Essere presi per mano
20/01/2014

lone

Oggi voglio pubblicare una breve riflessione di una blogger di cui non conosco il nome.
Il suo testo mi è piaciuto perché parla di quella sensazione di solitudine e di abbandono che a volte ci coglie e che ci fa sentire irrimediabilmente soli e perduti. La ricerca salvifica di quella mano che ci prende e alla quale possiamo abbandonarci è una necessità umana. Tutti abbiamo bisogno di sapere che non siamo soli. Ma mi piace anche riflettere su quanto noi possiamo essere quella mano sicura che si tende, quello scoglio di sicurezza. La doppia natura umana: sicuri di sé verso alcuni, bisognosi verso altri, in un equilibrio talvolta stabile. Buona lettura.

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Mio nonno mi accompagnava a scuola, alle elementari. La scuola non era lontana da casa mia; andavamo a piedi, e lui mi teneva sempre per mano. Credo che fosse il suo modo asciutto di trasmettere affetto senza troppe parole. Nello stesso modo che ho ereditato anch’io, probabilmente.

Mi accompagnava e mi veniva a riprendere con una puntualità disarmante.

Una volta ci cambiarono il turno dalla mattina al pomeriggio, solo per un giorno, e nonostante mi avesse accompagnato poche ore prima, questa variazione nella consueta routine gli fece dimenticare di venire a prendermi.
Quando uscii dal vecchio portone del Satta fuori c’era ancora luce, nonostante fossero le sei. Era aprile, non faceva freddo.
Ricordo la sensazione che ho provato cercando con lo sguardo mio nonno tra i genitori degli altri bambini.

Ricordo il grembiule bianco che mi tirava un po’ sul collo e mi faceva sudare.

Ricordo che tutti avevano qualcuno che li veniva a prendere. Non ci avevo mai fatto caso, le altre volte. Gli altri bambini sono sempre stati per me, da buona figlia unica, un universo straniero e misterioso.

Ho aspettato per un po’ sui gradini della scuola, ma mio nonno non arrivava.

Quando ogni bambino è andato via con la mano stretta a quella di chi era andato a prenderlo, io sono rimasta sola, e questa cosa mi ha stordito.
Non ho provato paura: ho provato lo smarrimento che si sente guardando qualcuno che non si conosce e che sembra sapere tutto di noi.

Sentivo questa sensazione galleggiare tra testa e stomaco, ma ho iniziato a camminare e passo dopo passo ho attraversato piazza del Carmine, passando tra i bambini che, finiti i compiti, giocavano là, tra gli eroinomani e le puttane che un po’ si nascondevano e un po’ si bevevano la spensieratezza delle vite altrui e io non sapevo cosa fossero, ma mi avevano detto che erano delle persone con cui non potevo parlare. A me sembravano solo molto tristi.
Da sola il tragitto sembrava dilatarsi; le ombre degli alberi di piazza del Carmine sembravano più lunghe, il cicaleccio degli uccelli più forte e confuso, ogni singolo odore mi sembrava nuovo e difficile da identificare.

Mi sembrò una cosa molto triste, non poter condividere questa scoperta con qualcuno.
Sentii, in quelle poche centinaia di metri che separavano la scuola da casa mia, tutto il peso della solitudine.
La solitudine di una bambina di otto anni.Io, quella sensazione lì, la sento anche adesso. Anche adesso che di anni ne ho trentaquattro.La sento ogni volta che avverto una persona scivolare via da me. È questione di istanti, è questione di respiri.
Non puoi spiegarla a chi non l’ha provata senza sembrare una versione più poetica di Glenn Close in Attrazione Fatale. La sento ogni volta che non mi sento compresa. Ogni volta che la gente di cui m’importa sente il suono delle mie parole ma non mi ascolta davvero: perché i loro pensieri fanno molto più rumore della mia voce ed è a quelli che riescono a prestare attenzione.
La sento ogni volta in cui busso alla porta di qualcuno e mi dicono mi dispiace tu puoi resistere ancora, c’è tizio che ha bisogno di me in questo momento, dai che tu ce la fai, anzi visto che ci sei, magari puoi darmi una mano, eh?

Io la sento, quella sensazione. Quella di chi resta solo ad aspettare, in apnea, mentre gli altri vengono presi per mano e accompagnati a casa.
Qualunque cosa s’intenda per casa.

E per me è incredibilmente più comodo prendere quella sensazione lì e ficcarla in una bella custodia di ironia e sarcasmo, quando è possibile, perché uno si deve pur salvare in qualche modo. Mio nonno, poi, accortosi della dimenticanza mentre sbrigava delle commissioni, fece una corsa verso la scuola e ci incrociammo più o meno a metà strada, ché già s’immaginava mi avessero rapito e spedita a chiedere l’elemosina vestita di stracci: negli anni ’80 era una paura molto in.
Col fiatone mi prese per mano e non disse nulla. E io mi sentii come se m’avesse finalmente tirato fuori dall’acqua.A volte basta essere presi per mano per ricominciare a respirare.

Fonte: http://lakalb.com/

Hikikomori e l’allontanamento dalla vita sociale
09/01/2014

hikikomori

Hikikomori significa “ritiro” in giapponese. Tecnicamente con la parola hikikomori si indica sia il comportamento sia chi lo mette in atto. Il comportamento consiste nell’isolarsi dalla società e dalla famiglia rinchiudendosi nella propria stanza per un periodo superiore a sei mesi.

 Chi lo mette in atto è di solito un adolescente o un giovane adulto.  Il termine fu coniato dal dott.Tamaki Saito, direttore del Sofukai Sasaki Hospital, quando cominciò a rendersi conto della similarità sintomatologica di un numero sempre crescente di adolescenti che mostravano letargia, incomunicabilità e isolamento totale.
Oltre all’isolamento sociale gli hikikomori soffrono tipicamente di depressione e di comportamenti ossessivo compulsivi, ma non è facile comprendere se questi siano una conseguenza della reclusione forzata a cui si sottopongono o una concausa del loro chiudersi in gabbia. Alcuni hikikomori si fanno la doccia per diverse ore al giorno e indossano guanti spessi per tenere a bada i germi, mentre altri strofinano le mattonelle nella doccia per ore e ore.
Nonostante lo stereotipo sia quello di un uomo che non lascia mai la sua stanza, molti reclusi si avventurano fuori, una volta al giorno o una volta alla settimana, per andare in un Konbini, un supermarket aperto 24 ore. Lì possono trovare colazioni a portar via, pranzi e cene, e poiché di solito si svegliano a mezzogiorno e vanno a dormire al mattino presto, il konbini è una scelta sicura e anonima a tarda notte. La cassiera non parla e tutti gli altri stanno a casa a dormire.
Il ritiro dalla società avviene gradualmente, i ragazzi possono apparire infelici, perdere i loro amici, diventare insicuri, timidi e parlare di meno.
Le giornate di un hikikomori sono caratterizzate da lunghe dormite mentre le ore notturne sono spesso dedicate a guardare la tv, a giocare al computer, a navigare su internet , leggere e giocare in borsa on line.
La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine hanno effetti profondi sull’hikikomori, che gradualmente perde le sue competenze sociali, i riferimenti comportamentali e le abilità comunicative per interagire con il mondo esterno.

DIFFUSIONE DEL FENOMENO
La diffusione del fenomeno in Giappone ha avuto luogo negli ultimi 15 anni e alcuni affermano che circa un milione di giapponesi ne siano coinvolti, praticamente l’1% della popolazione. Stime più caute, e più realistiche, parlano di un range compreso fra 100.000 e 320.000 individui.
Probabilmente ragazzi e ragazze hikikomori vivono anche in Italia, alcuni fra questi hikikomori nostrani li chiamiamo e li abbiamo sempre chiamati nerds o geek, e sicuramente ci sono hikikomori in tutte le società occidentali, ma ancora l’ attenzione mediatica non è riuscita a farne un fenomeno sociale noto.
In Italia se ne parla poco o almeno non nei termini di un comportamento che è una  scelta, più o meno volontaria, di autosegregazione, si preferisce parlare delle presunte “dipendenze da internet” che son più facili: quando puoi dare la colpa  a qualcosa, non hai bisogno di  interrogarti sui perchè.
Si ritiene che l’80% degli hikikomori siano maschi, ma anche in questo caso è probabile che l’incidenza fra le ragazze sia sottostimata.
I ruoli di genere sono molto ben definiti e distinti in Giappone, più di quanto accada nelle società occidentali. Una ragazza ritirata e/o drammaticamente timida può allarmare in misura minore la famiglia e ridurre le richieste di aiuto. Un altro elemento che potrebbe contribuire a confondere le acque risiede nella presenza, in Giappone, della categorizzazione socioculturale delle parasite single (ragazze che continuano a vivere con i propri genitori ben oltre la maggiore età) e che, in una certa percentuale di casi, mostrano stili  comportamentali molto simili, e talvolta sovrapponibili, a quelli di un hikikomori. E’ possibile che le numerose parasite single giapponesi siano delle hikikomori non riconosciute come tali. Anche il fenomeno delle parasite single non è  naturalmente soltanto giapponese.

LE POSSIBILI CAUSE
Sulle cause del fenomeno si fanno solo ipotesi. Come l’anoressia, la cui diffusione è pressocchè limitata alle culture occidentali, anche l’hikikomori sembra essere una sindrome culturale .
I giapponesi hanno dato la colpa a qualunque cosa: alle madri oppressive e a quelle assenti, ai padri troppo impegnati, al bullismo scolastico, all’economia in recessione, alle pressioni accademiche e ai video game. Ma il tutto va probabilmente collocato sullo sfondo di una società sociologicamente in crisi e che, soprattutto, si nutre di una cultura dalle caratteristiche uniche al mondo e non sempre “sane”.

La competitività sociale
James Roberson, antropologo culturale al Tokyo Jogakkan College ed editore del libro “Uomini e mascolinità nel Giappone contemporaneo” punta il dito su un particolare atteggiamento giapponese nei confronti del successo personale. Secondo lo studioso i ragazzi cominciano a percepire una forte pressione all’autorealizzazione già nella scuola media dove è essenziale che siano eccellenti negli studi e nella professione. Se un ragazzo non segue un preciso percorso verso un’università d’elite o un’ azienda di prestigio molti genitori, e di conseguenza i loro figli, vivono questo come un grave fallimento. L’hikikomori potrebbe essere una resistenza a questa pressione.

La famiglia giapponese
Il dott. Saito, che ha trattato più di 1000 hikikomori, attribuisce il disagio al contesto familiare e sociale, all’interdipendenza fra genitori e figli, a una possibile collusione soprattutto fra madre e figlio (“amae” in giapponese).
In altre parole la madre, convinta intimamente che sia meglio avere un figlio in casa, benchè in isolamento, piuttosto che in giro a farsi del male, apprezzerebbe la strana pace che avere un figlio hikikomori può determinare, almeno all’inizio.
La maggior parte dei genitori aspetta molto a lungo prima di chiedere aiuto, nella speranza che il figlio superi questa fase da solo.
La relativa capacità economica della classe media consente inoltre ai genitori di mantenere in casa un figlio adulto indefinitivamente .
Nelle famiglie a basso reddito non ci sono hikikomori perchè i giovani sono costretti a lavorare fuori di casa se non finiscono la scuola e per questa ragione l’isolamento, se mai ha inizio, termina  precocemente.

Il bullismo
Molti fra gli stessi pazienti raccontano di anni scolastici da incubo, di episodi di bullismo, in cui venivano maltrattati per essere troppo grassi o troppo magri o persino per essere migliori di qualcun altro nello sport o nella musica. Come usano dire i giapponesi: “Il chiodo che sporge va preso a martellate”.

L’ipertecnologismo
Secondo alcuni, tra cui lo scrittore Ruy Murakami, l’ipertecnologizzazione del paese ha un ruolo nella diffusione del fenomeno. I giovani giapponesi sarebbero eccessivamente immersi in mondi di fantasia fatti di manga, televisione, videogame e internet da perdere, in breve tempo, i contatti con la realtà.

IL TRATTAMENTO
Negli ultimi anni sono fiorite in Giappone diverse realtà di supporto agli hikikomori, ciascuna con il proprio stile e la propria filosofia di trattamento. E’ possibile comunque individuare due approcci fondamentali.
L’approccio medico-psichiatrico che consiste nel trattare la condizione come un disordine mentale o comportamentale con il ricovero ospedaliero, sessioni di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci.
Un altro approccio, che potremmo chiamare di risocializzazione, guarda al fenomeno  come a un problema  di socializzazione piuttosto che come a una malattia mentale. L’hikikomori viene quindi allontanato dall’ambiente  della casa d’origine e ospitato in una comunità alloggio in cui sono presenti altri hikikomori.
Lì viene incoraggiato a reintegrarsi attraverso diverse attività quotidiane condivise. Questo approccio consente all’hikikomori di rendersi conto di non essere solo, oltre a fornirgli esempi viventi di miglioramento e “guarigione”.

A seguire l’interessante “corto” di Jonathan Harris

Individualismo o Egoismo?
09/08/2011

egoismo

“L’egoismo non consiste nel vivere come ci pare ma nell’esigere che gli altri vivano come pare a noi.”
[Oscar Wilde, Il critico come artista]

Individualismo ed Egoismo son due termini ben diversi.

L’individualismo coinvolge maggiormente un’ideologia, una prospettiva sociale, una filosofia che rimarca “il valore dell’individuo“. Promuove il raggiungimento di alcuni obiettivi quali l’indipendenza e l’autonomia e pone resistenza verso ogni cosa che minacci l’interesse personale, per una società o gruppo.

L’individualista è un essere umano che ha una smisurata fiducia in sè stesso; l’individualista SI AMA; è per questo che tende a voler essere indipendente dagli altri, sebbene non rivolga ad essi alcun odio particolare, e non li inganni per nulla; è per questo che impara ad apprezzare anche la solitudine, nel momento in cui potrebbe solo recar danno a terzi; è per questo che vuole coltivare i propri interessi sino a percepirli come un mezzo per la realizzazione di sè; è per questo che focalizza sulle proprie qualità, tendendo ad elevarle all’ennesima potenza, sino a concretizzare una sorta di culto di sè stesso.

L’individualista, dunque, si soddisfa e si valorizza, perchè si ama.

La radice del termine egoismo, invece, è la parola latina “ego” ovvero “io“.
L’egoista attua tutta una serie di comportamenti atti unicamente al conseguimento dell’interesse del “IO” , che, pur di primeggiare,  è disposto a danneggiare e  limitare, gli interessi del prossimo. Questo, ovviamente, nella sua forma più estrema.

l’egoista è un essere umano che non ha per nulla stima di sè; l’egoista SI ODIA; e se odia sè stesso, automaticamente odia anche il prossimo; è per questo che tutti i suoi comportamenti, illogici e materialisti, sono solo apparentemente finalizzati al conseguimento del proprio piacere personale; in realtà, giacché la accezione del proprio “piacere personale” è qualcosa di instabile e impreciso, cambia continuamente: pertanto, l’egoista non potrà mai raggiungere la vera felicità, perchè tutto ciò che è mutevole, provoca senso di perdita, di dolore, di smarrimento e incostanza; l’egoista, cosa più tragica, non sa neanche di essere un egoista… è un misero solitario confuso, un cieco danneggiatore dell’altro (e di sè stesso).

L’egoista, dunque, si soddisfa, ma non si valorizza, perchè si odia.

In sintesi

L’Individualismo pone al centro l’individuo e considera l’individuo umano d’importanza primaria per l’indipendenza. Un’egoista, invece, tendenzialmente, non è “libero”.

In entrambi, ovviamente, vi è la concentrazione sul proprio io, al quale si offre non poca importanza, tendendo a soddisfarlo pienamente. Ma sono il modo e i fini con cui compiono ciò che li trasformano in due esseri opposti.

In conclusione, individualismo ed egoismo sono quanto di più diverso possa esistere: l’individualista è come un eterno dio; l’egoista come un eterno schiavo.

Le Persone della nostra vita
26/07/2011

 

Spesso, il mondo non si accorge di quanto dolore possa recare un ricordo.

Parole e pensieri non vengono condivisi, e vivi momenti in cui nessuno sembra capirti. Nemmeno chi ti è vicino da sempre.
Quando pensi che niente possa farti superare quella perdita e metà della tua vita è ..è volata via con lui!
Quando quel brivido che ti corre lungo tutta la schiena e lo stomanco si chiude come un fiore a cui viene negata la luce, Perchè sai che tutti sono pronti a metterti in difficoltà, a giudicarti, come se sapessero tutto di te. E invece non sanno niente.

Ed è proprio nel momento in cui ci sentiamo ….più soli, che ci accorgiamo di quanto è importante avere un amico al nostro fianco. Con cui poter condividere i nostri pensieri, le nostre sofferenze. Persone che ci danno la forza di andare avanti, che ci accompagnano nei momenti più difficili e in quelli più belli.

Con loro riusciamo a dimenticare la nostra età, lasciamo libero sfogo alle nostre idee più assurde ed insensate, mentre magari tutto il resto del mondo dorme e non si accorge di noi.

Con loro ogni attimo del giorno si può trasformare in un gran divertimento. Perchè quando siamo insieme per ridere ci basta poco. Veramente poco. E non ci importa se la gente ci crede un pò… strani? Quando ci sentiamo spacciati e tutti i riflettori sono rivolti verso di noi, loro sono disposti a rischiare, per aiutarci, anche se spesso non va proprio come avevamo immaginato.

Quando uniti dalla stessa passione, mettiamo il cuore nelle cose in cui crediamo. E con loro non importa se stiamo lottando per la partita della vita o per una semplice sfida. L’importante è farlo insieme.

Insieme a quelle persone che riescono a sorprenderci. Ogni giorno. In modo diverso. Che non si aspettano nulla in cambio. Che si accontentano di un nostro sorriso. Forse non esiste un modo per ringraziarli o forse l’insieme dei nostri sentimenti è racchiuso dentro una semplice frase: Ti voglio bene.