Il Denaro
05/02/2011

Il passo di Marx che qui riporto è tratto da: “Manoscritti economico-filosofici del 1844”. La traduzione è di Norberto Bobbio.

Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità.

Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro.

Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio.

Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il possederne è bene; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto.

Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti?

Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?”.

Questo di seguito invece è il commento di Fabio Gabrielli, professore di Filosofia e Storia e scrittore di vari saggi:

Nell’età in cui il quantitativo predomina sul qualitativo, il denaro finisce per diventare l’unico erogatore di significati esistenziali, così come già ci ammoniva Marx nell’Ottocento.

Viviamo in un’epoca in cui, forse più di ogni altra, il denaro è diventato l’unico generatore di senso. Infatti, l’avere, inteso come unica grammatica esistenziale, finisce per portare allo smarrimento non solo della valenza etica del bello, ridotto a possesso, lusso, utilità, ma a obliterare anche quel mistero di cui ognuno di noi è portatore, poiché si pensa che, in un mondo fatto solo di cose, tutto sia descrivibile sul piano quantitativo, privo di vitalità, eticamente neutro e riconducibile solo alla quantità di denaro con cui lo si può comprare. In definitiva, con il denaro si arriva a misurare non solo la quantità, ma anche la qualità del mio vivere e del mio essere di fronte agli altri.

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Il nemico col sorriso
08/03/2010

“Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro

Questo scritto, talmente attuale che la parola che stona pare essere l’obsoleta “imperatore”, ha circa 1700 anni.

E’ di Ilario di Poitiers (Poitiers, 315 circa – Poitiers, 367)
Vescovo, teologo, filosofo e scrittore, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e dalla Comunione anglicana.
E’ un attacco all’imperatore Costanzo 5.

Io credo che oggi viviamo un tempo dove essendo fondamentalmente consumatori veniamo lisciati oltre ogni limite.
Peggio, le tecniche per imbonirci, per imprigionarci in uno stile di vita abominevole, si sono talmente evolute da lasciarci ben poco scampo.
Vengono create in noi necessità che non sono veramente tali e vengono immediatamente soddisfatte in un ciclo senza fine.

Quanto siamo in grado di percepirlo questo nemico? Vero è che tanti tra noi lo vivono come compromesso. Ho il benessere, posso rinunciare a qualcos’altro.

Ma siamo davvero coscienti di cosa sia il qualcos’altro? a cosa rinunciamo con questo modello sociale?

Abbiamo tutto, ma non abbiamo più nulla
07/01/2010

Il lavoro ha, sempre più spesso, come unico obiettivo uno stipendio.
Non è importante che il lavoro sia utile, necessario per la società o per l’individuo che lo svolge.
Lo scopo di un’attività è, di solito, il denaro che se ne può ricavare.
Denaro che serve per comprare beni inutili, prodotti da altre persone che fanno altrettanti lavori inutili. Per rendere utili beni inutili, aumentare la salivazione dei consumatori, abbiamo inventato l’industria della pubblicità. Un inganno colossale, un’autoipnosi a fini di lucro.
C’è una perdita di senso, di scopo complessivo.

L’informazione e la pubblicità, una volta separate, si sono unite, compenetrate in una forma oscena che è ovunque, che giustifica tutto. La distruzione del pianeta, la cancellazione del tempo (nessuno ha più tempo..), la perdita di significato, la mancanza di valori al di fuori di quelli economici. Abbiamo allungato la vita per non poterla vivere, siamo troppo occupati a produrre. Avere, siamo drogati dall’avere, lavoriamo per avere. Abbiamo trasformato il mondo e noi stessi in un PIL, in prodotti a scadenza.
Abbiamo tutto, ma non abbiamo più nulla.

[Pawl Hawken]

La stupenda, concisa, riflessione di Hawken sottolinea alcuni aspetti di un “modus vivendi” che si è andato a strutturare fagocitandoci quasi inconsapevolmente. Abbiamo tutto. Ma tutto cosa? Il superfluo è diventato la nostra nuova necessità. Ci hanno ingannati, ci siamo ingannati. Cos’è tutto questo se non la ricerca della felicità? Non sapendo come raggiungerla cerchiamo lungo la strada dell’effimero, dell’avere, illudendoci che il nostro desiderio venga appagato. Ma è solo un gioco di scatole vuote e colorate.
Stiamo dormendo. Questa è la realtà. Anestetizzati, drogati e accondiscendenti. Siamo scesi a compromesso con la promessa del benessere, abbiamo barattato “il pensare” con il “Grande Fratello”, la ricerca e il dubbio per facili certezze sulle quali dormire sonni tranquilli.
Ma siamo prigionieri senza speranza? o possiamo liberarci? e quale è il costo di tale liberazione? possiamo, vogliamo pagarlo?