La Perfezione
15/07/2015

Charles Bukowski

 

«La perfezione mi fa schifo, mi repelle. Tutte quelle donne e quegli uomini che cercano la perfezione negli stereotipi creati della società mi fanno venire il vomito. Fottuti manichini di carne, senza personalità o amore per se stessi. Stessi vestiti, stessa musica, stesse espressioni, stessi cibi, stesse scopate, stesse auto, stesse vite…e alla fine? Stessi suicidi neurali di massa. Perché vivere come un automa è senza ombra di dubbio un suicidio. Quando tutti si è uguali, tutti si è nessuno. La perfezione è un uccellino in gabbia che vive, mangia, caga e muore con il solo scopo d’essere ammirato. Io voglio vivere libero, spiumato, infreddolito, denutrito ma libero».

Charles Bukowski

 

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Non Lasciarmi
24/04/2011

Non Lasciarmi

Ecco un altro film interessante che mi trovo a recensire per il messaggio che porta con sé.
Tratto dal libro “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro, ci racconta di una ucronia, ovvero una realtà storica diversa dalla nostra.
Una realtà dove esseri umani vengono clonati e cresciuti per essere usati come donatori di organi. Una storia drammatica che attraverso i sentimenti, l’amore, la gelosia, l’amicizia, la speranza, la ricerca di un senso della vita ci porta verso una riflessione esistenziale profonda.

In questo film  il clone non è altro che l’immagine speculare delle nostre esistenze. Proprio come loro infatti, anche noi tendiamo a non sottrarci a quello che è il nostro destino, il nostro percorso, lo accettiamo passivamente.L’infanzia finisce quando scopri che un giorno morirai“. Credo che questa frase, presa in prestito da IL CORVO, accosti l’immagine dei tre protagonisti con il nostro percorso esistenziale. I tre protagonisti hanno un vissuto alle proprie spalle che sa di incompiuto, infatti tra amori non confessati, tra incertezze e paura dell’abbandono e della solitudine, questi personaggi, giunti alla fine del proprio ciclo, non potranno far altro che rimpiangere, come tutti, le occasioni mancate. Vorrebbero poter avere altro tempo, vorrebbero poter recuperare ciò di cui loro stessi si sono depredati. Ma è troppo tardi. E’ il ciclo della vita, crudele e cinica questa prospettiva è l’unica realtà alla quale purtroppo ognuno di noi non potrà sottrarsi.

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Siamo una barca arenata nella sabbia in prossimità del mare, e purtroppo della nostra incompletezza, della nostra mancata realizzazione riusciremo a rendercene conto quando la sabbia avrà esaurito i suoi granelli nella clessidra del tempo.
[Da un commento su filmscoop]

La rassegnazione ed il senso di inesorabilità che trasmette l’intera vicenda non sono supportati da nessun elemento che li renda credibili ed accettabili. Ed è proprio questa la forza del messaggio presente nel film.

Nessuna fuga ha senso, o è possibile, perché non si fugge alla condizione umana.

Il nostro disappunto nella visione è in realtà la trasposizione della nostra vita, priva di reale libertà, inellutabile e per questo inaccettabile. E neppure il vivere il più grande dei sentimenti umani, l’amore può essere lasciapassare per la salvezza e/o chiave di comprensione della vita. Come nella stupenda riflessione del romanzo “un amore” di Dino Buzzati, L’amore non è in grado di distruggere un destino segnato dall’uomo.

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Si arriva all’epilogo smezzati, atterriti e arrabbiati. L’urlo straziante di Tommy è forse banale ma puntualissimo. Fortunatamente questa sincronia emozionale non si rompe, al contrario si realizza compiutamente nel finale. Il pensiero che emerge, sapientemente accompagnato dalla bravura del regista Mark Romanek,  trova sfogo nelle ultime parole di Kathy. Una riflessione essenziale e limpida, una chiusura pressoché perfetta: non vi è davvero differenza tra cloni e originali.

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Il Deserto dei Tartari
01/11/2010

« Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch’io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire. »

(Dino Buzzati in un’intervista premessa all’edizione degli Oscar Mondadori (1966))

Il romanzo segue tutta la vita di Giovanni Drogo, dal momento in cui questo, ventunenne pieno di ambizioni, arriva alla Fortezza Bastiani, sua prima destinazione dopo la recente nomina a tenente.

La Fortezza, ultimo avamposto ai confini settentrionali del regno, domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”, un tempo teatro di rovinose incursioni da parte dei nemici. Tuttavia, da molti anni nessun attacco è più giunto da quel fronte, e la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica, è rimasta solo una costruzione arroccata su una solitaria montagna, di cui molti ignorano finanche l’esistenza.
Dimenticata da tutti, essa continua tuttavia a vivere secondo le norme ferree che regolano gli organismi militari, ed esercita sui suoi abitanti una sorta di malia che impedisce loro di lasciarla. I militari che la abitano sono, infatti, animati e sorretti da un’unica, inconfessata speranza: vedere apparire all’orizzonte, contro le aspettative di tutti, i nemici. Fronteggiarli, combatterli, diventare eroi: sarebbe l’unica via per restituire alla fortezza la sua importanza, per dimostrare il proprio valore e, in ultima analisi, per dare un senso agli anni spesi in quel luogo.

Anche Drogo, che pure si proponeva di rimanere alla Fortezza per pochi mesi, ne rimarrà affascinato, dalle rassicuranti e pigre abitudini che vi scandiscono il tempo, dalla speranza di una futura gloria che lo porterà ad investire i suoi vent’anni, e poi la sua intera vita, in una speranzosa, e infine rassegnata, attesa.

Soprattutto, domina la certezza di non poter più tornare indietro. Sin dalla sua prima licenza, dopo quattro anni di permanenza, Drogo sentirà un senso di estraneità e smarrimento nel ritornare al suo vecchio mondo, ad una casa che non può più dire sua, ad affetti a cui scopre di non saper più parlare.

“Quando torna in città, la vita mondana, dalla quale è stato lontano diversi anni, lo annoia; la sua stessa casa gli appare un’altra casa e sua mamma poco abituata ad averlo attorno. La donna che un tempo forse amava, un’estranea alla quale non è in grado di dire la parola dolce che lei s’aspetterebbe. Gli amici lavorano, si sono sposati, conducono un’esistenza forse ordinaria, monotona, poco originale, eppure definita, sicura o quantomeno poco propizia a suscitare in loro interrogativi sulla vita, sul suo significato: “Straniero, girò per la città, in cerca di vecchi amici, li seppe occupatissimi negli affari, in grandi imprese, nella carriera politica. Gli parlarono di cose serie e importati, stabilimenti, strade ferrate, ospedali. Qualcuno lo invitò a pranzo, qualcuno si era sposato, tutti avevano preso vie diverse e in quattro anno si erano già fatti lontani” (cap. XVIII).” [Giuseppe Barreca]

Giovanni allora comprende che ha perso troppo tempo: è un estraneo rispetto al mondo, perché lui è rimasto fermo mentre il mondo ha continuato, lentamente, la sua corsa.

Nell’attesa della “grande occasione” si consuma la vita di Drogo e dei suoi compagni; su di loro trascorrono, inavvertiti, i mesi, poi gli anni. Drogo vedrà alcuni dei suoi compagni morire, altri lasciare la fortezza ancora giovani o ormai vecchi.

 

Che dire? stupenda la riflessione sul passare della vita di Dino Buzzati. Quel sentimento, quella percezione di costrizione che ci impediscono di fare scelte che ci portino fuori da un binario che pare ineludibile. Guardare al passato e a ciò che potevamo fare ed essere, ma soprattutto sentirci in un presente che per quanto accettabile ci pare senza via di uscita. Il “mal de vivre” direbbe qualcuno. Tutti in attesa dei nostri Tartari appuriamo il passare degli anni. E forse la peggiore delle considerazione che un uomo anziano può fare è l’idea di una vita che poteva essere straordinaria e che si è invece dimostrata assolutamente ordinaria. E per molti, tragicamente mediocre.

 

Il disinteresse per le grandi tragedie
05/08/2010

Un disegno fatto da un bambino del Darfur che racconta la realtà di quella zona africana

La riflessione di oggi riguarda un atteggiamento abbastanza comune:
L’essere umano è maggiormente capace di emozionarsi, provare sincera compassione e di motivarsi al “dover fare qualcosa” per un singolo individuo piuttosto che per un gruppo numeroso.

La potenza evocativa della storia di una singola Anna Frank ci spinge a maggiori riflessioni piuttosto che una generica lettura sull’Olocausto e 6 milioni di vittime.

La storia di un bimbo malato in lotta con la vita che necessita di un trapianto di cuore tende a colpirci di più che la notizia di una tragedia umanitaria in Pakistan.

“La morte di un uomo è una tragedia, un milione di morti è statistica”

Questa è la famosa frase pronunciata da Stalin che, benché appaia triste e fredda, fa trasparire l’osservazione di un fenomeno reale. Tale intuizione si può infatti trovare, con motivazioni diametralmente opposte, in un’altra frase famosa, questa volta pronunciata da Madre Teresa di Calcutta:

“Se guardo alla massa non agirò mai, se guardo a uno solo, potrò farlo”

Esiste quindi l’esistenza di un meccanismo mentale che ci porta a ragionare in questi termini e la ricerca del Professor Paul Slovic, psicologo dell’Università dell’Oregon, svela alcuni aspetti del nostro pensare di cui vale la pena parlare.

Esistono due metodologie attraverso le quali le persone registrano la realtà che li circonda: Esperienziale e Analitico.

Il primo è di tipo affettivo, intuitivo, immediato e non verbale (ovvero tende a codificare la realtà attraverso modelli, immagini e metafore).
Il secondo è razionale, lento e logico.

L’aspetto affettivo dell’acquisizione esperienziale tende ad attribuire valori all’informazione entrante “colorandola” ed è fondamentale per promuovere le dinamiche che portano all’azione.

Tale processo si è evoluto per soddisfare uno scopo ben preciso: Proteggere l’individuo o il suo ristretto gruppo di affetti da pericoli ben visibili e immediati. Ergo tende a perdere la sua caratteristica di manipolazione emozionale dell’informazione quando si parla eventi su larga scala e distanti dal soggetto. Ecco quindi che appare fondamentale la vicinanza della vittima, dove per vicinanza si intende non solo la locazione geografica ma le similitudini tra soggetto e vittima, dove quindi l’immedesimazione può essere più forte, e ovviamente la vicinanza intesa come misura dei legami affettivi che possono intercorrere tra gli individui.

Il processo esperienziale inoltre, per essere performante nella sua immediatezza, non può che essere molto semplice e a tratti persino ingenuo.
Esso infatti ha una limitata capacità di processamento dell’informazione che lo porta a percepire, ad esempio, con maggior peso la proporzione rispetto al numero. Ovvero (diversi studi lo confermano) è ritenuto preferibile il salvataggio dell’80% di un gruppo composto da 100 individui, rispetto al salvataggio del 20% di un gruppo di 1000 individui.

Vie da sé che questa preferenza non sia né razionale né logica e che un peniero realmente analitico la smonterebbe come chiaramente errata. Ma il dato su cui riflettere è che il numero di vite salvate genera meno emozione rispetto alla proporzione sul totale.
Questa sempice metodologia infatti registra 80% come positivo e 20% come negativo, senza approfondire ulteriormente l’analisi, non avendone gli strumenti.

Ecco quindi che con questo limitato e semplice meccanismo è facile sentire l’umanità e la partecipazione emotiva verso un solo individuo ed è molto più difficile per una massa.

Questo è anche il motivo mediatico per cui per generare interesse emotivo ad un evento è fondamentale raccontarlo con immagini, volti, storie individuali che diventino rapprentative.

La Responsabilità del domani
12/03/2010

La vita è un insieme di luoghi e di persone che scrivono il tempo.
Il nostro tempo.
Noi cresciamo e maturiamo collezionando queste esperienze.
Sono queste che poi vanno a definirci.
Alcune sono più importanti di altre, perché formano il nostro carattere.
Ci insegnano la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
La differenza tra il bene e il male.
Cosa essere e cosa non essere.
Ci insegnano chi vogliamo diventare.
In tutto questo, alcune persone e alcune cose si legano a noi in un modo spontaneo e inestricabile.
Ci sostengono nell’esprimerci e nel realizzarci.
Ci legittimano nell’essere autentici e veri.
E se significano veramente qualcosa, ispirano il modo in cui il mondo cambia e si evolve.
E allora, appartengono a tutti noi e a nessuno
“.

Alcuni tra voi avranno riconosciuto l’origine di questo testo.
E alcuni lo ricorderanno letto dalla bella voce di Tognazzi.

Ricordo che quando lo vidi rimasi sorpreso dalla potenza evocativa di alcune immagini (lo svincolo di Capaci che sottolinea la parola “male”…)
e ricordo anche come, lo stesso Spot, nella versione francese, non ottenesse lo stesso effetto, legando allo stesso testo immagini che non fanno propriamente parte della nostra Italica storia.

Questo sottolinea proprio il concetto espresso da quelle parole:
Le nostre esperienze, i nostri modelli, ciò che siamo e ciò che saremo, sono legati soprattutto a questo “nostro tempo”.
Una casa costruita con migliaia di mattoni e dove ogni mattone rappresenta persone, luoghi, momenti…

Mi piace soprattutto una frase:
E se significano veramente qualcosa, ispirano il modo in cui il mondo cambia e si evolve
E’ una frase non tanto di speranza quanto di richiamo alla responsabilità.
Ci dice che noi oggi possiamo ispirare il cambiamento del domani con la nostra esistenza, con le nostre scelte, le nostre azioni, le nostre parole.

La riflessione di oggi quindi è: cosa stiamo ispirando noi oggi?

Eroi e società
09/02/2010

Brad Pitt interpreta Achille in una scena del Film Troy

L’eroe, il modello, il mito…essi rispondono ad una necessità umana.
L’uomo ha bisogno di modelli riconosciuti come tali per validare, raccontare, sottolineare tutti quegli elementi che costituiscono il patrimonio sociale, morale e intellettuale di una cultura.
Il modello ha lo scopo di indirizzare l’operato degli uomini sui binari scelti dalla società a cui appartiene.
In un certo senso la figura del mito e dell’eroe si condensa proprio attraverso tutte queste valenze culturali. La società in sintesi, sceglie i propri eroi.

Il mito dell’eroe guerriero dell’antichità greca incarna le necessità di emulazione di quella società. Nel medioevo il Cavaliere diviene tenutario non solo dei valori legati alla guerra (la forza, il coraggio, il sacrificio) ma anche di valori morali (il giusto, la difesa del debole, l’amor cortese ecc ecc).
Nella società contemporanea il mito rivive nelle produzioni dell’industria culturale che mettono in atto una continua rigenerazione dell’eroe. I nuovi media rielaborano questi concetti, queste nuove valenze simboliche, per presentare modelli ad un pubblico che ha bisogno di interpretare la realtà in cui vive. Ieri come oggi.

Un giovane Maradona

Ovviamente, oggi, i modelli seguiti sono diversi da quelli prodotti dalla cultura antica. Lo sportivo, il cantante, l’attore di successo…I loro comportamenti sono stati osservati e ripetuti, e sul loro esempio si sono cimentati all’emulazione i  giovani in cerca di un’identità. Essi sono e sono stati nell’immaginario collettivo importanti quanto gli antichi eroi, hanno creato dei modelli di comportamento, dei nuovi stili di vita.

Ed ecco la riflessione di oggi:
Se diamo per assunto che l’eroe è prodotto della società, sulla base delle necessità della stessa di creare modelli da seguire ed emulare, per dare forza alle basi culturali su cui essa stessa si poggia; è possibile capire quali siano i valori della nostra cultura semplicemente osservando quali siano gli eroi riconosciuti oggi come tali.
Cosa ci rivelano, quindi, eroi moderni come Che Guevara, Maradona, Freddy Mercury, l’Uomo Ragno, Ghandi?

Vi lascio con una leggendaria parodia del cantante idolo Elvis fatta da Val Kilmer nel film “Top Secret”:

La Routine
18/01/2010

La riflessione di oggi parte da un gioco visto in rete:

every day the same dream

Il protagonista vive una sorta di sogno alienante: un giorno sempre uguale all’altro, sveglia, vestirsi, moglie fredda e stereotipata, viaggio in automobile, lavoro privo di significato e oppressivo…e via ricominciando in un ciclo senza fine. Di più, un ciclo senza via d’uscita, senza speranza di fuga. Ma è davvero un sogno? O è semplicemente una rappresentazione della vita di ognuno di noi?
La monotonia è il fil rouge della vita del protagonista. Una monotonia triste e rassegnata, proprio come tanti di noi tendono talvolta a vedere la propria vita, in perenne attesa di una svolta, della realizzazione di un sogno per il quale non ci impegnamo affatto, rannicchiati in un autovittimismo lesivo che spinge alla mediocrità, alla depressione, alla nevrosi.

Ma una via d’uscita c’è.
L’autore del gioco (Paolo Pedercini) ce la suggerisce come atteggiamento mentale. Lo scopo è trovare dei punti di rottura a questa routine, delle azioni, delle interazioni, delle riflessioni che portino il protagonista alla risoluzione del proprio stato. O quantomeno al divenire osservatore esterno di quel ciclo, l’anticamera della liberazione.

Curioso come un semplice gioco web possa proporsi come metafora esistenzialista. Ma gli spunti di riflessione, come io fermamente credo, possono celarsi davvero dietro ogni cosa. Basta avere gli occhi aperti per vederli.