioranza, ma il 75% si conformò almeno una volta alla pressione del gruppo (ed il 5% dei soggetti si adeguò ad ogni singola ripetizione della prova).

Successivamente fu introdotto all’interno del gruppo un secondo soggetto ingenuo, eliminando in tal modo l‘isolamento del primo, la prova fornì risultati molto interessanti: il tasso di conformità calò dal 32% al 10,4%, sottolineando così l’importanza della presenza di un “sostegno sociale”.
In un’altra variante, poi, il secondo soggetto era un collaboratore dello sperimentatore, addestrato a dare risposte corrette sugli item visivi; in contrasto con la posizione della maggioranza: si assistette così ad un ulteriore calo del tasso di conformità, che scese fino al 5,5%.

Le ricerche dimostrarono, in un primo momento, che il fattore determinante del calo era proprio la rottura del consenso sociale, così come Asch aveva previsto, più che la presenza effettiva del sostegno. In altre parole, per un soggetto minoritario all’interno di un gruppo, conterebbe maggiormente l’incoerenza della posizione maggioritaria, non più capace di essere compatta nella sua influenza sul singolo.
Successivi approfondimenti, però, dimostrarono che tutto ciò poteva avere permanente validità solo per gli item di tipo oggettivo (percezioni visive e informazioni); mentre per gli item di tipo soggettivo (opinioni) contava molto più la presenza effettiva di un alleato per ridurre drasticamente la conformità [Allen e Levine 1969; Wilder e Allen 1973, cit. in Allen 1975, in Mucchi Faina op. cit., p. 40].

Il lavoro di Asch influenzò Stanley Milgram (che fu allievo di dottorato dello stesso Asch), e le sue successive ricerche.

Le donne al potere
02/04/2012

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La psicologia del lavoro utilizza il termine “Ape regina” per indicare una donna in posizione di potere che si gloria dei suoi attributi mascolini e deroga i compiti di bassa lega alle sue subordinate. Il senso comune e le notizie di costume e società che spesso compaiono in tv o sui giornali, attribuiscono a questo atteggiamento la responsabilità della disuguaglianza di trattamento ricevuta dalle  donne, più che ai pregiudizi maschili. Un recente articolo di Belle Derks, Psicologa sociale e ricercatrice olandese, sfida la veridicità di questa credenza popolare, sostenendo che l’“insediamento dell’ape regina” è la conseguenza, non la causa di un luogo di lavoro impregnato di sessismo. Questi climi lavorativi, sono, secondo la studiosa, l’habitat ideale per la corsa al potere di donne dalle caratteristiche mascoline, che in realtà non amano molto le proprie colleghe.

Il gruppo della Derks ha selezionato per questo studio, 94 donne ad alti livelli di carriera in diverse aziende ed enti olandesi. Nei Paesi Bassi, nonostante il loro grado di civiltà, le donne occupano solo il 7% dei posti di potere nelle 100 più grandi compagnie e guadagnano stipendi più bassi del 6,5% rispetto agli uomini. Lo studio ha evidenziato come le donne che mostravano tutti i tratti distintivi dell’ “Ape regina” riportavano di aver sofferto molto a causa del sessismo e dei pregiudizi durante la loro carriera; inoltre, tendevano ad identificarsi di meno con le altre donne.

Secondo la Derks, quando le donne entrano a far parte di un luogo di lavoro sessista, hanno due opzioni: possono incrementare il loro legame con le altre donne per fare gruppo, o possono metterle a distanza per allontanarsi dalla propria identità femminile. Le donne che per la loro struttura di personalità, hanno già in sè una scarsa identificazione col sesso femminile (non parliamo ovviamente di scelte sessuali, ma di tratti di personalità), scelgono più facilmente la seconda opzione. La cultura sessista del luogo di lavoro, dunque, costringe le donne a scegliere e crea Api regine che lottano per emergere contro le altre donne e contro la loro stessa femminilità.

Aldilà del fatto che un ambiente di lavoro sessista possa essere causa o conseguenza del maschilismo al femminile, può essere utile riflettere su questi temi per ridurre il gap che ancora esiste tra uomo e donna nei posti di lavoro. Sarebbe importante, infatti, lavorare sulla possibilità di ridurre i valori e le pratiche sessiste nelle stesse organizzazioni, che spesso predicano la parità, ma non la garantiscono sul piano sostanziale.

[Fonte: psicocafe]

“Scusa, come hai detto che ti chiami?” – Teoria dell’Interferenza
06/02/2012

 

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Secondo la teoria dell’interferenza l’informazione appena immessa nella memoria a breve termine viene “scacciata via”, e in definitiva rimpiazzata, dall’informazione in entrata immediatamente successiva: sensazioni alla stretta di mano, impressioni dell’altro, emotività propria, altre informazioni intervenienti sulla persona che ci viene presentata (ad esempio: lui è Luca, è il fratello di Carolina).

L’interferenza dell’informazione successiva si verifica perché la mente non ha il tempo di fare un’operazione fondamentale per conservare il ricordo nella memoria a breve termine: la reiterazione. E’ noto che, se apprendiamo un numero di telefono e lo ripetiamo più volte nella nostra testa o ad alta voce, il ricordo di quel numero resta disponibile, almeno per il tempo necessario a fare la telefonata.

Se qualcosa interviene a impedire o a interrompere la reiterazione (di cui non necessariamente siamo consapevoli), un numero appena ascoltato viene dimenticato immediatamente.

L’interferenza non si verifica però soltanto quando un’altra informazione interviene dopo l’apprendimento, come nel caso dell’ informazione interna o esterna successiva all’ascolto del nome di qualcuno che ci viene presentato (interferenza retroattiva).

Esiste anche una interferenza proattiva che ha luogo quando il materiale che interferisce è appreso prima dell’elemento da ricordare.

Facciamo questo esperimento.

Leggete soltanto una volta questa lista di parole e immediatamente dopo prendete un pezzo di carta e, senza rileggere, provate a ricordare le parole lette nell’ordine in cui vi vengono in mente.


TAVOLO, NUVOLA, LIBRO, ALBERO, CAMICIA, GATTO, LUCE, BANCHINA, GESSO, FIORE, OROLOGIO, PIPISTRELLO, TAPPETO, ZUPPA, CUSCINO.

Se siete come la maggior parte delle persone, scoprirete che riuscite a ricordare più facilmente le parole che si trovano all’inizio della lista (effetto di priorità) e le parole che si trovano alla fine della lista (effetto di recenza).

La probabilità che ricordiate correttamente le parole che si trovano al centro della lista è decisamente inferiore.

Per rappresentare graficamente questo fenomeno, immaginate di porre sull’asse delle ascisse la posizione seriale di ciascuna parola (dove TAVOLO è 1 e CUSCINO è 15) e sull’asse delle ordinate la percentuale di ricordo corretto. Otterrete la famosa curva di posizione seriale.

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Curva di posizione seriale

Le parole all’inizio della lista sono soggette alla interferenza retroattiva (come il nome del nostro nuovo conoscente) perché subiscono soprattutto l’interferenza del materiale appreso dopo di esse (tutte le altre parole che seguono).

Invece le parole alla fine della lista sono soggette all’interferenza proattiva in quanto subiscono l’interferenza di tutto il materiale appreso prima di esse (tutte le parole che precedono).
La sfortuna delle parole che stanno nel mezzo è quella di risentire di entrambi i tipi di interferenza, con esiti nefasti sulla loro ricordabilità.

Applicazioni pratiche? La prossima volta che incontrate “Luca”, ripetetevi in testa il suo nome prima di fare (e pensare) a qualunque altra cosa. Avrete qualche chance in più di evitare di chiedere dopo pochi minuti: “come hai detto che ti chiami?

Fonte:
http://psicocafe.blogosfere.it/

L’influenza linguistica sulla percezione
10/11/2010

ipotesi della relatività linguistica

L‘ipotesi della relatività linguistica (conosciuta anche come Ipotesi di Sapir Whorf) è recentemente stata oggetto di uno studio alla Stanford University di Palo Alto sulla percezione del colore blu in russi e inglesi. Secondo questa ipotesi, le modalità linguistiche con cui denominiamo il mondo determinano le modalità cognitive con cui lo percepiamo: parlanti di lingue differenti potrebbero dunque percepire la realtà in maniera diversa.

Tornando a russi e inglesi, la lingua russa obbliga a una distinzione terminologica fra il blu più chiaro (goluboy) e il blu più scuro (siniy) mentre in inglese il termine “blue” si usa indifferentemente per indicare un’ampia “fetta” dello spettro cromatico del blu.
Lo psicologo Jonathan Winawer e i suoi colleghi hanno provato a verificare se questa particolarità linguistica avesse qualche influenza su come i russi percepiscono le diverse tonalità del blu. Hanno dunque posto i partecipanti di fronte a una situazione come quella indicata nell’immagine in alto e chiesto loro di indicare, nel minor tempo possibile, quale dei due quadrati colorati in basso fosse dello stesso colore del quadrato presentato in alto.
I risultati hanno dimostrato che i parlanti in lingua russa avevano un vantaggio discriminativo, erano cioè più veloci a indicare il quadrato del giusto colore, se i quadrati fra cui scegliere avevano tonalità tali da ricadere in due differenti categorie linguistiche (uno siniy e l’altro goluboy). Se invece i quadrati fra cui scegliere avevano tonalità diverse, ma non tali da ricadere in differenti categorie linguistiche (entrambi siniy o entrambi goluboy) il vantaggio discriminativo veniva perso e russi e inglesi mostravano performance del tutto sovrapponibili.

A ulteriore conferma che fosse proprio la categorizzazione linguistica a influenzare la percezione del colore e non altre variabili cognitive, i ricercatori hanno provato a capire cosa accadeva inserendo un compito interferente sia verbale che spaziale, scoprendo che il vantaggio discriminativo dei russi veniva eliminato solo nel caso del compito interferente verbale (una sequenza di numeri da pronunciare ad alta voce mentre si effettuava la scelta del quadrato).

Semplificando al massimo: se la parte del cervello che gestisce il linguaggio è quella che “aiuta” i russi a discriminare meglio fra i due tipi di blu, mettendola fuori gioco con la sequenza di numeri, il vantaggio deve perdersi: i dati sono andati proprio in questa direzione.

Ma ecco un’interessante risvolto!

Se è vero che il linguaggio incide sulla percezione del mondo c’è da aspettarsi che gli effetti di questa influenza saranno  maggiori per ciò che appare nel campo visivo destro perchè è processato dall’emisfero cerebrale sinistro in cui hanno sede i centri del linguaggio.
Ulteriori esperimenti hanno confermato questa ipotesi:

13 partecipanti hanno dovuto distinguere fra 4 diverse tonalità di colore. In termini di lunghezza d’onda le tonalità differivano l’una dall’altra in misura proporzionale ed incrementale, ma due di esse erano ciò che chiamiamo “verde”, mentre le altre erano “blu”
In accordo con l’ipotesi di Sapir-Whorf i soggetti erano in grado di distinguere fra “verde” e “blu” più velocemente di quanto facessero fra due “verdi” o due “blu”, ma questo vantaggio nel tempo di reazione si verificava soltanto quando i colori apparivano nel lato destro dello spazio, confermando così l’ipotesi di ricerca.

La conclusione davvero curiosa è quindi che:

La nostra rappresentazione visiva del mondo è allo stesso tempo filtrata e non filtrata dalle categorie del linguaggio dipendentemente dal fatto che guardiamo a destra o a sinistra!

 

Considerazione:
Rimango sempre stupito dalla complessità dell’argomento della percezione. In questo articolo si sottolinea come il relativismo della soggettività possa addirittura esprimersi all’interno dello stesso individuo. I meccanismi della nostra mente sono davvero stupefacenti e chissà qanti, ancora sconosciuti, agiscono con precise routine per giungere ad un risultato cognitivo che ci pare così certo e sicuro, ma che di fatto è quanto di meno oggettivo si possa immaginare.

La Neuroeconomia e il Neuromarketing
03/08/2010

Questa neonata disciplina, punto di incontro fra neurologia ed economia, ha destato una grande interesse da parte di chi si occupa di branding, di pubblicità e di marketing. Lo scopo è comprendere come le emozioni influenzino le nostre scelte in fatto di decisioni economiche quali ad esempio la scelta di un prodotto/marchio rispetto ad un altro o un investimento in borsa.

Il primo articolo sperimentale, datato 2001, “A Functional Imaging Study of Cooperation in Two-Person Reciprocal Exchange” e stato seguito da diversi studi che hanno fatto emergere alcuni particolari comportamenti del nostro cervello.

Ad esempio che il cervello valuta il rischio e la ricompensa separatamente. Quello che gli economisti chiamano “utilità attesa” appare un costrutto unitario soltanto a fini esplicativi, il cervello non esibisce infatti l’esistenza di un comando e di un controllo centralizzato.

Le applicazioni della nuova disciplina sono futuristiche: corsi di formazione per gli investitori per settare le proprie emozioni o per sondarne l’obiettività in anticipo con degli scan del cervello, previsioni  del collasso di una bolla di prezzo, anticipazioni psicologiche sulla fluttuazione dei mercati“. [Psicocafé]

La Psicostoria di Hari Seldon non sembra più tanto fantascienza!

Interessante l’esperimento di Neuromarketing effettuato al Baylor College of Medicine di Houston da Read Montague:

Ad un un gruppo di volontari venne data da assaggiare una Coca e una Pepsi (due bevande dal contenuto chimico identico), senza che i soggetti sapessero se si trattasse dell’una o dell’altra e verificò che nessuno di essi era in grado di percepire alcuna differenza.

Nella sessione sperimentale successiva invece, quando ai soggetti veniva rivelato il marchio, la propensione per la Coca-Cola aumentava a dismisura.

A livello neurale si osservò che nel cervello venivano attivate ulteriori aree rispetto a quella della corteccia prefrontale ventro mediale (VMPFC) che è coinvolta nell’elaborazione sensoriale.

Nel caso della Coca Cola si attivavano  anche l’ippocampo e la corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC),  aree note per essere implicate nell’elaborazione emotiva, la seconda in particolare nel controllo cognitivo e nella memoria di lavoro.

Il risultato di questo test è che il cervello non si limiterebbe a gustare la bevanda, bensì elaborerebbe cognitivamente il marchio, richiamando tutte le informazioni culturali (pubblicitarie) che possiede su di esso e si farebbe influenzare dalle emozioni  positive sapientemente associate all’informazione culturale.

La prossima volta che scegliete una bevanda, riflettete su quanto il suo marchio genera emozionalmente in voi, potreste rimanere stupiti!

NB
Il Neuromarketing non ha alcuna relazione con la comunicazione subliminale, vietata proprio in virtù della scorrettezza nei confronti dell’acquirente.

  • il neuromarketing tende ad appagare le preoccupazioni coscienti che rallentano la decisione di acquisto, offrendo soluzioni e vantaggi concreti al cliente.
  • le tecniche subliminali tendono invece ad utilizzare canali emozionali paralleli per indurre (non invogliare) inconsapevolmente all’acquisto di un prodotto.

    [Citazione Wikipedia]


Effetto del Falso Consenso
14/06/2010

“Siamo due persone intelligenti e informate, sappiamo discutere civilmente e sappiamo argomentare le nostre idee, usiamo coerentemente logica e dialettica e ci troviamo a parlare di un argomento le cui implicazioni sono palesi. Come è possibile che tu non raggiunga le mie stesse conclusioni? come puoi non pensarla come me?”

Ammettiamolo, tutti abbiamo fatto questo pensiero riguardo un interlocutore, magari amico, di cui abbiamo grande stima e rispetto ma di cui non condividiamo un’opinione. Cerchiamo di capire cosa succede facendo la conoscenza dell’Effetto del Falso Consenso

L’effetto del falso consenso è la tendenza a proiettare sugli altri il proprio modo di pensare.

In altre parole, certe persone presuppongono che tutti gli altri la pensino come loro. Questa presunta concordia è statisticamente infondata e porta alla percezione di un consenso che non esiste. Questo errore logico  fa sì che un gruppo o un individuo creda che le proprie opinioni, convinzioni e preferenze siano generalmente più diffuse tra il pubblico  di quanto non siano realmente .

Questo pregiudizio è comunemente presente in un ambiente di gruppo nel quale si pensa che l’opinione collettiva del proprio gruppo coincida con quella di una popolazione più vasta. Siccome i membri di un gruppo raggiungono tra di loro un consenso e incontrano raramente coloro che potrebbero obiettare, tendono a credere che tutti la pensino alla stessa maniera.

Di conseguenza, quando si confrontano con l’evidenza che un consenso non esiste, queste persone pensano spesso che chi non è d’accordo con loro abbia qualche mancanza.

Pare tra l’altro che le cause di questo schema mentale siano da ricercarsi in meccanismi protettivi come la propensione all’autoappagamento e similari…