La pubblicità in televisione
11/11/2012

I poveri, attraverso il canone o la pubblicità, pagano la televisione per vedere i ricchi che si divertono.
[Carl William Brown]

Nel 2004, di fronte ad una platea di dirigenti televisivi, il direttore del primo canale della TV pubblica francese, fece la seguente dichiarazione: “Affinché un messaggio pubblicitario sia percepito, è necessario che il cervello dello spettatore sia disponibile ad accettarlo. Le nostre trasmissioni hanno come obiettivo quello di renderlo disponibile, cioè divertirlo, rilassarlo e quindi prepararlo al messaggio che arriverà. Ciò che noi vendiamo ai nostri sponsor non è il tempo, ma una corretta preparazione dell’individuo, alla manipolazione dei messaggi pubblicitari”.

Non è quindi solo la pubblicità a cercare di ingannarci, ma l’intero meccanismo, pensato per modificare la nostra percezione della realtà, al fine di plasmarci. Il legame tra i programmi e gli spot è così forte che le pubblicità più efficaci sono quelle che hanno come protagonisti gli stessi personaggi televisivi; in questo modo si riduce al minimo il distacco tra trasmissione e spot, creando un continuo che confonde lo spettatore al fine di aumentare la credibilità di un prodotto.

Chi lo avrebbe mai detto che quel bene di lusso che negli anni cinquanta tutti desideravano, si sarebbe trasformato nel più potente strumento di controllo a livello mondiale, destinato a pilotare gusti, tendenze, abitudini e stili di vita delle persone; e mentre tutti eravamo intenti a seguire Lascia o Raddoppia con un Mike Bongiorno appena trentunenne, la grande macchina del controllo sociale si era già messa in moto, pronta a piegarci al suo volere a colpi di veline, talent show e tanta tanta pubblicità.

fonte ZeroGas
Annunci

Obsolescenza Programmata
07/11/2011

planned_obsolescence

L’obsolescenza programmata  è una politica di deliberata progettazione di un prodotto con una vita utile limitata, che quindi diventerà obsoleto o non funzionante dopo un certo periodo. Ciò si può ottenere costruendo i beni in oggetto con materiali di qualità inferiore, oppure seguendo canoni costruttivi tali da rendere impossibile o troppo costosa la loro riparazione una volta che dovessero guastarsi.

Un modo molto più sottile per rendere prematuramente obsoleto un prodotto che ancora funziona è quello di immetterne sul mercato dopo poco tempo una nuova versione dotata di maggiori optional, preferibilmente dopo una adeguata campagna pubblicitaria che induca nel consumatore finale l’idea che la sua “vecchia versione” del prodotto sia ormai sorpassata ed inadeguata.

Si noterà che eventuali riparazioni di un oggetto guasto risultano, la maggior parte delle volte, talmente costose da dissuadere il cliente, che finisce per acquistare un sostituto nuovo di zecca. Tutto ciò va a produrre una quantità disarmante di rifiuti.
Tipico esempio di Obsolescenza Programmata è quello delle lampadine alogene, le lampade a incandescenza che erano praticamente perfette e programmate per essere eterne, quindi non funzionali al mercato. Allora, dopo qualche ricerca “scientifica” si è riusciti a ottenere quanto il mercato richiede: anche le alogene dopo un po’ si fulminano, si bruciano e vanno sostituite.
Centennial Bulb

Centennial Bulb, la lampadina californiana accesa da 110 anni!

Serge Latouche, famoso economista, professore universitario e filosofo definisce la società dei consumi come una forma di “totalitarismo soft”, destinato però a crollare:
«La società occidentale per secoli ha fatto fatica a crescere, perché si produceva molto ma non si consumava abbastanza. Solo dopo la seconda guerra mondiale si è trovata la “soluzione”: la società dei consumi, la crescita infinita per l’eternità. Che poggia su tre pilastri: la pubblicità, il credito, l’obsolescenza programmata. La pubblicità crea il desiderio di consumare, rende perennemente insoddisfatti di ciò che abbiamo: porta l’infelicità perché dobbiamo essere infelici in modo da desiderare sempre qualcosa da comprare.Ma per farlo servono sempre più soldi e ci indebitiamo. Ed ecco che il credito fornisce i mezzi per consumare. Infine c’è l’obsolescenza ricercata, programmata: siamo costretti a consumare, perché i nostri oggetti si rompono molto più di prima e riparare costa più che comprare oggetti nuovi, i quali costano poco perché sono prodotti con lavoro pagato niente». 

Il fatto è che nella maggior parte dei casi abbiamo perso ogni capacità, anche solo di iniziativa, riguardante la riparazione degli oggetti che ci circondano e che ovviamente in certi casi non possiamo avere dall’oggi al domani (come si può poi avere la competenza di riparare una fotocamera elettronica?)
“Chi per caso si ritrova in casa un vecchio frigorifero degli anni cinquanta, comprende quali passi da gigante abbia nel frattempo compiuto l’industria. Il frigo degli anni cinquanta infatti non si romperà mai – un clamoroso errore di progettazione! I bellissimi frigoriferi moderni invece, riescono ad unire ad un aspetto sano, funzionale ed indistruttibile, l’invisibile garanzia di una data di autodistruzione prefissata…..” 
(Liberamente tratto da un’ articolo di Roberto Quaglia per Delos)

Interessante considerare anche l’Obsolescenza Percepita, la quale serve per convincerci a gettar via cose perfettamente funzionanti o utilizzabili. Cambia il design in modo da rendere immediatamente visibile l’epoca dell’acquisto. Se indossiamo scarpe o giubbotti di tre anni fa tutti se ne accorgono all’istante.

Fonti:
http://magazine.liquida.it/2011/01/03/lobsolescenza-programmata-i-beni-di-consumo-sono-progettati-per-scadere-in-fretta/
http://www.nanopress.it/curiosita/2011/06/14/in-california-c-e-una-lampadina-accesa-da-110-anni_P1985123.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Obsolescenza_pianificata

La Neuroeconomia e il Neuromarketing
03/08/2010

Questa neonata disciplina, punto di incontro fra neurologia ed economia, ha destato una grande interesse da parte di chi si occupa di branding, di pubblicità e di marketing. Lo scopo è comprendere come le emozioni influenzino le nostre scelte in fatto di decisioni economiche quali ad esempio la scelta di un prodotto/marchio rispetto ad un altro o un investimento in borsa.

Il primo articolo sperimentale, datato 2001, “A Functional Imaging Study of Cooperation in Two-Person Reciprocal Exchange” e stato seguito da diversi studi che hanno fatto emergere alcuni particolari comportamenti del nostro cervello.

Ad esempio che il cervello valuta il rischio e la ricompensa separatamente. Quello che gli economisti chiamano “utilità attesa” appare un costrutto unitario soltanto a fini esplicativi, il cervello non esibisce infatti l’esistenza di un comando e di un controllo centralizzato.

Le applicazioni della nuova disciplina sono futuristiche: corsi di formazione per gli investitori per settare le proprie emozioni o per sondarne l’obiettività in anticipo con degli scan del cervello, previsioni  del collasso di una bolla di prezzo, anticipazioni psicologiche sulla fluttuazione dei mercati“. [Psicocafé]

La Psicostoria di Hari Seldon non sembra più tanto fantascienza!

Interessante l’esperimento di Neuromarketing effettuato al Baylor College of Medicine di Houston da Read Montague:

Ad un un gruppo di volontari venne data da assaggiare una Coca e una Pepsi (due bevande dal contenuto chimico identico), senza che i soggetti sapessero se si trattasse dell’una o dell’altra e verificò che nessuno di essi era in grado di percepire alcuna differenza.

Nella sessione sperimentale successiva invece, quando ai soggetti veniva rivelato il marchio, la propensione per la Coca-Cola aumentava a dismisura.

A livello neurale si osservò che nel cervello venivano attivate ulteriori aree rispetto a quella della corteccia prefrontale ventro mediale (VMPFC) che è coinvolta nell’elaborazione sensoriale.

Nel caso della Coca Cola si attivavano  anche l’ippocampo e la corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC),  aree note per essere implicate nell’elaborazione emotiva, la seconda in particolare nel controllo cognitivo e nella memoria di lavoro.

Il risultato di questo test è che il cervello non si limiterebbe a gustare la bevanda, bensì elaborerebbe cognitivamente il marchio, richiamando tutte le informazioni culturali (pubblicitarie) che possiede su di esso e si farebbe influenzare dalle emozioni  positive sapientemente associate all’informazione culturale.

La prossima volta che scegliete una bevanda, riflettete su quanto il suo marchio genera emozionalmente in voi, potreste rimanere stupiti!

NB
Il Neuromarketing non ha alcuna relazione con la comunicazione subliminale, vietata proprio in virtù della scorrettezza nei confronti dell’acquirente.

  • il neuromarketing tende ad appagare le preoccupazioni coscienti che rallentano la decisione di acquisto, offrendo soluzioni e vantaggi concreti al cliente.
  • le tecniche subliminali tendono invece ad utilizzare canali emozionali paralleli per indurre (non invogliare) inconsapevolmente all’acquisto di un prodotto.

    [Citazione Wikipedia]


La Campagna “Be Stupid” della Diesel
05/02/2010

Come tutte le campagne pubblicitarie di un certo livello e stile, lo scopo è colpire. Questa operazione pubblicitaria risulta ben fatta perchè centra perfettamente l’obiettivo che si era prefissata: traghettare l’azienda da una griffe di moda a un marchio di lifestyle.

Per chi non lo sapesse ricordo che DIESEL è un’azienda di abbigliamento casual, ideata e capitanata da Renzo Rosso da Molvena (Vicenza): presente in 80 paesi con 270 negozi monomarca e 1300 milioni di euro come fatturato annuo. Per intenderci…sono quelli che ti vendono a 200 euro un pantalone trattato in modo che sembri usato…(Se gli Alieni esistono, io spero sempre che non ci studino…perché non riesco ad immaginare le risate di fronte a queste cose…)

Il messaggio pubblicitario, in sintesi, è quello di contrapporre il comportamento dell’ intelligente, razionale e un po’ noioso (smart) a quello dell’ingenuo, passionale e imprudente (stupid).

L’elogio della stupido inteso come figura creativa, fuori dagli schemi, incontrollabile e dal comportamento spesso insensato o irrazionale sarebbe pure un messaggio interessante e fuori dalle righe in una società che tende a standardizzare per poter meglio vendere e controllare. Tuttavia la vis innovativa si estingue da sé nel momento in cui il tutto viene semplicemente svilito dagli esempi beceri e sguaiati che il corredo fotografico dell’operazione presenta. Tette e culi per intenderci…che a quanto pare non devono mai mancare per attirare il grande pubblico.

Ecco l’occasione mancata (non l’errore) di questa pubblicità: poteva essere un elogio della follia e dell’umanità, come lo stupendo personaggio Dupree interpretato da Owen Wilson nel film “Io e Dupree“. Uno stupido che vive con il cuore (alcune scene di quel film, come il colloquio di lavoro, sono da antologia ndr).

Ora, la cosa interessante di tutto questo discorso è che il target per il quale l’operazione è stata studiata è quello del modello standard della nostra generazione di giovani. Quello che guarda la DeFilippi e il Grande Fratello, che ha come modelli di successo la velina e il calciatore, che si affolla al cinema a guardare l’ultimo film natalizio di Vanzina. Si, quello che se gli chiedete cosa è successo nella “Baia dei Porci“, cercherà sulle pagine di Novella 2000 un qualche gossip piccante.

Non voglio scadere in facili moralismi o diventare un distributore di etichette, ma negare la reale povertà intellettuale di una grossa fetta generazionale non è comunque utile.

In breve, la Diesel scarta il piccolo target dei ragazzi “Smart” per poter fare affari con il grande bacino degli “Stupid”. Ovviamente fa bene. E’ una s.p.a e la sua ragione sociale e fare soldi.

La riflessione di oggi è quindi: sappiamo che questo modello è un gatto che si morde la coda o , meglio, che si autoalimenta in una corsa verso il baratro culturale. Gli ignoranti chiedono pochezza e il sistema gliela fornisce rendendoli ancora più ignoranti.

E’ possibile vedere un movimento in controtendenza che risulti conveniente per il nostro sistema socio-economico? (io do per scontato che senza la convenienza difficilmente un modello attecchisce…).  O altrimenti, esiste una proiezione del dove ci porterà questo impoverimento di valori? Esiste un punto di non ritorno? esiste un fondo a cui arrivare per poter poi, necessariamente, risalire?

Può la nostra società imbarbarirsi senza limiti come ipotizzato nella metafora de  “Il Signore delle Mosche” di William Golding del 1954?

Il mio spunto finisce qui.