Obsolescenza Programmata
07/11/2011

planned_obsolescence

L’obsolescenza programmata  è una politica di deliberata progettazione di un prodotto con una vita utile limitata, che quindi diventerà obsoleto o non funzionante dopo un certo periodo. Ciò si può ottenere costruendo i beni in oggetto con materiali di qualità inferiore, oppure seguendo canoni costruttivi tali da rendere impossibile o troppo costosa la loro riparazione una volta che dovessero guastarsi.

Un modo molto più sottile per rendere prematuramente obsoleto un prodotto che ancora funziona è quello di immetterne sul mercato dopo poco tempo una nuova versione dotata di maggiori optional, preferibilmente dopo una adeguata campagna pubblicitaria che induca nel consumatore finale l’idea che la sua “vecchia versione” del prodotto sia ormai sorpassata ed inadeguata.

Si noterà che eventuali riparazioni di un oggetto guasto risultano, la maggior parte delle volte, talmente costose da dissuadere il cliente, che finisce per acquistare un sostituto nuovo di zecca. Tutto ciò va a produrre una quantità disarmante di rifiuti.
Tipico esempio di Obsolescenza Programmata è quello delle lampadine alogene, le lampade a incandescenza che erano praticamente perfette e programmate per essere eterne, quindi non funzionali al mercato. Allora, dopo qualche ricerca “scientifica” si è riusciti a ottenere quanto il mercato richiede: anche le alogene dopo un po’ si fulminano, si bruciano e vanno sostituite.
Centennial Bulb

Centennial Bulb, la lampadina californiana accesa da 110 anni!

Serge Latouche, famoso economista, professore universitario e filosofo definisce la società dei consumi come una forma di “totalitarismo soft”, destinato però a crollare:
«La società occidentale per secoli ha fatto fatica a crescere, perché si produceva molto ma non si consumava abbastanza. Solo dopo la seconda guerra mondiale si è trovata la “soluzione”: la società dei consumi, la crescita infinita per l’eternità. Che poggia su tre pilastri: la pubblicità, il credito, l’obsolescenza programmata. La pubblicità crea il desiderio di consumare, rende perennemente insoddisfatti di ciò che abbiamo: porta l’infelicità perché dobbiamo essere infelici in modo da desiderare sempre qualcosa da comprare.Ma per farlo servono sempre più soldi e ci indebitiamo. Ed ecco che il credito fornisce i mezzi per consumare. Infine c’è l’obsolescenza ricercata, programmata: siamo costretti a consumare, perché i nostri oggetti si rompono molto più di prima e riparare costa più che comprare oggetti nuovi, i quali costano poco perché sono prodotti con lavoro pagato niente». 

Il fatto è che nella maggior parte dei casi abbiamo perso ogni capacità, anche solo di iniziativa, riguardante la riparazione degli oggetti che ci circondano e che ovviamente in certi casi non possiamo avere dall’oggi al domani (come si può poi avere la competenza di riparare una fotocamera elettronica?)
“Chi per caso si ritrova in casa un vecchio frigorifero degli anni cinquanta, comprende quali passi da gigante abbia nel frattempo compiuto l’industria. Il frigo degli anni cinquanta infatti non si romperà mai – un clamoroso errore di progettazione! I bellissimi frigoriferi moderni invece, riescono ad unire ad un aspetto sano, funzionale ed indistruttibile, l’invisibile garanzia di una data di autodistruzione prefissata…..” 
(Liberamente tratto da un’ articolo di Roberto Quaglia per Delos)

Interessante considerare anche l’Obsolescenza Percepita, la quale serve per convincerci a gettar via cose perfettamente funzionanti o utilizzabili. Cambia il design in modo da rendere immediatamente visibile l’epoca dell’acquisto. Se indossiamo scarpe o giubbotti di tre anni fa tutti se ne accorgono all’istante.

Fonti:
http://magazine.liquida.it/2011/01/03/lobsolescenza-programmata-i-beni-di-consumo-sono-progettati-per-scadere-in-fretta/
http://www.nanopress.it/curiosita/2011/06/14/in-california-c-e-una-lampadina-accesa-da-110-anni_P1985123.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Obsolescenza_pianificata

Il Consumismo e le Relazioni Umane
03/11/2011

consumismo

“Sarebbe molto più facile uscire dall’ondata di depressione a cui stiamo assistendo se non avessimo paura di ammettere che la nostra società di consumi ci rende infelici”   [Bruce E. Levine]

Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i propri desideri” [Alexis de Tocqueville, prima metà dell’800]

Il consumismo ha finito per incidere, anche sui nostri valori fondamentali, sui principi e parametri di riferimento della nostra vita. Un consumismo sinonimo di svendita, saldo, superofferta, ribasso, prezzo scontato, offerta speciale, promozione, etc.. ha finito per trasmettere un senso di liquidazione, svalutazione e perdita di valore anche a virtù, principi e ideali. Onestà, moralità, integrità, lealtà, rispettabilità, serietà, decenza, correttezza… tutto finito nel supermercato dei valori, tutto relativo e prescindibile, tutto in vendita e al tempo stesso deprezzato: prendi tre paghi uno.

L’antitesi classica e tormentata tra essere e avere è stata così felicemente risolta e superata: ha vinto l’avere, non c’è dubbio.

E le persone sono cambiate anch’esse, adeguandosi. Il vero segno distintivo dei nostri tempi non è, come si potrebbe credere, internet o il telefonino, ma il degrado dei rapporti umani, la perdita di Umanità. Tutto e tutti tendono a diventare cose, merci da comprare, vendere, scambiare.

Si è quel che si ha.

Le relazioni si riducono a favori da ricevere, promettere e scambiare. Tutto e tutti hanno il cartellino del prezzo. Ogni cosa ha un suo valore: conoscenze, amicizie, informazioni, affetti. Ecco a cosa ci ha portati, gradualmente e senza accorgercene, il consumismo: persone come oggetti e oggetti come persone. Cani accuditi e viziati come figli, figli trascurati e abbandonati come cani.

Un mondo in cui la gentilezza è scambiata per debolezza, la sensibilità per ingenuità, l’educazione per formalismo, l’intelligenza per pedanteria, la serietà per pesantezza.

Un mondo in cui si rivendica con orgoglio e si esibisce sfacciatamente in pubblico ciò di cui ci si dovrebbe vergognare privatamente, mentre si umilia e insolentisce quello che andrebbe ammirato e portato ad esempio.

La ragione è semplice: lo standard di condotta, di intelligenza, di capacità, di moralità, va livellato verso il basso in modo che tutti si sentano partecipi di un’unica grande famiglia. La persona troppo intelligente “deve” essere pesante, perché il consumismo vuole una massa stupida. La persona sobria “deve” essere percepito come manchevole e insufficiente, perché il consumismo deve alimentare il consumo. La persona seria “deve” essere uno disturbato, perché la superficialità, la leggerezza, la frivolezza sono il motore del consumo. I meccanismi virtuosi di emulazione sociale sono saltati, oggi si esalta e ammira Fabrizio Corona, non Leonardo da Vinci.

Pasolini scriveva che “la società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi. Al mito della donna chiusa e separata (il cui obbligo alla castità implicava la castità dell’uomo) si è sostituito il mito della donna parte e vicina, sempre a disposizione, l’obbligo che impone la permissività: cioè l’obbligo di far sempre e liberamente l’amore”.
 La è donna ridotta ad oggetto e felicissima di esserlo, perché raccoglie attenzioni e diventa centro del consumo: consumo di beni e consumo del suo corpo. Il femminismo è servito solo a “rivalutare” l’oggetto.

Ci si ribellava prima ad essere oggetto di uso sessuale remissivo e rassegnato, si è felicissime oggi che si è ugualmente oggetto di uso sessuale, ma in modo glamour e charmante.

Fonti:
http://revolucionyhumanismo.blogspot.com/2009/04/world-wide-style-culture.html

Il nemico col sorriso
08/03/2010

“Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro

Questo scritto, talmente attuale che la parola che stona pare essere l’obsoleta “imperatore”, ha circa 1700 anni.

E’ di Ilario di Poitiers (Poitiers, 315 circa – Poitiers, 367)
Vescovo, teologo, filosofo e scrittore, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e dalla Comunione anglicana.
E’ un attacco all’imperatore Costanzo 5.

Io credo che oggi viviamo un tempo dove essendo fondamentalmente consumatori veniamo lisciati oltre ogni limite.
Peggio, le tecniche per imbonirci, per imprigionarci in uno stile di vita abominevole, si sono talmente evolute da lasciarci ben poco scampo.
Vengono create in noi necessità che non sono veramente tali e vengono immediatamente soddisfatte in un ciclo senza fine.

Quanto siamo in grado di percepirlo questo nemico? Vero è che tanti tra noi lo vivono come compromesso. Ho il benessere, posso rinunciare a qualcos’altro.

Ma siamo davvero coscienti di cosa sia il qualcos’altro? a cosa rinunciamo con questo modello sociale?

Abbiamo tutto, ma non abbiamo più nulla
07/01/2010

Il lavoro ha, sempre più spesso, come unico obiettivo uno stipendio.
Non è importante che il lavoro sia utile, necessario per la società o per l’individuo che lo svolge.
Lo scopo di un’attività è, di solito, il denaro che se ne può ricavare.
Denaro che serve per comprare beni inutili, prodotti da altre persone che fanno altrettanti lavori inutili. Per rendere utili beni inutili, aumentare la salivazione dei consumatori, abbiamo inventato l’industria della pubblicità. Un inganno colossale, un’autoipnosi a fini di lucro.
C’è una perdita di senso, di scopo complessivo.

L’informazione e la pubblicità, una volta separate, si sono unite, compenetrate in una forma oscena che è ovunque, che giustifica tutto. La distruzione del pianeta, la cancellazione del tempo (nessuno ha più tempo..), la perdita di significato, la mancanza di valori al di fuori di quelli economici. Abbiamo allungato la vita per non poterla vivere, siamo troppo occupati a produrre. Avere, siamo drogati dall’avere, lavoriamo per avere. Abbiamo trasformato il mondo e noi stessi in un PIL, in prodotti a scadenza.
Abbiamo tutto, ma non abbiamo più nulla.

[Pawl Hawken]

La stupenda, concisa, riflessione di Hawken sottolinea alcuni aspetti di un “modus vivendi” che si è andato a strutturare fagocitandoci quasi inconsapevolmente. Abbiamo tutto. Ma tutto cosa? Il superfluo è diventato la nostra nuova necessità. Ci hanno ingannati, ci siamo ingannati. Cos’è tutto questo se non la ricerca della felicità? Non sapendo come raggiungerla cerchiamo lungo la strada dell’effimero, dell’avere, illudendoci che il nostro desiderio venga appagato. Ma è solo un gioco di scatole vuote e colorate.
Stiamo dormendo. Questa è la realtà. Anestetizzati, drogati e accondiscendenti. Siamo scesi a compromesso con la promessa del benessere, abbiamo barattato “il pensare” con il “Grande Fratello”, la ricerca e il dubbio per facili certezze sulle quali dormire sonni tranquilli.
Ma siamo prigionieri senza speranza? o possiamo liberarci? e quale è il costo di tale liberazione? possiamo, vogliamo pagarlo?