L’influenza linguistica sulla percezione
10/11/2010

ipotesi della relatività linguistica

L‘ipotesi della relatività linguistica (conosciuta anche come Ipotesi di Sapir Whorf) è recentemente stata oggetto di uno studio alla Stanford University di Palo Alto sulla percezione del colore blu in russi e inglesi. Secondo questa ipotesi, le modalità linguistiche con cui denominiamo il mondo determinano le modalità cognitive con cui lo percepiamo: parlanti di lingue differenti potrebbero dunque percepire la realtà in maniera diversa.

Tornando a russi e inglesi, la lingua russa obbliga a una distinzione terminologica fra il blu più chiaro (goluboy) e il blu più scuro (siniy) mentre in inglese il termine “blue” si usa indifferentemente per indicare un’ampia “fetta” dello spettro cromatico del blu.
Lo psicologo Jonathan Winawer e i suoi colleghi hanno provato a verificare se questa particolarità linguistica avesse qualche influenza su come i russi percepiscono le diverse tonalità del blu. Hanno dunque posto i partecipanti di fronte a una situazione come quella indicata nell’immagine in alto e chiesto loro di indicare, nel minor tempo possibile, quale dei due quadrati colorati in basso fosse dello stesso colore del quadrato presentato in alto.
I risultati hanno dimostrato che i parlanti in lingua russa avevano un vantaggio discriminativo, erano cioè più veloci a indicare il quadrato del giusto colore, se i quadrati fra cui scegliere avevano tonalità tali da ricadere in due differenti categorie linguistiche (uno siniy e l’altro goluboy). Se invece i quadrati fra cui scegliere avevano tonalità diverse, ma non tali da ricadere in differenti categorie linguistiche (entrambi siniy o entrambi goluboy) il vantaggio discriminativo veniva perso e russi e inglesi mostravano performance del tutto sovrapponibili.

A ulteriore conferma che fosse proprio la categorizzazione linguistica a influenzare la percezione del colore e non altre variabili cognitive, i ricercatori hanno provato a capire cosa accadeva inserendo un compito interferente sia verbale che spaziale, scoprendo che il vantaggio discriminativo dei russi veniva eliminato solo nel caso del compito interferente verbale (una sequenza di numeri da pronunciare ad alta voce mentre si effettuava la scelta del quadrato).

Semplificando al massimo: se la parte del cervello che gestisce il linguaggio è quella che “aiuta” i russi a discriminare meglio fra i due tipi di blu, mettendola fuori gioco con la sequenza di numeri, il vantaggio deve perdersi: i dati sono andati proprio in questa direzione.

Ma ecco un’interessante risvolto!

Se è vero che il linguaggio incide sulla percezione del mondo c’è da aspettarsi che gli effetti di questa influenza saranno  maggiori per ciò che appare nel campo visivo destro perchè è processato dall’emisfero cerebrale sinistro in cui hanno sede i centri del linguaggio.
Ulteriori esperimenti hanno confermato questa ipotesi:

13 partecipanti hanno dovuto distinguere fra 4 diverse tonalità di colore. In termini di lunghezza d’onda le tonalità differivano l’una dall’altra in misura proporzionale ed incrementale, ma due di esse erano ciò che chiamiamo “verde”, mentre le altre erano “blu”
In accordo con l’ipotesi di Sapir-Whorf i soggetti erano in grado di distinguere fra “verde” e “blu” più velocemente di quanto facessero fra due “verdi” o due “blu”, ma questo vantaggio nel tempo di reazione si verificava soltanto quando i colori apparivano nel lato destro dello spazio, confermando così l’ipotesi di ricerca.

La conclusione davvero curiosa è quindi che:

La nostra rappresentazione visiva del mondo è allo stesso tempo filtrata e non filtrata dalle categorie del linguaggio dipendentemente dal fatto che guardiamo a destra o a sinistra!

 

Considerazione:
Rimango sempre stupito dalla complessità dell’argomento della percezione. In questo articolo si sottolinea come il relativismo della soggettività possa addirittura esprimersi all’interno dello stesso individuo. I meccanismi della nostra mente sono davvero stupefacenti e chissà qanti, ancora sconosciuti, agiscono con precise routine per giungere ad un risultato cognitivo che ci pare così certo e sicuro, ma che di fatto è quanto di meno oggettivo si possa immaginare.

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La Neuroeconomia e il Neuromarketing
03/08/2010

Questa neonata disciplina, punto di incontro fra neurologia ed economia, ha destato una grande interesse da parte di chi si occupa di branding, di pubblicità e di marketing. Lo scopo è comprendere come le emozioni influenzino le nostre scelte in fatto di decisioni economiche quali ad esempio la scelta di un prodotto/marchio rispetto ad un altro o un investimento in borsa.

Il primo articolo sperimentale, datato 2001, “A Functional Imaging Study of Cooperation in Two-Person Reciprocal Exchange” e stato seguito da diversi studi che hanno fatto emergere alcuni particolari comportamenti del nostro cervello.

Ad esempio che il cervello valuta il rischio e la ricompensa separatamente. Quello che gli economisti chiamano “utilità attesa” appare un costrutto unitario soltanto a fini esplicativi, il cervello non esibisce infatti l’esistenza di un comando e di un controllo centralizzato.

Le applicazioni della nuova disciplina sono futuristiche: corsi di formazione per gli investitori per settare le proprie emozioni o per sondarne l’obiettività in anticipo con degli scan del cervello, previsioni  del collasso di una bolla di prezzo, anticipazioni psicologiche sulla fluttuazione dei mercati“. [Psicocafé]

La Psicostoria di Hari Seldon non sembra più tanto fantascienza!

Interessante l’esperimento di Neuromarketing effettuato al Baylor College of Medicine di Houston da Read Montague:

Ad un un gruppo di volontari venne data da assaggiare una Coca e una Pepsi (due bevande dal contenuto chimico identico), senza che i soggetti sapessero se si trattasse dell’una o dell’altra e verificò che nessuno di essi era in grado di percepire alcuna differenza.

Nella sessione sperimentale successiva invece, quando ai soggetti veniva rivelato il marchio, la propensione per la Coca-Cola aumentava a dismisura.

A livello neurale si osservò che nel cervello venivano attivate ulteriori aree rispetto a quella della corteccia prefrontale ventro mediale (VMPFC) che è coinvolta nell’elaborazione sensoriale.

Nel caso della Coca Cola si attivavano  anche l’ippocampo e la corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC),  aree note per essere implicate nell’elaborazione emotiva, la seconda in particolare nel controllo cognitivo e nella memoria di lavoro.

Il risultato di questo test è che il cervello non si limiterebbe a gustare la bevanda, bensì elaborerebbe cognitivamente il marchio, richiamando tutte le informazioni culturali (pubblicitarie) che possiede su di esso e si farebbe influenzare dalle emozioni  positive sapientemente associate all’informazione culturale.

La prossima volta che scegliete una bevanda, riflettete su quanto il suo marchio genera emozionalmente in voi, potreste rimanere stupiti!

NB
Il Neuromarketing non ha alcuna relazione con la comunicazione subliminale, vietata proprio in virtù della scorrettezza nei confronti dell’acquirente.

  • il neuromarketing tende ad appagare le preoccupazioni coscienti che rallentano la decisione di acquisto, offrendo soluzioni e vantaggi concreti al cliente.
  • le tecniche subliminali tendono invece ad utilizzare canali emozionali paralleli per indurre (non invogliare) inconsapevolmente all’acquisto di un prodotto.

    [Citazione Wikipedia]


La mente che mente
24/01/2010

La nostra mente è una fucina eccezionale di pensieri, idee riflessioni ragionamenti.
Ha la capacità di razionalizzare in maniera perfetta utilizzando gli schemi mentali che possiede e costruendo ipotesi e proiezioni sul futuro.

E’ la nostra migliore amica ma anche la nostra peggiore nemica.

Ieri sera ho eseguito un piccolo esperimento.
Mio figlio Luciano ha fatto un bellissimo classico disegno: un paesaggio con il prato, alberi, la casa, delle montagne, mamma, papà e se stesso.
E ovviamente il classico Sole con occhi naso e sorriso.

Ho deciso di appendermelo in ufficio, ma prima l’ho analizzato un po’ con lui.
“Come mai hai fatto il Sole con la faccia?” ho chiesto.
“Perché è più bello” è stato la risposta.
“E perché è più bello?” ho chiesto io
Dopo averci pensato un po’ Luciano mi ha risposto: “Perché il Sole è più bello se è una persona!”
Una bella risposta, ho pensato io. Un Sole umanizzato è rassicurante. Là in alto nel cielo, ci sorride, ci tranquillizza. Cosa c’è di meglio?

Tuttavia non soddisfatto ho posto un ulteriore domanda.
“Perché il Sole è più bello con la faccia e il resto no? potevi fare anche una faccia all’albero, al prato, alla casa….”
La prima difesa di Luciano è stata cercare di smontare la mia affermazione “La casa ha una faccia! ci sono le finestra che sono gli occhi e la porta che è la bocca….”
Ma io ho insistito “e il cielo? e le nuvole? e le montagne? a loro non l’hai fatta la faccia…perché?”

Ed ecco che la mente di Luciano si ritrova in difficoltà.
Ho scoperto un punto oscuro. Lui ha fatto qualcosa…e non sa il perché.
Il motivo per cui ha fatto il Sole con la faccia è che lo ha sempre visto disegnare così, dagli altri bambini, la maestra, la nonna (e probabilmente l’ha visto in quel terrificante programma…i teletubbies….brrr). Ma messo di fronte al fatto che non c’è un motivo frutto di un ragionamento o di una scelta la sua mente si trova in difficoltà e cerca delle scappatoie. Quando non le trova è disposta ad affermare qualsiasi cosa. Anche il falso. E a convincerci di esso.

Alla fine Luciano ha risposto così: “volevo fare la faccia anche alle altre cose ma me ne sono dimenticato…” piuttosto che ammettere il fallimento la sua mente propone un elegante via d’uscita da questo faro inquisitore puntato su di lei.

Questo schema protettivo di se stessa che la mente applica è esattamente lo stesso nei bambini come negli adulti.
L’agire inconsapevolemente porta a questo.

A tal proposito mi pare interessante citare un tratto del libro  “Veronika decide di morire” di Paulo Coelho:

“La normalità è solo una questione di consenso. Ossia, se molta gente pensa che una cosa sia giusta, quella cosa lo diventa“.

“Ogni essere umano è unico, con le proprie qualità, i propri istinti, le proprie forme di piacere, il proprio spirito d’avventura. Ma la società finisce per imporre una maniera collettiva di agire: nessuno si ferma mai a domandarsi perché sia necessario comportansi in quel modo. Ci si limita all’accettazione. Nel corso della tua esistenza hai mai conosciuto qualcuno che si sia domandato perché le lancette dell’orologio si muovono in una direzione, e non in quella opposta?”

“Se qualcuno lo domandasse, probabilmente si sentirebbe rispondere ‘ma tu sei matto!’ Se insistesse nella domanda, dapprima le persone tenterebbero di trovare una ragione, poi cambierebbero argomento, perché non può esistere alcun motivo valido.”

“Tu sei una persona diversa, che vuole essere uguale. E questo, dal mio punto di vista, è considerato una malattia grave.”

“È grave sforzarsi di essere uguale. È grave voler essere uguale, perché questo significherebbe andare contro le leggi di Dio che, in tutti i boschi e le foreste del mondo, non ha creato una sola foglia identica a un’altra”.

PS
Ho cercato su Yahoo Answers se qualcuno avesse domandato questa cosa del senso degli orologi.
Una risposta interessante è questa:

Le lancette ripropongono il verso di rotazione dell’ombra nelle antiche meridiane. Il tutto, ovviamente, connesso al fatto che le meridiane e glli orologi sono stati sviluppati nell’emisfero settentrionale, altrimenti avremmo avuto probabilmente le lancette che girano al contrario.