Childfree
27/01/2014

bamnbini-ristorante-copia

Piangono, corrono avanti e indietro, giocano, sono rumorosi. Per carità. Meglio tener lontani i bambini da pizzerie, negozi, aerei, e godersi il tempo libero in santa pace. La “no kids zone” è ormai una tendenza sempre più diffusa a livello globale, nata negli Usa sull’onda del libro della due volte mamma Corinne Maier, “Mamma pentita, No Kid. Quaranta ragioni per non avere figli”, ed arrivata in Europa grazie alla furba intuizione di alcuni imprenditori pionieri, che tra i criteri di selezione della clientela di ristoranti e hotel qualche anno fa hanno cominciato a inserire un bel “Vietato l’ingresso ai bambini“.

Anche in Italia pare che il fenomeno si stia sviluppando e già quale avvisaglia c’era stata in qualche fatto di cronaca come quello capitato al presentatore Massimiliano Orsini a Porto Cervo nel 2009 (per leggere l’articolo, clicca QUI)

La cosa che mi ha incuriosito e su cui nasce la riflessione è come la notizia di questi locali (caso recente il Sirani di cui ha parlato recentemente Repubblica, QUI) sia stata percepita e commentata nella rete. A prescindere infatti dall’illegalità dell’operazione in sé (non è possibile vietare l’ingresso ai bambini, lo proibisce la legge, ci spiega Barbara Casillo, direttore di Confindustria Alberghi ) è curioso come i partiti pro e contro siano agguerriti e portino motivazione anche sensate.

“La realtà è che spesso il problema non sono i bambini, ma i loro genitori, che non si curano di quello che fa il pargolo, e se lo critichi ti dice di farti i fatti tuoi e che suo figlio è bravissimo” scrive un commentatore.

Una cameriera nota: La frase che odio di più è: “mi raccomando fai il bravo altrimenti la cameriera ti sgrida”. Quante volte mi sono morsa la lingua per non rispondere: “signora, sua figlia non deve aver paura che la sgridi io, ma dovrebbe dar retta a lei!

Interi reggimenti di genitori incapaci di saper educare al rispetto e al buon senso la propria prole vivono il loro egoismo costringendo i propri bambini a cene e aperitivi in posti di lusso e totalmente inadatti alle tenere  età (per la musica, per l’arredamento, per le luci fastidiose, per il cibo, per gli orari e le attese e per mille altri motivi legati all’ambient del locale e a chi lo frequenta).

Ma il messaggio spiacevole che si percepisce da queste discussioni è la percezione della presenza dei bambini come sinonimo di fastidio, irritazione, disturbo, e quindi, simmetricamente, la loro assenza come sinonimo di tranquillità, ordine, pace, serenità. E’ questa la società che vogliamo per noi?

Personalmente credo che la mancanza di tolleranza da una parte e di buon senso dall’altra distruggano quelle basi del vivere comune che in quanto società siamo tenuti ad applicare. C’è sempre qualcuno, arrogante e prepotente che crede di poter fare quello che gli pare e qualcun’altro che si sente in diritto di condannare a prescindere e ad etichettare (ci sono bambini maleducati? si, allora allontano TUTTI i bambini). La cosa è particolarmente triste perché l’infanzia dovrebbe godere di un rispetto speciale, sia da parte degli estranei che dei genitori, che non dovrebbero esporre i propri figli a situazioni potenzialmente fonti di disagio per tutta la famiglia e per chi giustamente ha magari pagato per cenare in santa pace. Si comincia col dog-free, si continua col kids-free e si finisce con l’intolleranza verso gruppi etnici, sociali, verso la diversità fisica e mentale… Il fastidio per il bambino chiassoso è il sintomo di una posizione culturale ormai maggioritaria che non assegna alcun valore all’infanzia e alla persona in generale.

Forse la soluzione migliore ce la da ancora una volta un utente che commenta:

Io sogno una società stupid-free!

Fonti: Repubblica.

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Essere fortunati
06/09/2013

strage di beslan

 

Tra qualche giorno iniziano le scuole. Quando vedo tutti i bambini che entrano a scuola per il primo giorno, con i loro zaini, i loro sorrisi, la loro voglia di fare, giocare, raccontare l’estate appena passata, mi viene sempre da pensare a quanto siano fortunati loro come figli e noi come genitori. Si è vero, ci sono le difficoltà, c’è la crisi, ci sono i 1000 problemi che ciascuno ha che sembrano sempre enormi o quantomeno più grossi degli altri.

Ma non vedo i nostri figli lavorare come schiavi 14 ore al giorno, non li vedo morire di fame, non li vedo malati in un campo profughi senza medicine, non li vedo salire su un barcone della speranza attraverso un mare che potrebbe ucciderli, per arrivare in un paese dove gente che non li conosce li guarderà con odio e li chiamerà “rompicoglioni” perché credono attentino al loro benessere. Non vedo la disperazione dei miei amici mentre piangono su corpi senza vita in seguito ad una bomba arrivata dal cielo o legata alla cintura di un pazzo.
Non vedo una strage scolastica come quella che accadde proprio in questi giorni, nel 2004 a Beslan, nella quale morirono 186 bambini. Per pura follia.

Può sembrare retorica e certamente un po’ lo è.
Ma oggi siamo enormemente fortunati, solo per il fatto di non aver dovuto vivere certi orrori.
Quindi leggete il post di oggi come un invito a riformulare la visione che avete della vostra vita: il non potervi comprare l’ultimo Iphone forse non sarà più un motivo tanto ragionevole per dichiararsi infelici.

 

 

Fucili progettati per bambini
01/05/2013

Crickett

Prendo spunto da un recente fatto di cronaca accaduto nel Kentucky:

BURKESVILLE – Un bambino americano di 5 anni ha ucciso la sorellina di 2 anni con un fucile calibro 22 progettato specificatamente per bambini che gli era stato regalato lo scorso anno e con cui sparava abitualmente. La madre dei bambini si trovava in veranda quando ha udito lo sparo e si è precipitata in casa.

L’azienda che produce il fucile  calibro 22 Crickett che ha colpito a morte la bimba, è la Keystone Sporting Arms, che si trova a Milton, in Pennsylvania. Produce circa 60,000 armi di quel tipo destinate ai bambini, ma anche numerosi modelli per adulti. Lo slogan per pubblicizzare questi giocattoli pericolosi è “Il mio primo fucile” e il sito dell’azienda ha una sezione che si chiama “L’angolo del bambino“, con numerose foto di ragazzini intenti a colpire bersagli di vario genere. “L’obiettivo della Keystone Sporting Arms è insegnare la sicurezza dell’uso delle armi ai giovani e incoraggiarli ad avere rispetto delle attività di caccia e di tutte quelle che riguardano l’uso delle armi“, si legge ancora sulle pagine dell’azienda.

Ora, tutti conosciamo la cultura americana e come il problema delle armi ai civili sia dibattuto.
L’NRA con i suoi lobbisti al Congresso, la necessità di sentirsi “al sicuro”, conseguenza anche degli atti di terrorismo del 9/11, il ‘patriottismo’ dell’americano armato come ai tempi della rivolta contro gli inglesi: tutto serve a far scorrere il fiume di dollari dietro al gran gioco delle armi. Nella costituzione americana del 1791 il secondo emendamento (nato in tempi che producevano ben altri contesti) da il diritto ad ogni cittadino di possedere armi al fine di difendere la propria persona ed il proprio territorio.
Le lobby delle armi non sono altro che il riflesso di questa cultura, che non è mai cambiata negli ultimi 3 secoli.
Purtroppo i numeri nudi e crudi sono indiscutibili: gli USA sono il paese che ha il più alto numero di armi pro capite e il maggior numero di morti in sparatorie, con qualcosa come circa 90 armi ogni 100 cittadini, quasi un terzo delle armi mondiali del mercato civile (fonte Reuters 28 Aug 07)

Sorvolando sull’ipocrisia di un’azienda che maschera come ” impegno pedagogico ” la produzione di armi destinate ai bambini e dando per assunto che le armi sono il ‘giocattolone‘ dell’americano medio, trovo che il messaggio che si voglia far passare è che fin da piccoli i bambini devono pensare alla propria sicurezza, devono imparare a difendersi. Come? con un arma. La domanda che mi sento di porre ad un qualunque americano è: Perché un bambino DEVE imparare a sparare?

Quale è il valore aggiunto per la sua vita? per la sua crescita? Come, sparare, può renderlo un uomo migliore?

Vorrei davvero che qualche americano, figlio di questa cultura, mi rispondesse argomentando. Vorrei che fosse un papà, come quello che ha comprato a propria figlia questo fucile in versione “rosa”, e che ringrazia l’azienda con queste parole. Che nonostante lo sforzo, non riesco davvero a capire.

Pink One

“Thank you for supporting the next generation of recreational shooters. My 4 1/2 year old daughter thought the “pink one” was far superior to a black synthetic stock, who am i to argue? I never would have thought that a pink rifle would be sitting in the rack in the gun room.”

noarmy

Le barriere
06/04/2013

calcio

Oggi riporto questa bellissima lettera di una signora, apparsa su Specchio dei Tempi.
Con semplicità, rappresenta l’aspetto che più mi piace nelle persone intelligenti: l’osservazione scevra da giudizi e la successiva riflessione. Il tema sono le barriere culturali e come essere risultino tanto più evidenti (e pertanto illogiche) nei bambini, che le assorbono, le fanno proprie e, infine, le subiscono.

———————–

Torino, giardinetto di estrema periferia. Seguo con lo sguardo i miei due figli in una complicata azione di gioco: anche loro malati di calcio, quello che ti porta su un campetto di erba e fango con le scarpe da ginnastica e la maglia del tuo idolo addosso.

Mi avvicina un ragazzino color dell’ebano, i suoi occhi luccicano di un chiarore in netta antitesi col colore della sua pelle.

«“Posso giocare?” mi chiede riconoscendo in me un’autorità che non ho. “Certo” gli rispondo, “però trovati un compagno se no siete dispari”. Lui aspetta, ma muove gambe e piedi tradendo la sua impazienza. Arrivano altri ragazzini, chiedono di giocare e finalmente si buttano nella mischia: il numero quadra.

Un quarto d’ora più tardi arrivano due ragazzine, le gonne lunghe e variopinte ne chiariscono la provenienza: il vicino campo nomadi. Stessa domanda di poco prima, sempre a me che -ora ho capito- sono stato individuato quale Mister.

“Non so” prendo tempo, mentre si avvicina un drappello di calciatori.

«“Possiamo giocare anche noi?” ripetono direttamente ai coetanei che, sudati, le guardano ostili. “No” risponde secco il ragazzino di colore, ormai titolare.

«“E perché?” rispondono piccate e in coro le due bambine. “Perché siete femmine” è la sentenza dell’atleta africano.

«“E allora?” risponde la più alta delle due, “tu sei negro, però ti hanno fatto g iocare!”

Non ho un finale da raccontare, l’ora del rientro era arrivata. Ho chiamato i miei figli e, tornando a casa, ho riflettuto sulle barriere che, nonostante qualunque sforzo, continuano salde a mantenere la posizione.

Le mamme mediocri
12/04/2010

Oggi voglio parlare di un articolo che  mi è stato segnalato da un utente di questo blog, Elora.

“Nel 1998 il ministro della Sanità Bernard Kouchner aveva firmato un decreto che proibiva di rimborsare il latte in polvere alle puerpere. Mi è sembrato un cambio di linea sulla maternità. Volevano a ogni costo incoraggiare, forzare moralmente le donne ad allattare… E a causa di questa politica di pressioni e colpevolizzazioni, ho constatato un rovesciamento dei valori, che minacciava la libertà delle donne”.
[Elisabeth Badinter]

Questo è l’incipt che ha dato il via per una riflessione della scrittrice e che ha portato alla pubblicazione del suo ultimo libro “La donna e la madre”, un atto d’accusa alla retorica familista imperante che vuole porporre modelli di mamma perfetta e che porta la donna ad avere sensi di colpa dovuti all’inadeguatezza (spesso sottolineate da persone di contorno come madri, suocere, amici ecc ecc). La riflessione tuttavia riguarda anche la presa d’atto del fatto che la conciliazione tra lavoro e famiglie è nella stragrande maggioranza dei casi una favola. La grande rivoluzione femminista degli anni 60 è stata un enorme fallimento in quanto ha portato le donne ad essere stressate, isteriche e infelici con la casa, i bambini, il proprio lavoro, la famiglia da gestire in una giostra che avrebbe potuto funzionare solo sé:

1) La cultura maschile si fosse resa più responsabile nella divisione del peso delle incombenze familiari (e l’errore fu il non pensare che i maschi di allora erano cresciuti da madri che avevano una diversa  e più antica ottica di famiglia)

2) Se la società e nello specifico il mondo del lavoro si fossero evoluti davvero nelle pari opportunità (mentre ancora oggi esiste discriminazione economica tra i sessi)

3) Se non ci fosse un conflitto di interessi tra i modelli consumistici che ci presentano una donna  bella, in carriera e performante e la realtà di un modello di donna mamma che ovviamente non riscuote lo stesso successo.

4) Se le donne per avere pari opportunità degli uomini avessero cercato un modello alternativo invece che scimmiottare quello già esistente e criticato maschile (ed ecco apparire donne negli anni 60 che fumano, dicono parolacce, che si conformano al modello che stavano combattendo)

Senza creare una digressione troppo accentuata sul femminismo che non è l’argomento di oggi, c’è da sottolineare come la Badinter punti il dito assegnando colpe a psicologi infantili che scoraggiano le donne lavoratrici, i militanti della Lega Latte e le neofemministe.

A proposito del tornare ad usare i pannolini di stoffa la giovane mamma Cécile Duflot, segretaria dei Verdi Francese disse convinta che: «li laveranno gli uomini». Finché ci saranno donne come questa, con interi camion di prosicutti sugli occhi, a dipingere queste irrealtà, dubito che possa mai nascere un dibattito costruttivo e reale sulla condizione delle mamme di oggi.

Su tutto dovrebbe imperare la libertà di scelta. Ma anche la consapevolezza delle responsabilità delle proprie scelte.

Avere figli deve essere una gioia, non un sacrificio. E non è nemmeno uno status symbol. Le rinunce connesse alla maternità devono essere valutate e accettate. E’ un compito difficile, ma ricco di soddisfazioni.

Non esiste la madre perfetta e i modelli che ci vengono presentati possono anche essere valutati e successivamente scartati. Soprattutto nell’ottica che questi modelli vengono spesso creati per motivi economici che nulla hanno a che fare con il nostro benessere.

Ergo, se la suocera vi critica perché non siete una buona madre (perché volete uscire la sera, volete lavorare, volete farvi un viaggio senza figli, usate gli omogenizzati e non bollite e frullate verdure, andate in palestra ecc ecc ) pensate solo che è cresciuta con un modello familiare completamente diverso dal vostro e che sta ragionando in maniera coerente con la propria esperienza di vita. Mandatela diplomaticamente a quel paese e non ascoltatela!

Detto ciò….siamo proprio sicuri che il vecchio modello fosse così terribile? Sono più felici le donne di oggi o quelle di 70 anni fa?

Piccole donne crescono
29/03/2010

Ieri portando mio figlio a scuola è partito un discorso sulle “fidanzatine”.
Il mio pargolo è partito a sciorinarmi l’elenco di chi era con chi…chi aveva lasciato chi…e di una bimba che aveva ben quattro fidanzati….

Quando gli ho chiesto di chi era innamorato lui, mi ha guardato con quello sguardo di chi deve rispondere ad un’ovvietà “…ma di mamma!”

Arrivati a scuola ho incontrato un amichetto di mio figlio che nel racconto in macchina stava con una certa Gaia. Ecco di seguito il dialogo:

Me:  “…e quindi? mi dicono che hai una ragazza…ma chi è?”
Bimbo Innamorato:  “è Gaia!”
Me:  “Si ma qual’è? indicamela…”

A quel punto una bimba li vicino con fare organizzativo e spigliato si gira verso di me e dice: “Gaia è quella bimba li” prendendola e portandola al nostro cospetto.

Bimba : “Siete findanzati??”
Gaia: “No”
Bimbo Innamorato: “Ma….ti ho detto che mi piaci!”

[Stupendo….secondo lui bastava esprimere il suo sentimento…povero ingenuo maschietto…]

A quel punto la Gaia lo osserva un attimo e dice: “Se ti tagli i capelli, forse, ti amo”

Eccolo. Il seme di ciò che in futuro sarà uno degli atteggiamenti che più gli uomini accusano nei confronti delle donne. La necessità di doverli cambiare! In una bimba di 5 anni!!

Auguri miei piccoli maschietti…