Manipolazione emotiva: far sentire in colpa
30/01/2015

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La convivenza nella società, in contrapposizione alla vita in solitudine, presenta una base biologica che si centra sul fatto che l’essere umano può ottenere una maggiore sicurezza e possibilità di sopravvivenza se collabora con il resto della sua specie. Tuttavia, anche se la società collabora per preservare la specie nella sua totalità, non fa lo stesso con il singolo individuo. 

Prova di ciò si trova in qualsiasi manuale di storia, in cui si dimostra che la manipolazione degli altri è stato uno dei pilastri su cui si è fondato il dominio di qualsiasi impero. La manipolazione è “il pane quotidiano” della società in cui viviamo e nessuna persona può negare di averla esercitata o di averla subita durante la propria esistenza. Imparare a riconoscere la manipolazione emotiva è il modo migliore per evitarla. Per farlo, però, prima di tutto bisogna sapere cosa sia davvero la manipolazione.

Individuate la manipolazione e non sentitevi colpevoli!

  • “Fai quello che vuoi”: quando vi è una situazione di potere tra due persone, in cui l’individuo che manipola ostenta l’opzione più vantaggiosa, si può minacciare la persona manipolata di perdere alcuni vantaggi nel caso in cui non faccia quello che le viene chiesto. La manifestazione più evidente è quando un familiare oppure un amico fa capire che se non fate X, la relazione verrà compromessa a causa di ciò.
  • “Quello che ho fatto per te”: è la manipolazione per eccellenza e quella utilizzata dalla maggior parte della società. Essere uniti da questo “dare per ricevere” è uno dei modi migliori per far sentire in colpa gli altri.
  • “Non fa nulla”: dopo questa affermazione segue un lungo silenzio e normalmente un linguaggio non verbale che accompagna un’arrabbiatura. Si tratta di una tecnica unica per far sentire in colpa gli altri.
  • “Se non lo fai, non lo faccio nemmeno io”: dietro a questa tenera dichiarazione di buone intenzioni, si trova celata una feroce manipolazione in cui chi manipola appella alla capacità di empatia dell’altro. Nella sua traduzione più estrema questo “autocastigo” giunge all’autolesione da parte del manipolatore.
  •  “Senza te non sono niente“: Il vittimismo è un modo molto basilare di far sentire in colpa, ma molto efficiente.

 

Fonte: http://lamenteemeravigliosa.it/

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MMORPG – Chi gioca? e perché?
26/12/2012

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Nick Yee della Stanford University si occupa prevalentemente di cyberpsicologia e in particolare di videogamers on line. Stavolta ha tirato fuori un modello motivazionale per spiegare una cosa semplicissima, e cioè che non tutti coloro che videogiocano on line possono essere collassati in un unico archetipo, che persone diverse scelgono di giocare per ragioni differenti e che lo stesso videogame può avere diversi significati o conseguenze per diversi giocatori.

Se invece chiedete a un cybercritico qualunque vi risponderà che si gioca on line per “fuggire dalla realtà”. Evviva la profondità di analisi.

Il tentativo che Yee fa è quello di articolare e riassumere in pochi fattori la miriade di motivazioni di chi gioca ai Massively multiplayer online game (MMOG), consentendoci così non solo di avere una descrizione esaustiva di queste motivazioni, ma anche di capire le preferenze che diversi giocatori possono avere per un gioco o per l’altro, le modalità con cui giocano (il tempo trascorso innanzitutto), i comportamenti dentro al gioco, e la relazione fra alcune variabili demografiche e motivazioni del giocatore.
Ha creato una lista di 40 domande basate sui Bartle’s Player Types e l’ha messa on line su alcuni portali che ospitano giocatori di MMOG, che giocano a popolarissimi videogame come EverQuest, Dark Age of Camelot, Ultima Online, e Star Wars Galaxies. Ha così potuto collezionare le risposte di 3000 giocatori.

Attraverso alcune analisi statistiche è giunto alla seguente ripartizione motivazionale:

Componente Successo
Avanzamento: il desiderio di accumulare potere, progredire rapidamente e accumulare punti o simbologie di status e potenza.
Funzionamento: l’interesse ad analizzare le regole sottese e il sistema per ottimizzare la performance del personaggio.
Competizione: l’interesse a sfidare e a competere con gli altri.

Componente sociale
Socializzazione: avere un interesse ad aiutare e a chattare con altri giocatori.
Relazione: il desidero di formare relazioni significative a lungo termine con gli altri.
Lavoro di gruppo: derivare soddisfazione da essere parte di uno sforzo di gruppo.

Componente Immersione
Scoperta: trovare e conoscere cose di cui la maggior parte degli altri giocatori non sa
Gioco di ruolo: creare un personaggio con una storia passata e interagire con altri giocatori per creare una storia improvvisata.
Customizzazione: avere un interesse a modulare l’aspetto del proprio personaggio
Fuga: usare l’ambiente virtuale per evitare di pensare ai problemi della vita reale.

Una motivazione forte in uno di questi fattori non sopprime quelle negli altri, in altre parole se un giocatore ha un alto punteggio nella componente di successo non vuol dire che totalizzi un punteggio basso nella componente sociale. Anzi la correlazione fra tutte le componenti è piuttosto alta.
Da un punto di vista demografico gli uomini totalizzano maggiori punteggi nella componente Successo, mentre le donne totalizzano di più degli uomini nella subcomponente Relazioni. Non ci sono differenze nella subcomponente Socializzazione. In altri termini sembra che i maschi socializzino esattamente quanto le femmine, ma cerchino cose diverse in queste relazioni.
Per valutare se qualcuna di queste motivazioni correlasse con un uso patologico del gioco è stato implementato anche un questionario diagnostico: i risultati hanno dimostrato, non sorprendentemente, che solo la motivazione alla Fuga, e quella all’ Avanzamento predicono in maniera significativa un comportamento patologico da parte del giocatore.
Questo suggerisce che pre-esistenti depressioni o disordini dell’umore sono comuni fra gli utenti che sviluppano un uso problematico dei giochi on line.

Fonte: Psicocafe

L’amore ai tempi di Internet
09/09/2010

Viviamo un’epoca di cambiamenti sociali e relazionali, per lo più promossi dalle nuove tecnologie comunicative che hanno aperto scenari e possibilità prima inesistenti. La nostra è una generazione che per sviluppare un rapporto interpersonale di tipo sentimentale usava fondamentalmente la presenza fisica, il telefono e le classiche lettere.
Oggi le cose sono cambiate, i canali sono aumentati: SMS, Email, Blog, Forum, Social Network, chat ecc ecc hanno dato la possibilità alle persone di esprimersi in maniera più variegata e di poter utilizzare lo strumento che più si confà al nostro carattere o alla situazione.

Sono così nate molte relazioni, che potremmo definire da un punto di vista classico, non convenzionali. Ma la riflessione di oggi non è sulla natura, la stabilità o le caratteristiche di queste relazioni, bensì su come queste vengono percepite da chi, come noi, ha vissuto l’evoluzione, ha visto i due mondi e, direttamente o indirettamente, emette un giudizio.

Traci L. Anderson del Dipartimento di Comunicazione della Bryant University nel Rhode Island si è posta scientificamente la domanda, ovvero ha cercato di definire i parametri che definiscono le basi da cui nasce il favore o lo sfavore verso questo genere di relazioni.

a) l’affinità con internet ( il grado con cui una persona si sente “vicina” alla rete,  le attribuisce valore e importanza)

b) il tempo speso su internet (ore per settimana)

c) le credenze romantiche (quel sistema di opinioni e credenze centrato su alcuni  “ideali” di come una relazione intima si instaura e funziona, ad esempio “il grande amore si incontra una sola volta nella vita” oppure “l’amore è eterno”)

d) la percezione di realismo (il grado con cui le persone credono che quello che leggono, vedono o sperimentano in un ambiente mediatico sia rappresentativo della vita reale).

Allo studio hanno partecipanto 177 soggetti mai coinvolti personalmente in una web-relazione di nessun genere.

Cosa è emerso?
E’ apparso subito evidente che tanto più le persone intervistate avevano un’affinità con la rete e tanto più spendevano il loro tempo in relazione ad essa, tanto la loro opinione sulle relazioni web-based risultava positiva.

Per ciò che concerne il terzo parametro (le credenze e la complementarietà agli stereotipi classici della relazione romantica) è stato rilevato che più i soggetti presentavano aderenza a quei modelli, più il loro giudizio appariva sfavorevole. Il motivo è da ricercarsi probabilmente nel fatto che tali individui sono portati a idealizzare forme più “convenzionali” e tradizionali di amore, e a ritenere di assoluta importanza il desiderio sessuale .
La relazione on line risulterebbe per questi soggetti inconcepibile perché contraria a uno standard idealizzato e per la convinzione che un’attrazione sessuale non possa essere esperita con qualcuno che non si è mai conosciuto di persona.

Per ciò che concerne il quarto parametro ci si aspettava che soggetti che credono che ciò che si esprime nella rete (idee, contenuti ecc ecc) siano reali o quantomeno realistici avessero maggior favore ed accettazione nei confronti delle relazioni sentimentali on line. Invece pare non sia così. Non c’è sovrapponibilità tra ciò che è considerato “vero” e ciò che è considerato “buono” (ovvero posso credere che la rete rispecchi perfettamente la realtà ma continuare a non considerare cosa buona le relazioni che nascono tramite essa)

Il risultato finale, a prescindere dai parametri sopracitati, è stato che buona parte dei partecipanti ha giudicato questo tipo di relazioni negativo e sfavorevole.

Paura del nuovo e di ciò che non si conosce? Necessità di aderire agli schemi classici con i quali siamo cresciuti e che ci danno sicurezza? Mass Media che presentano spesso queste relazioni come potenzialmente pericolose? Probabilmente sono molti i fattori che interagiscono per determinare la poca convinzione sulla bontà di queste relazioni. Alle prossime generazioni, l’ardua sentenza!

Pregiudizio sistemico
18/05/2010

Il termine “pregiudizio sistemico” è un neologismo  usato per descrivere un pregiudizio  che è endemico o inerente ad un sistema, specialmente un sistema umano.

Esiste una sostanziale differenza tra le parole sistemico e sistematico.
Il primo ha un accezione di non pianificazione e sorge naturalmente dal sistema stesso. Il secondo invece appare più come evento individuale che sorge come effetto delle dinamiche del sistema stesso.

Per capire cosa sia esattamente farò un esempio pratico:

Un concorso di poesia che è stato sempre vinto da uomini bianchi, sarebbe soggetto ad un ragionevole sospetto di pregiudizio, verificato che non ci sia  nessuna ragione inerente per cui gli uomini bianchi sarebbero poeti migliori. Un tale tipo di pregiudizio potrebbe essere deliberato o completamente inconscio.

Il concorso di poesia potrebbe avere una giuria composta da un insieme di vincitori passati: dopo tutto, chi meglio di qualcuno che ha già vinto potrebbe giudicare? Comunque, potrebbe essere che oltre a scegliere in base alle capacità poetiche, essi siano inclini a scegliere persone con cui condividono dei valori, sia riguardo alla poesia, che su altre materie, producendo così una serie continua di vincitori che sono poeti maschi bianchi.

In questo caso il pregiudizio potrebbe sorgere da una difesa conscia o inconscia di interessi di genere e razza, o semplicemente da un punto di vista condiviso; in entrambi i casi, ciò risulta in una rappresentazione pregiudizievole della realtà che stanno descrivendo in termini di qualità dei poeti e della poesia.

La Considerazione:

Questo stesso esempio è a sua volta prova di un pregiudizio sistemico, poiché presuppone che singoli individui ricadenti nella categoria “maschi bianchi” abbiano, tutti od in maniera preponderante, gli stessi valori e che questi non possano condividere con persone esterne i medesimi valori, in altre parole, mentre insinua una visione classista da parte dei giudici la assume, ma in senso opposto.

Il risultato:

Come si può notare, dunque, alcuni presunti pregiudizi possono essere individuati soltanto in base ad altri presunti pregiudizi.

Poiché il pregiudizio  è inerente nelle esperienze nelle relazioni delle persone nella loro vita quotidiana, non può essere eliminato con l’educazione o l’addestramento, ma la consapevolezza dei pregiudizi può essere migliorata, permettendo l’adozione di meccanismi di correzione compensanti.