Archive for the ‘Personaggi’ Category

Rudolf Nureyev
26/08/2015

Rudolf Nureyev, uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo e genio della danza, ormai giunto alla fine della sua vita (morirà di AIDS nel 1993), scrive una bellissima lettera-testamento sul grande amore della sua vita: la danza. La pubblichiamo integralmente perché pensiamo che anche per chi scrive ci sia lo stesso senso di dedizione e di amore, gli stessi passi da compiere per sollevarsi dentro la propria vita e oltre il dolore.

Non essere ballerino, ma danzare. Non essere scrittore, ma scrivere.

Paris_Beaton_2

«Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza. Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi.

Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine corso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria. Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso.

La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e mi dettero dopo tredici anni, la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi che danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare.

Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. Divenni uno degli astri più luminosi della danza. Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita.

Non essere ballerino, ma danzare. Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita».

RUDOLF NUREYEV

 

Fonte: ilmestierediscrivere.wordpress.com

Annunci

Joseph Ilunga Mwepu
11/05/2015

E’ morto a 65 anni venerdì scorso a Kinshasa, oggi Repubblica Democratica del Congo, al termine di una lunga malattia. Il nome di Joseph Ilunga Mwepu non dirà nulla alla maggior parte delle persone, se si eccettuano i più grandi appassionati di calcio. Eppure il gesto per cui lui passo alla storia del football è stato visto da centinaia di milioni di persone negli anni. E’ una storia che merita di essere raccontata perché è l’esempio di come calcio e politica siano stati, da sempre, profondamente intrecciati.
E’ il 22 giugno del 1974 e l’allora Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo) affronta nel corso della coppa del mondo di calcio, a Gelsenkirchen in Germania, il Brasile che era campione del mondo in carica. Per la prima ed unica volta nella storia del football, lo Zaire si qualifica per la fase finale del Mondiale. All’epoca, la Repubblica democratica del Congo è governata dal dittatore protagonista del colpo di stato del 1960, Mobutu Sese Seko, considerato uno dei dittatori più feroci della storia dell’Africa. Mobutu vede nel calcio uno strumento di affermazione internazionale e ricompensa i giocatori con moltissimi doni. Nella gara precedente tuttavia (dopo aver perso nella partita d’esordio 2-0 con la Scozia) lo Zaire viene sconfitto per 9-0 dall’allora Jugoslavia, una delle sconfitte più significative di sempre della storia dei Mondiali.
C’è però un’altra verità che sarà nota solo molti anni dopo. Nel periodo trascorso tra la partita con la Jugoslavia e quella con il Brasile i giocatori dello Zaire hanno ricevuto un chiaro messaggio da Mobutu: se perderete più di 3-0 con il Brasile al ritorno a casa troverete le vostre tombe. È con questo stato d’animo che i giocatori dello Zaire scendono in campo. Il Brasile è una formazione nettamente superiore alla nazionale africana. Si giunge così all’85esimo con il Brasile avanti per 3 a 0. L’arbitro fischia una punizione per il Brasile al limite dell’area africana. Rivelino, uno dei tiratori più pericolosi di sempre, si appresta a calciare. E, improvvisamente, dalla barriera Ilunga Mwepu scatta e calcia il pallone verso la tribuna. Stadio ammutolito, giocatore ammonito e brasiliani sconcertati. Il gesto sembra spezzare l’inerzia della gara. Il Brasile non trasforma la punizione e poi sembra non voler infierire: la gara finisce 3-0. Il giorno dopo i giornali di tutto il mondo ironizzeranno sul giocatore africano che non conosce i regolamenti. Mwepu divenne un’universale icona naif tanto che si realizzeranno perfino delle magliette con stampato il suo volto. Solo nel 2002 alla Bbc Mwepu racconterà la verità: «Mobutu ci aveva minacciato di morte, eravamo già sul 3-0, fui preso dal panico e calciai il pallone lontano. I brasiliani ridevano, ma non capivano cosa io provassi in quel momento». Ora che Mwepu non c’è più, potrà essere ricordato e capito. E quella punizione battuta al contrario non sarà più un simbolo di vergogna. Ma solo il gesto tentato da un uomo disperato per salvarsi la vita.

"E’ morto a 65 anni venerdì scorso a Kinshasa, oggi Repubblica Democratica del Congo, al termine di una lunga malattia. Il nome di Joseph Ilunga Mwepu non dirà nulla alla maggior parte delle persone, se si eccettuano i più grandi appassionati di calcio. Eppure il gesto per cui lui passo alla storia del football è stato visto da centinaia di milioni di persone negli anni. E’ una storia che merita di essere raccontata perché è l’esempio di come calcio e politica siano stati, da sempre, profondamente intrecciati.
E’ il 22 giugno del 1974 e l’allora Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo) affronta nel corso della coppa del mondo di calcio, a Gelsenkirchen in Germania, il Brasile che era campione del mondo in carica. Per la prima ed unica volta nella storia del football, lo Zaire si qualifica per la fase finale del Mondiale. All'epoca, la Repubblica democratica del Congo è governata dal dittatore protagonista del colpo di stato del 1960, Mobutu Sese Seko, considerato uno dei dittatori più feroci della storia dell’Africa. Mobutu vede nel calcio uno strumento di affermazione internazionale e ricompensa i giocatori con moltissimi doni. Nella gara precedente tuttavia (dopo aver perso nella partita d’esordio 2-0 con la Scozia) lo Zaire viene sconfitto per 9-0 dall’allora Jugoslavia, una delle sconfitte più significative di sempre della storia dei Mondiali.
C’è però un’altra verità che sarà nota solo molti anni dopo. Nel periodo trascorso tra la partita con la Jugoslavia e quella con il Brasile i giocatori dello Zaire hanno ricevuto un chiaro messaggio da Mobutu: se perderete più di 3-0 con il Brasile al ritorno a casa troverete le vostre tombe. È con questo stato d’animo che i giocatori dello Zaire scendono in campo. Il Brasile è una formazione nettamente superiore alla nazionale africana. Si giunge così all’85esimo con il Brasile avanti per 3 a 0. L’arbitro fischia una punizione per il Brasile al limite dell’area africana. Rivelino, uno dei tiratori più pericolosi di sempre, si appresta a calciare. E, improvvisamente, dalla barriera Ilunga Mwepu scatta e calcia il pallone verso la tribuna. Stadio ammutolito, giocatore ammonito e brasiliani sconcertati. Il gesto sembra spezzare l’inerzia della gara. Il Brasile non trasforma la punizione e poi sembra non voler infierire: la gara finisce 3-0. Il giorno dopo i giornali di tutto il mondo ironizzeranno sul giocatore africano che non conosce i regolamenti. Mwepu divenne un’universale icona naif tanto che si realizzeranno perfino delle magliette con stampato il suo volto. Solo nel 2002 alla Bbc Mwepu racconterà la verità: «Mobutu ci aveva minacciato di morte, eravamo già sul 3-0, fui preso dal panico e calciai il pallone lontano. I brasiliani ridevano, ma non capivano cosa io provassi in quel momento». Ora che Mwepu non c’è più, potrà essere ricordato e capito. E quella punizione battuta al contrario non sarà più un simbolo di vergogna. Ma solo il gesto tentato da un uomo disperato per salvarsi la vita."

Le parole di Josè Mùjica
20/04/2015

3448986_3_f807_jose-mujica-le-30-novembre-2012_6c9842a03698d6b6163d0ef35573012c

 

“Continuare a vivere in una società di tipo capitalistica che determina il suo principale percorso in relazione agli andamenti dei mercati, in cui la nostra cultura è funzionale ai bisogni del mercato e non necessariamente funzionale ai bisogni della vita umana, ci rende totalmente ignoranti di fronte al futuro della vita stessa. In poche parole la cultura contemporanea non è funzionale alla vita su questo pianeta”.

Josè Mùjica

Pawel Kuczynski
22/07/2014

Grafico polacco noto nell’ambiente della pittura e dell’Arte Contemporanea, per aver realizzato dipinti a carattere satirico: ogni sua creazione nasconde un significato emblematico ben preciso, mirato a “denunciare” aspetti sociali o persone della vita attuale. Una miscela “Goia-Forattini” in certi versi, le sue opere stuzzicano l’opinione pubblica e suscitano nell’osservatore attente riflessioni.  Appena 35enne Pawel si è laureato all’Accademia di Belle Arti di Poznan come grafico e gli sono stati riconosciuti finora 92 premi in vari concorsi nazionali e internazionali. Non per ultimo il premio “Eryk” nel 2005 offerto dall’Associazione Cartoonist in Polonia.

 

297725_503947396300511_848689261_n

artwork-satire-cartoonist-pawel-kuczynski-polish-22

 

download

 

images

Kuczynski_Pawel.16

pawel-kuczynski1

pawel-kuczynski-1

Pawel-Kuczynski-06

pawel-kuczynski11

pawel-kuczynski-car

Pawel-Kuczynski-cartoonist-4

Pawel-Kuczynski-satirical-illustration-1

Pawel-Kuczynski-satirical-illustration-8

Pawel-Kuczynski-satirical-illustration-11-600x600

Pawel-Kuczynski-Voting

satirical-art-pawel-kuczynski-3

satirical-art-pawel-kuczynski-19

satirical-illustrations-pawel-kuczynski-2-13

wedding

 

La lettera di Roberto Baggio
01/07/2014

Roberto Baggio

A tutti i giovani e tra questi ci sono anche i miei tre figli.

Per vent’anni ho fatto il calciatore. Questo certamente non mi rende un maestro di vita ma ora mi piacerebbe occuparmi dei giovani, così preziosi e insostituibili. So che i giovani non amano i consigli, anch’io ero così. Io però, senza arroganza, stasera qualche consiglio lo vorrei dare. Vorrei invitare i giovani a riflettere su queste parole.

La prima è passione.
Non c’è vita senza passione e questa la potete cercare solo dentro di voi. Non date retta a chi vi vuole influenzare. La passione si può anche trasmettere. Guardatevi dentro e lì la troverete.

La seconda è gioia.
Quello che rende una vita riuscita è gioire di quello che si fa. Ricordo la gioia nel volto stanco di mio padre e nel sorriso di mia madre nel metterci tutti e dieci, la sera, intorno ad una tavola apparecchiata. E’ proprio dalla gioia che nasce quella sensazione di completezza di chi sta vivendo pienamente la propria vita.

La terza è coraggio.
E’ fondamentale essere coraggiosi e imparare a vivere credendo in voi stessi. Avere problemi o sbagliare è semplicemente una cosa naturale, è necessario non farsi sconfiggere. La cosa più importante è sentirsi soddisfatti sapendo di aver dato tutto, di aver fatto del proprio meglio, a modo vostro e secondo le vostre capacità. Guardate al futuro e avanzate.

La quarta è successo.
Se seguite gioia e passione, allora si può parlare anche del successo, di questa parola che sembra essere rimasta l’unico valore nella nostra società. Ma cosa vuol dire avere successo? Per me vuol dire realizzare nella vita ciò che si è, nel modo migliore. E questo vale sia per il calciatore, il falegname, l’agricoltore o il fornaio.

La quinta è sacrificio.
Ho subito da giovane incidenti alle ginocchia che mi hanno creato problemi e dolori per tutta la carriera. Sono riuscito a convivere e convivo con quei dolori grazie al sacrificio che, vi assicuro, non è una brutta parola. Il sacrificio è l’essenza della vita, la porta per capirne il significato. La giovinezza è il tempo della costruzione, per questo dovete allenarvi bene adesso. Da ciò dipenderà il vostro futuro. Per questo gli anni che state vivendo sono così importanti. Non credete a ciò che arriva senza sacrificio. Non fidatevi, è un’illusione. Lo sforzo e il duro lavoro costruiscono un ponte tra i sogni la realtà.

Per tutta la vita ho fatto in modo di rimanere il ragazzo che ero, che amava il calcio e andava a letto stringendo al petto un pallone. Oggi ho solo qualche capello bianco in più e tante vecchie cicatrici. Ma i miei sogni sono sempre gli stessi. Coloro che fanno sforzi continui sono sempre pieni di speranza. Abbracciate i vostri sogni e inseguiteli. Gli eroi quotidiani sono quelli che danno sempre il massimo nella vita.

Ed è proprio questo che auguro a Voi ed anche ai miei figli.

A Livella
29/03/2014

 

Ogn’anno,il due novembre,c’é l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn’anno,puntualmente,in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch’io ci vado,e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.

St’anno m’é capitato ‘navventura…
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo,e che paura!,
ma po’ facette un’anema e curaggio.

‘O fatto è chisto,statemi a sentire:
s’avvicinava ll’ora d’à chiusura:
io,tomo tomo,stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

“Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l’11 maggio del’31”

‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…
…sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine;
tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto:
cannele,cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore
nce stava ‘n ‘ata tomba piccerella,
abbandunata,senza manco un fiore;
pe’ segno,sulamente ‘na crucella.

E ncoppa ‘a croce appena se liggeva:
“Esposito Gennaro – netturbino”:
guardannola,che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! ‘ncapo a me penzavo…
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s’aspettava
ca pur all’atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s’era ggià fatta quase mezanotte,
e i’rimanette ‘nchiuso priggiuniero,
muorto ‘e paura…nnanze ‘e cannelotte.

Tutto a ‘nu tratto,che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato…dormo,o è fantasia?

Ate che fantasia;era ‘o Marchese:
c’o’ tubbo,’a caramella e c’o’ pastrano;
chill’ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu ‘nascopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro…
‘omuorto puveriello…’o scupatore.
‘Int ‘a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se ritirano a chest’ora?

Putevano sta’ ‘a me quase ‘nu palmo,
quanno ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,
s’avota e tomo tomo..calmo calmo,
dicette a don Gennaro:”Giovanotto!

Da Voi vorrei saper,vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir,per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!

La casta è casta e va,si,rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava,si,inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d’uopo,quindi,che cerchiate un fosso
tra i vostri pari,tra la vostra gente”

“Signor Marchese,nun è colpa mia,
i’nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse
e proprio mo,obbj’…’nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.

“E cosa aspetti,oh turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!”

“Famme vedé..-piglia sta violenza…
‘A verità,Marché,mme so’ scucciato
‘e te senti;e si perdo ‘a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so mazzate!…

Ma chi te cride d’essere…nu ddio?
Ccà dinto,’o vvuo capi,ca simmo eguale?…
…Muorto si’tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale”.

“Lurido porco!…Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri,nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?”.

“Tu qua’ Natale…Pasca e Ppifania!!!
T”o vvuo’ mettere ‘ncapo…’int’a cervella
che staje malato ancora e’ fantasia?…
‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.

‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”

Angel Boligan: vignette, satira e riflessioni
12/02/2014

Oggi vi presento questo vignettista Cubano, nato nel 1965 e da tanti anni esperto caricaturista con le sue Bolicaturas.
Di seguito alcune immagini.

 

1206125589starwars 1206125671cartero1 1206125836ULTIMOBOCADO 1206125860PROTECCION 1206126008EXORCISMOboli 1206126096CMsecta1 1212106684CASTILLOecologico 1232669856SEDUCTORboli 1234287410PUBLICIDADINFANTIL1boli 1267153042CURSOINTENSIVOboli comic_satire_02 comic_satire_07

Cosa desideri davvero?
27/12/2013

Dalla penna di “Zen Pencils” una striscia che ci porta la domanda semplice quanto intensa e profonda di Alan Watts.

2013-01-08-alanwatts

 

August Landmesser
18/02/2013

“Perché nessuno si ricorderà del nome di tutte quelle mani tese…”

August Landmesser (Moorrege, 24 maggio 1910 – Stagno, 17 ottobre 1944) è stato un operaio tedesco, oppositore politico antinazista negli anni trenta. Fu uno dei pochi tedeschi, assieme ai ragazzi della “Rosa Bianca” o al colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, che si opposero pubblicamente al potere di Adolf Hitler.

 

August_Landmesser
August Landmesser il 13 Giugno 1936, Cantieri navali di Amburgo

August Landmesser nacque il 24 maggio 1910 figlio di August Franz Landmesser e Wilhelmine Magdalene Schmidt.
Operaio presso l’arsenale navale Blohm + Voss di Amburgo, August Landmesser diventò noto nel 1991 per la sua probabile ma non certa apparizione in una fotografia ove, unico fra centinaia di operai e autorità, si rifiutò di eseguire il saluto nazista ad Adolf Hitler rimanendo impassibile a braccia conserte nel corso dell’inaugurazione del varo della nave scuola della marina militare tedesca, la Horst Wessel, il 13 giugno 1936. Questa fotografia fu ritrovata solamente nel 1991, esposta al centro di documentazione “Topografia del terrore” presso il vecchio quartier generale della Gestapo a Berlino, fu pubblicata dal quotidiano Die Zeit. In quello scatto Irene, la figlia più piccola di August e Ingrid, quella più grande, credettero di riconoscere il loro padre nel suo significativo gesto di protesta.

August Landmesser fu membro del partito nazionalsocialista dal 1931 al 1935 costretto all’adesione solamente perché spinto dal bisogno di ottenere un posto di lavoro. Cominciò ad osteggiare il nazismo quando, divenuto padre di due figlie, avute da una giovane donna di religione ebraica, fu ritenuto colpevole di “disonorare la razza” e pertanto segnalato come oppositore al regime del Terzo Reich fu dapprima espulso dal partito e poi carcerato due volte nel campo di concentramento di Börgermoor.
August Landmesser si era sposato nel 1935 con Irma Eckler, che era nata nel 1913, ma il suo matrimonio a causa dell’entrata in vigore delle leggi razziali di Norimberga nell’agosto del 1935 non fu riconosciuto dall’ufficio del registro del comune di Amburgo e inoltre alle stesse figlie, Ingrid nata il 29 ottobre del 1935 e Irene nata il 6 agosto del 1937, non fu riconosciuto il cognome paterno ma quello della madre.

Irma Eckler fu arrestata nel 1938 dalla Gestapo e detenuta dapprima nel campo di concentramento di Fuhlsbüttel ad Amburgo e successivamente trasferita nei campi femminili di Oranienburg e Ravensbrück. Irma Eckler si suppone sia deceduta il 28 aprile del 1942 nell’istituto sanitario di Bernburg dove i medici nazisti praticavano l’eutanasia sui malati mentali. Le figlie Ingrid e Irene, furono separate; Ingrid fu affidata alla nonna paterna mentre Irene fu condotta dapprima in un orfanatrofio poi assegnata a dei parenti.
August Landmesser fu scarcerato il 19 gennaio 1941 e assegnato ai lavori forzati presso la società Püst. Questa compagnia era una branca della Heinkel-Werke sita a Seebad Warnemünde. Nel febbraio 1944 a causa della penuria di uomini abili alle armi, Landmesser, nonostante i suoi precedenti penali, fu arruolato nella Wehrmacht e assegnato ad un battaglione di disciplina, il 19º Battaglione penale di fanteria della famigerata Strafdivision 999, ove fu dichiarato disperso in combattimento nel corso di una missione operativa a Stagno in Croazia.

Il 20 dicembre 1949 la corte distrettuale di Amburgo-Altona dichiarò Irma Eckler morta, indicando il giorno 28 Aprile 1942 come la data più probabile del suo assassinio mentre, sempre nello stesso anno, il tribunale distrettuale di Rostock dichiarò morto August Landmesser alla data del 1º agosto 1949. Nell’autunno del 1951 il municipio di Amburgo riconobbe ufficialmente il matrimonio tra August Landmesser e Irma Eckler e, inoltre, le figlie Ingrid e Irene, sopravvissute alla guerra, ricevettero il cognome del padre.

Se non ci fosse stata questa foto sarebbe rimasto senza
memoria e senza giustizia.

Senza quel gesto sarebbe stata solo
un’altra mano tesa fra le altre.

Il suo essere in disaccordo lo ha reso l’unico, in quel momento, degno
di chiamarsi Uomo.

Fonte : wikipedia

Bruno Lauzi
14/01/2013

bruno lauzi

 

 

 

« Ora dicono fosse un poeta
Che sapesse parlare d’amore
Cosa importa se in fondo uno muore
E non può più parlare di te »
[Bruno Lauzi]