Vita di PI
04/07/2014

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Vita di PI” non è semplicemente un film da vedere. E’ una riflessione profonda sulla vita, su Dio e sulla fede.
Il regista Ang Lee, che già avevo apprezzato per il film “Lussuria” del 2007, affronta argomenti estremamente difficili, escatologici e metafisici con un linguaggio che sia comprensibile ai più. Un campo di battaglia dal quale solo i grandi sono usciti vincitori: basti citare “2001 Odissea nello spazio”  di Kubrick o “The Tree of life” di Terrence Malick (che definisce il paradigma di morale e di natura con il suo concetto di Grazia) passando anche per il trascendentale  “The Fountain” di Aronofsky.

Ma Ang Lee riesce nell’impresa di far passare un messaggio (che poi è una domanda: “Dio esiste?”) con una storia semplice, lineare e di fatto poco originale: il libro di Yann Martel, da cui è tratto il film, racconta una storia molto simile ad un altro libro “Piccola guida per naufraghi con giaguaro e senza sestante” di Moacyr Scliar, pubblicato nel 1981. Il film d’altronde presenta alcuni caratteri tipici di un certo genere di filmografia commerciale. Abbiamo infatti una storia di difficoltà con lieto fine, un ragazzino come protagonista, la presenza di animali, un comparto grafico eccezionale. Banalmente, l’elenco di componenti essenziali del classico film Disney di successo.

Questo fa si che “Vita di PI” sia una bella scatola ma, sorpresa, con un contenuto ben più prezioso. Un film metaforico la cui morale di fondo non ha un’unica interpretazione e che pertanto si fa specchio dell’anima rispetto allo spettatore che potrà tradurlo attraverso la propria individualità, le proprie credenze, la propria storia.

La storia, senza fare troppo spoiler, è quella di un naufragio e della forzata convivenza sulla stessa scialuppa di salvataggio di un ragazzo e di una tigre che dovranno trovare un equilibrio per poter sopravvivere entrambi. La potenza simbolica del film invece, costruita efficacemente lungo tutto il percorso, esplode nel finale quando due dipendenti della società di assicurazioni chiedono una deposizione di quanto accaduto. Alla storia raccontata durante l’opera e ritenuta poco credibile dai due se ne affianca un’altra, più cruda e realistica, dove le metafore scompaiono.

Il successo del Film è tutto qui: non c’è espressione di un giudizio, non si fa una critica alla morale, non si parla né di etica né di valori religiosi. Si presenta semplicemente l’uomo e la sua dualità. Le regole e i principi della società civile, contrapposti all’istinto bestiale che emerge nella necessità di sopravvivenza.

Ma la storia è anche quella di un’esperienza mistica: l’uomo lasciato solo, immerso nella Natura che lo circonda e in quella umana che lo contraddistingue, si ripiega su se stesso alla ricerca profonda del suo Io divino. In quell’oceano piatto e sconfinato, sotto un cielo di stelle Pi comprende l’uomo e analizza la sua fede. Ed è proprio nel fare questo che emerge la seconda intuizione interpretativa: Pi è in realtà Dio.

Estraneo al contesto (la sua zattera), porta sulla piccola scialuppa etica e regole che non sempre riescono ad essere recepite. Ciò nonostante non nega il suo amore neanche alla più famelica delle bestie, la Tigre/Uomo. Gli salverà più volte la vita, si occuperà di nutrirlo ed accudirlo. Il rapporto tra la tigre e Pi sembra quello intercorrente tra l’uomo e Dio, l’incapacità umana di vedere la divinità è emblematica nella scena finale dove la tigre abbandona Pi senza degnarlo nemmeno di uno sguardo. La sua natura gli impedisce di capire l’amore ricevuto senza il quale non sarebbe mai riuscito a conseguire la salvezza.

In questa chiave di lettura la dualità metaforica della storia si arricchisce di un valore profondo: nella prima si racconta di un rapporto difficile ma di un amore assoluto, nella seconda della bestialità intrinseca e nella Natura letta e raccontata senza la presenza del Divino.

A ciascuno individuo la scelta di “come” raccontare la propria storia.

 

 

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La Responsabilità del domani
12/03/2010

La vita è un insieme di luoghi e di persone che scrivono il tempo.
Il nostro tempo.
Noi cresciamo e maturiamo collezionando queste esperienze.
Sono queste che poi vanno a definirci.
Alcune sono più importanti di altre, perché formano il nostro carattere.
Ci insegnano la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
La differenza tra il bene e il male.
Cosa essere e cosa non essere.
Ci insegnano chi vogliamo diventare.
In tutto questo, alcune persone e alcune cose si legano a noi in un modo spontaneo e inestricabile.
Ci sostengono nell’esprimerci e nel realizzarci.
Ci legittimano nell’essere autentici e veri.
E se significano veramente qualcosa, ispirano il modo in cui il mondo cambia e si evolve.
E allora, appartengono a tutti noi e a nessuno
“.

Alcuni tra voi avranno riconosciuto l’origine di questo testo.
E alcuni lo ricorderanno letto dalla bella voce di Tognazzi.

Ricordo che quando lo vidi rimasi sorpreso dalla potenza evocativa di alcune immagini (lo svincolo di Capaci che sottolinea la parola “male”…)
e ricordo anche come, lo stesso Spot, nella versione francese, non ottenesse lo stesso effetto, legando allo stesso testo immagini che non fanno propriamente parte della nostra Italica storia.

Questo sottolinea proprio il concetto espresso da quelle parole:
Le nostre esperienze, i nostri modelli, ciò che siamo e ciò che saremo, sono legati soprattutto a questo “nostro tempo”.
Una casa costruita con migliaia di mattoni e dove ogni mattone rappresenta persone, luoghi, momenti…

Mi piace soprattutto una frase:
E se significano veramente qualcosa, ispirano il modo in cui il mondo cambia e si evolve
E’ una frase non tanto di speranza quanto di richiamo alla responsabilità.
Ci dice che noi oggi possiamo ispirare il cambiamento del domani con la nostra esistenza, con le nostre scelte, le nostre azioni, le nostre parole.

La riflessione di oggi quindi è: cosa stiamo ispirando noi oggi?

Omohide poro poro (“Only Yesterday”)
28/01/2010

Omohide Poro Poro - Anno: 1991 - Durata: 118 minuti

Omohide poro poro, letteralmente, significa “Ricordi goccia a goccia”.
Ho deciso di recensire quest’opera del maestro Isao Takahata sia nella categoria “Recensioni” che in quella “Riflessioni” e leggendo la trama capirete il perché.

La storia narra di Taeko Okajima, classica impiegata di una grande azienda di Tokyo che, a 27 anni suonati e nonostante la disapprovazione della madre, non ha ancora trovato un fidanzato.

Durante un periodo di ferie decide di tornare ai luoghi della sua infanzia, ospite della famiglia del cognato, e fare la vita di campagna che tanto la attira.

Durante il viaggio e il soggiorno ritroverà momenti dimenticati di quando era ancora bambina, l’amore infantile, la paura di diventare donna, il rapporto con la propria famiglia. Una lenta pioggia di ricordi che cadranno lentamente, ma inesorabilmente, su di lei, scavandola, colpendola, cambiandola.

Inizialmente ho pensato che il fil rouge dell’opera fosse un tema sul modello de “Alla Ricerca del Tempo Perduto” di Proust, ma mi sbagliavo.
L’opera infatti non è incentrata sul rammarico del “ciò che poteva essere” e che non si può più vivere, ma sulla profonda riflessione del “chi siamo diventati”.
Grazie alla contrapposizione tra passato e presente, in un flusso costante di ricordi e di immagini, la protagonista mette a confronto due momenti della propria vita: l’infanzia e l’inizio della maturità. Attraverso Taeko viene posta a noi la domanda: “Siamo la persona che avremmo voluto essere da bambini?”.
Rileggere i propri desideri e le proprie aspirazioni tenendo per mano quella bambina di dieci anni che si materializza al suo fianco sempre più viva, permette a Taeko di mettere in discussione ogni scelta fatta. Di poter finalmente prendere le redini della sua esistenza e mutarne il corso prima di ritrovarsi intrappolata in una vita non sua.
Questa consapevolezza della reale possibilità di cambiare la propria direzione esistenziale e di stravolgere gli equilibri acquisiti spaventa lei come spaventa noi.
Taeko fugge di fronte a se stessa ma è proprio la “se stessa” bambina a non darle pace, come un silenzioso fantasma che la riporta ad ascoltare la voce del cuore sopita. La sprona, la prende per mano e si congeda da lei solo quando quella parte di coscienza passata si sublima in quella presente rendendo la protagonista davvero consapevole di ciò che vuole dalla vita.

Se desiderate vederlo in streaming basta ricercare “omohide poro poro ita streaming” su google e lo trovate sicuramente!