Il dolore che non si può sopportare
16/03/2012

La tragedia dei 22 ragazzini (e 6 adulti) morti nello schianto del pulmann a Sierre, in Svizzera, al ritorno dalla settimana bianca, ha colpito profondamente l’opinione pubblica. Tra i tanti articoli di cronaca e riflessioni spuntate sui giornali e sul web, ho deciso di riportare quella del bravissimo Ferdinando Camon sul sito de La Stampa. Una riflessione profonda che mi ha toccato e che voglio condividere con voi.

Non ci sono gradazioni alla disperazione, perché la disperazione è lo stadio estremo del dolore.

Ma se ci fosse una gradazione, questo sarebbe il vertice: un’ecatombe di bambini sui 12 anni, vitali e festosi, che rientrano a casa dopo una settimana bianca, in pullman, e vengono falciati in un incidente assurdo. Ventidue muoiono sul colpo, altri vanno in coma, altri ancora sono feriti gravi. È una di quelle scene che non hanno risposte sulla Terra, e ti fanno alzare gli occhi al cielo. L’uomo non è fatto per sopravvivere alla morte di un figlio, la morte di un figlio è un capovolgimento della natura. E qui è avvenuto un capovolgimento innaturale della vita di decine di famiglie, e delle famiglie a loro collegate. Non è umanamente possibile reggere questa piena di dolore. Nessuna delle esistenze toccate da questa tragedia potrà continuare come prima. Tutte le vite subiranno una deviazione, una stortura. Compiendosi in un attimo, la tragedia avrà conseguenze per sempre.

Quando si dice «figlio» non si dice tutto, perché un figlio cambia di significato per i genitori lungo le fasi della vita: se c’è una fase in cui è «più figlio» è questa, sui 12 anni. A quell’età i figli hanno ancora qualcosa di quand’erano bambini e fanno già vedere qualcosa di quando saranno uomini o, le bambine, donne. E noi padri, amandoli a quell’età, li amiamo per quel che sono, quel che erano e quel che saranno. Riempiamo la loro vita, e questo riempimento fa la nostra felicità. Loro lo sentono, e ci fan vedere che la loro vita è piena apposta per farci felici.

Questi bambini tenevano un blog in cui annotavano le loro emozioni, e in questa settimana bianca scrivevano: «Papà, mamma, siamo felici ma ci mancate». È amore filiale allo stato puro, senza quelle ambiguità (rivalità, proteste, autonomia) che inveleniscono il rapporto 5-6 anni dopo. Dategli ancora 5-6 anni, a questi figli, e quelle parole non le scriveranno più. Ma adesso le scrivono. Il rapporto genitori-figli a quell’età è gioia pura, da conservare nel ricordo. Qui la gioia pura si è rovesciata nel dolore irrimediabile, che ti fa perdere la ragione. È questo il momento terribile, nella cronaca di questa disgrazia: quando i genitori vedono i figli.

Mentre scrivo, i genitori sono in volo dalle Fiandre verso la Svizzera. Le cronache non lo dicono, ma in ciascuno di quei genitori si agita la speranza che suo figlio non sia tra le vittime, che fra poco avverrà il grande abbraccio che ridarà un figlio al padre e alla vita. Il bambino non sa ancora di essere mortale, lo imparerà più tardi, molto più tardi, nella terza età. In giovinezza si crede eterno. E anche i suoi genitori lo credono così. A questo livello, la disgrazia non squassa il cuore soltanto, e i nervi, ma la ragione, la fa vacillare o crollare. E non occorre essere il padre o la madre di uno di quei bambini. Basta soltanto essere un uomo o una donna che passa di lì. C’è una donna che ha visto il pullman sfracellato mentre dai suoi finestrini svolazzavano dei fogli, dunque a urto appena avvenuto, e descrive la scena come farebbe un automa: pullman sventrato, sedili tranciati, sangue dappertutto, bambini che la fissano con occhi spalancati, «non sa se vivi o morti». A quest’ora i genitori saranno arrivati, tutti. E sapranno. Le analisi per l’identificazione saranno finite o finiranno presto. I figli torneranno ai padri nell’unico modo possibile. Non ci sarà spiegazione.

Sulla morte di un figlio di questa età il regista Malick ha costruito un film che ha ottenuto la Palma d’Oro nel 2011. Nel film la madre di un figlio morto in un incidente alza gli occhi e chiede: «Cosa siamo noi per te?», dall’alto scende una risposta che la gela: «Dov’eri tu quand’io creavo le galassie e gli abissi?». Mi torna sempre in mente questa botta-risposta, quando penso al problema. È nella Bibbia, Giobbe. Posto così, il problema è un rapporto di potere: noi non abbiamo alcun ruolo se non quello di sopportare l’insopportabile.

Usagi Drop
21/10/2011

Usagi Drop

Usagi Drop è il classico slice of life relativo ad un trentenne che si ritrova a far da tutore alla figlia del nonno. Abituato ad una vita da single e da senza-prole, vale a dire una vita incentrata sul lavoro e sulle bevute, Daikichi si ritrova improvvisamente a dover fronteggiare la vita genitoriale, per di più con una bambina di già 6 anni.

Il tema del cambiamento e della scoperta di una nuova dimensione di vita sarà quindi motore di una crescita psicologica del protagonista e di una autoconsapevolezza che renderà Daikichi davvero un uomo relaizzato.

Le tematiche trattate, pur essendo pesanti (la morte e l’abbandono soprattutto) vengono lette e raccontate con la doppia lente del mondo adulto di Daikichi e quello infantile di Rin. Un intreccio azzeccato che porta lo spettatore ad essere partecipe in maniera realistica e credibile ad una “fetta di vita” di questa coppia nata quasi per caso.

Qui trovate gli episodi in streaming ITA:
http://www.itastreaming.info/serie/Usagi-Drop/

Daikichi e rin

 

Di seguito la opening:

Tokio Magnitude 8.0
13/08/2011

tokio magnitude

Una trama lineare: due bambini rimangono vittime del più devastante terremoto che abbia mai colpito Tokyo e rimangono isolati dalla propria famiglia. Provvidenziale è l’incontro con una donna adulta, Mari, la quale deve tornare a casa ad ogni costo perché ha lasciato lì la madre e la figlia piccola. Dato che devono fare la stessa strada s’incamminano attraverso Tokyo.
Non ci sono mirabolanti salvataggi, scene di sangue, atti di incredibile eroismo. Non troveremo i classici personaggi cliché ma una variegata e realistica fauna metropolitana.

protagonisti

Cosa rende questo anime degno di essere recensito e soprattutto caldamente consigliato? Ciò che viene raccontato tra le righe.

La lunga strada verso casa non è solo  un percorso fisico, bensì anche racconto di formazione, di autoanalisi forzata dalla tragedia appena avvenuta; è proprio nei momenti in cui esse ci vengono portate via che ci rendiamo realmente conto dell’importanza delle cose che abbiamo intorno, e sarà quindi proprio la giovane protagonista Mirai a subire l’evoluzione più consistente e suo malgrado forzata, pentendosi e rendendosi conto dei suoi errori nel rapportarsi coi propri genitori e col proprio fratellino, nonché della vacuità della sua esistenza fino a quel momento.

Nell’ultimo quarto di serie, invece, vien fuori la parte migliore di questo anime: la parte psicologica, la parte drammatica.
Un finale struggente, che rende prepotentemente protagonista la grandezza dei sentimenti umani, che fa riflettere sulla vita e sulla difficoltà di accettare determinate realtà ed avvenimenti. In breve, la rivelazione dell’annata 2009, un’opera carica di sentimenti e commozione, paragonabile per intensità a “Una tomba per le lucciole“.

Per chi desidera vedere le 11 puntate:
http://animemangalegend.forumcommunity.net/?t=46211707

La 25° ora
06/06/2011

La 25° ora è quell’ora che non esiste.
E’  quell’ora che tutti noi vorremmo vivere per riscattarci, per fare ciò che non abbiamo fatto nelle 24 ore precedenti. E’ il risultato delle nostre riflessioni, dei più e dei meno. E’ la risposta alla complessiva valutazione della nostra esistenza. La 25° ora è il rammarico per ciò che poteva essere e non è stato. E’ la sintesi degli errori ma anche la speranza che ci sia ancora del tempo per correggerli. La 25° ora è un sogno. Un sogno triste e malinconico che puzza di fallimento. Non c’è rivalsa nella 25° ora, perchè non esiste.

Ma la 25° ora è anche risveglio: questa è la realtà nuda e cruda e la si deve accettare così com’è . . . la 25° ora rimane, e rimarrà, per sempre soltanto la proiezione immaginaria di una vita possibile.

Abbiamo solo 24 ore a disposizione. Viviamole. Il capolavoro è arrivare alla fine e non avere bisogno dell’illusione di viverne una in più.

 

 

 

Non Lasciarmi
24/04/2011

Non Lasciarmi

Ecco un altro film interessante che mi trovo a recensire per il messaggio che porta con sé.
Tratto dal libro “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro, ci racconta di una ucronia, ovvero una realtà storica diversa dalla nostra.
Una realtà dove esseri umani vengono clonati e cresciuti per essere usati come donatori di organi. Una storia drammatica che attraverso i sentimenti, l’amore, la gelosia, l’amicizia, la speranza, la ricerca di un senso della vita ci porta verso una riflessione esistenziale profonda.

In questo film  il clone non è altro che l’immagine speculare delle nostre esistenze. Proprio come loro infatti, anche noi tendiamo a non sottrarci a quello che è il nostro destino, il nostro percorso, lo accettiamo passivamente.L’infanzia finisce quando scopri che un giorno morirai“. Credo che questa frase, presa in prestito da IL CORVO, accosti l’immagine dei tre protagonisti con il nostro percorso esistenziale. I tre protagonisti hanno un vissuto alle proprie spalle che sa di incompiuto, infatti tra amori non confessati, tra incertezze e paura dell’abbandono e della solitudine, questi personaggi, giunti alla fine del proprio ciclo, non potranno far altro che rimpiangere, come tutti, le occasioni mancate. Vorrebbero poter avere altro tempo, vorrebbero poter recuperare ciò di cui loro stessi si sono depredati. Ma è troppo tardi. E’ il ciclo della vita, crudele e cinica questa prospettiva è l’unica realtà alla quale purtroppo ognuno di noi non potrà sottrarsi.

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Siamo una barca arenata nella sabbia in prossimità del mare, e purtroppo della nostra incompletezza, della nostra mancata realizzazione riusciremo a rendercene conto quando la sabbia avrà esaurito i suoi granelli nella clessidra del tempo.
[Da un commento su filmscoop]

La rassegnazione ed il senso di inesorabilità che trasmette l’intera vicenda non sono supportati da nessun elemento che li renda credibili ed accettabili. Ed è proprio questa la forza del messaggio presente nel film.

Nessuna fuga ha senso, o è possibile, perché non si fugge alla condizione umana.

Il nostro disappunto nella visione è in realtà la trasposizione della nostra vita, priva di reale libertà, inellutabile e per questo inaccettabile. E neppure il vivere il più grande dei sentimenti umani, l’amore può essere lasciapassare per la salvezza e/o chiave di comprensione della vita. Come nella stupenda riflessione del romanzo “un amore” di Dino Buzzati, L’amore non è in grado di distruggere un destino segnato dall’uomo.

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Si arriva all’epilogo smezzati, atterriti e arrabbiati. L’urlo straziante di Tommy è forse banale ma puntualissimo. Fortunatamente questa sincronia emozionale non si rompe, al contrario si realizza compiutamente nel finale. Il pensiero che emerge, sapientemente accompagnato dalla bravura del regista Mark Romanek,  trova sfogo nelle ultime parole di Kathy. Una riflessione essenziale e limpida, una chiusura pressoché perfetta: non vi è davvero differenza tra cloni e originali.

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Un amore – Dino Buzzati
19/11/2010

« “Era una delle tante giornate grigie di Milano però senza la pioggia, con quel cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia al di là della quale il sole, forse.” »

Trovai questo libro in cantina, seppellito tra molti altri. Era l’edizione della Oscar Mondadori da 350 lire. Il titolo era semplice, diretto, senza pretese. In copertina il volto disegnato di una donna dai lineamenti fini e un po’ francesi  che mi ricordarono Audrey Hepburn. Avevo 16 o 17 anni, non ricordo. Ma rammento bene che lo tenni tra le mani, lo guardai, lo soppesai e decisi che sarebbe venuto con me a casa.

La storia racconta di un architetto di 49 anni Antonio Dorigo (fate attenzione al suo cognome perché dopo vi ritornerò), che per sua natura ha sempre trovato problematico il rapporto con l’altro sesso: la donna come creatura diversa, irraggiungibile, incomprensibile. Questa sua visione lo porta a soddisfare i suoi bisogno fisici presso una casa d’appuntamenti.

Li conosce la ballerina Adelaide, ragazzina capricciosa, evasiva e misteriosa della quale si innamora ossessivamente.
Dorigo cade senza possibilità di salvezza in un gorgo di tradimenti, gelosie, umiliazioni, sofferenze, arrabbiature, tormenti. Conosce le pene dell’amore, cerca di allontanarsene in un moto di autroconservazione, forse d’orgoglio. Ma inevitabilmente ne diventa schiavo.

L’amore per Adelaide non è ovviamente solo passionale. E’ un amore platonico perché non riesce ad essere vissuto pienamente. Lui ha il corpo di quella donna perché la paga, ma i suoi sentimenti, sono sfuggenti. Così come sfuggente è lei tra menzogne, spavalderia e strafottenza.
Dorigo riscopre l’amore come sentimento misterioso e insondabile, come binocolo per guardare la sua vita passata semplicemente mediocre e insignificante.

Con l’innamoramento egli è davvero costretto a rimettersi in gioco, a rivedere i suoi pregiudizi, la sua confortevole, ma mortifera routine, a criticare la sua solida rispettabilità borghese, a modificare la sua visione del mondo e della vita.

Fortemente autobiografico, questo romanzo volge apparentemente verso un lieto fine, con Adelaide che aspetta un bambino da lui e che dorme nel suo letto. Ma se le parole scritte sembrano dire una cosa, la percezione che se ne ha va nella direzione opposta.

A questo punto “Un Amore” si ricongiunge, ampliandolo, al concetto espresso nel Deserto dei Tartari dove Giovanni Drogo (ecco la similitudine fra i nomi) alla fine della vita comprende che non c’è nessuna azione di gloria se non quella di accettare la morte con dignità, non ci sono ricompense, l’uomo può solo morire senza conoscere il mistero che l’ha partorito.

Qui Buzzati arriva alla conclusione che neppure l’esperienza più vitale che può fare l’uomo, quella della passione che pure può stravolgere con potenza una monotona esistenza, neppure l’amore passione può far derogare dalla consapevolezza dell’ineluttabile destino che tutti attende. L’uomo non può sfuggire al proprio destino né attraverso azioni eroiche e la gloria né attraverso il più sanguigno e vitale dei sentimenti, l’amore.

Per l’uomo dunque non c’è scampo, tutt’al più esiste un’età dell’oblio, la giovinezza, quando il futuro è talmente lontano da non essere percepibile e quindi preoccupante.
Quello che ieri il giovane Buzzati aveva percepito scrivendo Il Deserto, oggi l’uomo l’ha sperimentato, l’ha dimostrato, l’ha vissuto, perché Drogo non aveva avuto il suo momento di eroismo, Dorigo invece l’ha avuto nella sua eroica passione. Buzzati quando scrive Il Deserto dei Tartari ha 33 anni ed è sconosciuto ai più, quando scrive Un Amore ha 57 anni, è già uno scrittore famoso ma questo non basta ad evitargli, una volta per tutte, la certezza dell’impotenza, della delusione di appartenere ad un “meccanismo” che ci ha condannati a non saper svelare il profondo interrogativo della vita; al dolore intimo, acuto, dei sentimenti, si aggiunge il dolore universale, del nostro essere.

Quello che nel Deserto era una teoria qui diventa realtà e non c’è più il tempo per altre esperienze che possano illudere di mutare il senso dell’esistenza. Allora Antonio Dorigo si arrende e consegna se stesso alla dignità dell’accettazione seguitando a vivere un amore che è diventato il riflesso di se stesso e riflette la profonda solitudine dell’Uomo, solo con le sue angosce.

Un Capolavoro.

Il disinteresse per le grandi tragedie
05/08/2010

Un disegno fatto da un bambino del Darfur che racconta la realtà di quella zona africana

La riflessione di oggi riguarda un atteggiamento abbastanza comune:
L’essere umano è maggiormente capace di emozionarsi, provare sincera compassione e di motivarsi al “dover fare qualcosa” per un singolo individuo piuttosto che per un gruppo numeroso.

La potenza evocativa della storia di una singola Anna Frank ci spinge a maggiori riflessioni piuttosto che una generica lettura sull’Olocausto e 6 milioni di vittime.

La storia di un bimbo malato in lotta con la vita che necessita di un trapianto di cuore tende a colpirci di più che la notizia di una tragedia umanitaria in Pakistan.

“La morte di un uomo è una tragedia, un milione di morti è statistica”

Questa è la famosa frase pronunciata da Stalin che, benché appaia triste e fredda, fa trasparire l’osservazione di un fenomeno reale. Tale intuizione si può infatti trovare, con motivazioni diametralmente opposte, in un’altra frase famosa, questa volta pronunciata da Madre Teresa di Calcutta:

“Se guardo alla massa non agirò mai, se guardo a uno solo, potrò farlo”

Esiste quindi l’esistenza di un meccanismo mentale che ci porta a ragionare in questi termini e la ricerca del Professor Paul Slovic, psicologo dell’Università dell’Oregon, svela alcuni aspetti del nostro pensare di cui vale la pena parlare.

Esistono due metodologie attraverso le quali le persone registrano la realtà che li circonda: Esperienziale e Analitico.

Il primo è di tipo affettivo, intuitivo, immediato e non verbale (ovvero tende a codificare la realtà attraverso modelli, immagini e metafore).
Il secondo è razionale, lento e logico.

L’aspetto affettivo dell’acquisizione esperienziale tende ad attribuire valori all’informazione entrante “colorandola” ed è fondamentale per promuovere le dinamiche che portano all’azione.

Tale processo si è evoluto per soddisfare uno scopo ben preciso: Proteggere l’individuo o il suo ristretto gruppo di affetti da pericoli ben visibili e immediati. Ergo tende a perdere la sua caratteristica di manipolazione emozionale dell’informazione quando si parla eventi su larga scala e distanti dal soggetto. Ecco quindi che appare fondamentale la vicinanza della vittima, dove per vicinanza si intende non solo la locazione geografica ma le similitudini tra soggetto e vittima, dove quindi l’immedesimazione può essere più forte, e ovviamente la vicinanza intesa come misura dei legami affettivi che possono intercorrere tra gli individui.

Il processo esperienziale inoltre, per essere performante nella sua immediatezza, non può che essere molto semplice e a tratti persino ingenuo.
Esso infatti ha una limitata capacità di processamento dell’informazione che lo porta a percepire, ad esempio, con maggior peso la proporzione rispetto al numero. Ovvero (diversi studi lo confermano) è ritenuto preferibile il salvataggio dell’80% di un gruppo composto da 100 individui, rispetto al salvataggio del 20% di un gruppo di 1000 individui.

Vie da sé che questa preferenza non sia né razionale né logica e che un peniero realmente analitico la smonterebbe come chiaramente errata. Ma il dato su cui riflettere è che il numero di vite salvate genera meno emozione rispetto alla proporzione sul totale.
Questa sempice metodologia infatti registra 80% come positivo e 20% come negativo, senza approfondire ulteriormente l’analisi, non avendone gli strumenti.

Ecco quindi che con questo limitato e semplice meccanismo è facile sentire l’umanità e la partecipazione emotiva verso un solo individuo ed è molto più difficile per una massa.

Questo è anche il motivo mediatico per cui per generare interesse emotivo ad un evento è fondamentale raccontarlo con immagini, volti, storie individuali che diventino rapprentative.

I Pulcini
05/05/2010

Avete presente i pulcini? Quelli piccoli, gialli e soffici e che fanno tenerezza?
Bene, oggi parlerò di loro.

C’è una cosa che sicuramente sapete tutti…i pulcini crescono e quando diventano adulti, se sono femmine diventano Galline e se sono maschi diventano Galli.

Un’altra cosa che sapete sicuramente tutti è che SOLO le Galline fanno le UOVA.

(Ammettetelo, state pensando che voglia battere il record di ovvietà in 10 righe…)

Ebbene ora dirò una cosa che forse non tutti sanno: Le galline da uova che vengono allevate per questo scopo sono di una razza specifica, diversa da quelle da carne.

Ecco che quindi sorge la domanda: ma negli stabilimenti industriali di produzione di uova, i pulcini maschi delle razze ovaiole, che fine fanno? Inadatti per fare le uova (sono maschi), inadatti per essere cresciuti per fare carne (troppo magri)…..

Ci state pensando? Ecco la ripsosta in questo video. Ascoltatelo e guardatelo e se possibile condividetelo per fare cultura e informazione.

Ovviamente la discussione non è sull’accettare o meno la scelta alimentare che viene proposta alla fine del video (per quanto sia un argomento che si può trattare), ma sull’informazione e sulla volontà inconscia di molti di noi di non voler sapere le cose che possono generare del fastidio morale. Meglio non sapere recita un vecchio adagio. Voi che ne dite?