Essere genitori significa anche fare errori: eccone 10
26/06/2014

genitori e figli

Nota: Da un articolo di kari kubiszyn kampakis tradotto da Stefano Pitrelli.

Quando sono diventata mamma, di consigli su come crescere mio figlio ne ho ricevuti a pacchi. Ma solo pochi anni fa c’è stato qualcuno che mi ha finalmente fatto notare come voler bene ai propri figli significhi in realtà desiderare ciò che è meglio per loro a lungo termine.

Quando le mie quattro figlie erano piccole, del lungo termine non mi curavo più di tanto. All’epoca era una mera questione di sopravvivenza, di risposta a bisogni quotidiani, e di galleggiamento.

Ora che le mie ragazzine stanno maturando, però, la nebbia si solleva. Non sono più una neofita dell’esser genitore, ne sono piuttosto un convertito apostolo. Il vantaggio di questo stadio è che le ragazze vogliono trascorrere del tempo in mia compagnia. Tra noi facciamo delle vere conversazioni, che mettono in risalto le loro splendide personalità. E quando tutti dormono la notte, dormo meglio anch’io. Riesco a ragionare seguendo un filo logico, e riesco a crescerle in modo più pianificato.

Negli ultimi tempi faccio più attenzione al lungo periodo. Penso al genere di adulti che spero diventeranno, e ripercorro la strada all’indietro chiedendomi: “Che cosa posso fare oggi per favorire questo esito domani?”. L’attenzione al loro futuro ha mutato il mio paradigma di genitore, perché ciò che rende felice un bimbo all’età di dieci o quindici anni è piuttosto diverso da ciò che li renderà felici a 25, 30, 40 e oltre.

Qualche tempo fa sono incappata in alcuni articoli e libri interessanti che approfondiscono ciò che gli psicologi di oggi si trovano ad osservare: cioè un numero crescente di ventenni depressi senza saperne il perché. Questi giovani adulti ritengono di aver avuto un’infanzia magica. I genitori sono i loro migliori amici. Mai nella loro vita hanno esperito tragedie, o quanto meno niente di peggio di comuni delusioni. E tuttavia, per qualche ragione, si sentono infelici.

Una delle spiegazioni che viene offerta è che i genitori di oggi tendono a intervenire troppo in fretta. Siccome non vogliamo che i nostri figli falliscano, invece di lasciare che affrontino le avversità, liberiamo loro la strada, rimuovendo gli ostacoli per rendergli facile la vita.

Ma le avversità fanno parte della vita, e solo affrontandole i nostri figli potranno sviluppare quelle capacità di adattamento di cui avranno bisogno più avanti. Ragion per cui, anche se sembra di far loro un favore, in realtà non stiamo facendo altro che ritardare il loro sviluppo. Prediligiamo i benefici a breve termine al benessere del lungo periodo.

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FOTO: “Non è ciò che fai per i tuoi figli, ma ciò che hai insegnato loro a fare per se stessi, che li farà realizzare come esseri umani”. Ann Landers

In un articolo ho letto che i presidi dei college tendono a definire le matricole “tazze da tè”, per la loro fragilità di fronte a problemi della minima entità. La domanda che veniva posta era questa: “Può essere che schermando sin da piccoli i nostri ragazzi dall’infelicità stiamo finendo per privarli della felicità da adulti?”.

Ecco la risposta dello psichiatra Paul Bohn, così come viene parafrasata nell’articolo.

Molti genitori faranno qualsiasi cosa per evitare che i propri figli affrontino il benché minimo disagio, ansia o delusione… “Tutto ciò che sia men che piacevole”, spiega — col risultato che quando poi da adulti si trovano ad esperire i normali momenti di frustrazione della vita, allora si ritrovano a pensare che vi sia qualcosa di terribilmente sbagliato.

Perché mi sento di condividere tutto questo? Perché sono convinta che sia importante, nell’epoca dei genitori-elicottero. Benché da un lato trovi bello che i genitori di oggi siano più coinvolti nelle vite dei propri figli rispetto alle generazioni precedenti, questo nostro coinvolgimento può spingersi troppo in là. Ciò che potremmo voler giustificare come un comportamento da “bravi genitori” può finire col far del male ai nostri figli nel futuro. Se non lo teniamo ben presente, sarà facile accollare lore l’handicap di una vita troppo facile.

Come dice il mio filosofo della genitorialità preferito: “Preparate vostro figlio alla strada, non la strada per vostro figlio”.

Ciò detto, ho steso una lista dei dieci errori più comuni, compiuti più frequentemente dai genitori di oggi — me inclusa. Non intendo puntare il dito, solo accrescere la consapevolezza. Ciò che fa parte della nostra cultura non è necessariamente nel migliore interesse dei nostri figli.

Errore Numero 10: La venerazione dei figli.

Molti di noi vivono all’interno di comunità che ruotano intorno al bambino. Cresciamo i nostri ragazzi all’interno di nuclei familiari bambino-centrici. Ai nostri figli, naturalmente, piace, perché le nostre vite ruotano intorno a loro. E nella maggioranza dei casi anche noi non dispiace, perché la loro felicità è la nostra. Ci appassiona fare le cose per loro, spendere per loro, e inondarli d’amore e di attenzioni.

Ma credo sia importante tenere a mente che i nostri figli sono fatti per essere amati, non venerati. E quando li mettiamo al centro dell’universo non facciamo altro che creare un falso idolo, snaturando qualcosa di buono. Piuttosto che mettere i ragazzi al centro delle nostre case, dovremmo sforzarci di metterci Dio. I nostri figli si sentiranno comunque amati, solo in un modo migliore, in un modo che mette l’altruismo davanti all’egoismo.

Errore Numero 9: La teoria del bambino perfetto.

Lo sento spesso dai professionisti a contatto coi bambini (assistenti, insegnanti, etc.): i genitori di oggi non vogliono sentire niente di negativo nei confronti dei loro ragazzi. Quando si sollevano dei dubbi o delle preoccupazioni, per quanto espressi con amore, la reazione istintiva è spesso quella di aggredire chi te lo fa notare.

La verità può far male, ma quando prestiamo ascolto con la mente e il cuore aperti, non possiamo che trarne beneficio. Potremo intervenire con largo anticipo, prima che una qualsiasi situazione sfugga di mano. Affrontare un bambino problematico è decisamente più facile di quanto non lo sia ricomporre un adulto caduto a pezzi.

Come ha osservato uno psichiatra di “Children’s of Alabama” quando l’ho intervistata sul tema della depressione adolescenziale, giocare d’anticipo è essenziale perché può alterare la traiettoria della vita di un bambino. È per questo, dice, che trova appassionante la psichiatria infantile e adolescenziale — perché i ragazzi sono resilienti, ed è molto più facile intervenire con successo quando sono giovani, invece che anni dopo, quando i problemi si sono protratti tanto da entrare a far parte della loro identità.

Errore Numero 8: La vita per conto dei figli.

I figli ci danno grandi soddisfazioni. E quando hanno successo, la cosa ci rende più felici che se fossimo stati noi a ottenerlo.

Ma quando siamo troppo coinvolti nelle loro vite, diventa difficile capire dove iniziamo noi e dove loro finiscono. E quando i figli diventano un nostro prolungamento, possiamo finire col vederli come la nostra seconda chance. D’un tratto, allora, tutto gira intorno a loro, più che intorno a noi. Ed ecco che la loro felicità inizia a confondersi con la nostra.

Errore Numero 7: L’aspirazione del migliore amico.

Una volta ho chiesto a un prete d’individuare l’errore più grave che vede nei genitori. Ci ha pensato su un attimo e mi ha risposto: “I genitori che non fanno i genitori. Quelli che non vogliono sporcarsi le mani”.

Come tutti, desidero che le mie figlie mi vogliano bene. Voglio che mi lodino e che mi apprezzino. Ma se faccio bene il mio lavoro, ci saranno volte in cui si arrabbieranno, e in cui non piacerò loro affatto. Alzeranno gli occhi al cielo, sbufferanno e si lamenteranno, e diranno che avrebbero preferito nascere in un’altra famiglia.

Cercare di essere il migliore amico di tuo figlio può solo finire per renderti più permissivo, spingendoti verso scelte dettate dalla disperazione, cioè dal timore di perderne l’approvazione. Quello non è amore; è un nostro bisogno.

Errore Numero 6: La competizione fra genitori.

Ogni genitore ha un lato competitivo. Per destare questo mostro basta che un altro genitore dia al proprio figlio un vantaggio a scapito del nostro.

Alle medie e al liceo di storie come questa ne sento parecchie, aneddoti d’amicizie infrante e tradimenti, dove una famiglia raggira l’altra. La mia impressione è che alla radice di tutto ci sia la paura. Temiamo che i nostri figli rimangano indietro. Abbiamo paura che, a meno che non ci si getti a capofitto nella pazzia, e non si faccia di tutto per aiutarli ad eccellere fin dall’inizio, resteranno mediocri per il resto delle loro vite.

Credo che i bambini abbiamo bisogno di lavorare duramente, e di capire che i tuoi sogni non vengono serviti su un piatto d’argento; che per ottenerli devi sudare e lottare. Ma quando trasmettiamo un messaggio del genere “vinci a ogni costo”, autorizzandoli a calpestare gli altri per passare avanti, perdiamo di vista la questione della personalità. Che potrà non sembrare importante nel corso dell’adolescenza, ma che negli adulti è tutto.

Errore Numero 5: Perdersi il bello dell’infanzia.

L’altro giorno ho trovato l’adesivo di una merendina alla fragola sul lavandino della cucina, che mi ha ricordato quando fortunata sia a condividere la casa con le piccole.

Un giorno non ci saranno più adesivi nel mio lavandino. Non ci saranno Barbie nella vasca da bagno, bambolotti sul letto o Mary Poppins nel lettore Dvd. Sulle finestre non ci saranno impronte appiccicose, e la mia casa sarà silenziosa, perché le mie figlie se ne staranno fuori in compagnia delle amiche, invece che nel nido con me.

Crescere dei bambini piccoli può essere un lavoro duro e monotono. A volte ti sfinisce tanto — fisicamente ed emotivamente — che ti piacerebbe fossero già cresciute, per renderti la vita più facile. Poi c’è quella curiosità di sapere come saranno quando saranno cresciuti. Quali passioni avranno? Diventerà chiaro quali siano le loro doti date da Dio? Da genitori ce lo auguriamo, perché capire su quali punti di forza insistere ci permette di orientarli nella giusta direzione.

Ma proiettandoci nel futuro, chiedendoci se quel talento per l’arte renderà tuo figlio un Picasso, o se la sua voce melodica la renderà una Taylor Swift, potremmo dimenticarci di godere dello splendore che abbiamo davanti a noi: i bebè nelle tutine footie, le favole della buonanotte, il solletico sul pancino e quelle risatine di gioia. Potremmo dimenticare di lasciare che i nostri figli siano piccoli, e di goderci quell’unica infanzia che viene loro offerta.

Le pressioni sui ragazzi iniziano fin troppo presto. Se davvero vogliamo che abbiano un vantaggio competitivo, dovremo proteggerli da queste pressioni. Dovremo lasciare che si divertano, e che crescano al loro ritmo, così che possano 1) esplorare i propri interessi senza timore di fallire e 2) così che non si brucino.

L’infanzia è il momento del gioco libero e della scoperta. Quando mettiamo fretta ai bambini, li derubiamo di un’età dell’innocenza alla quale non torneranno mai più.

Errore Numero 4: I figli che vuoi contro i figli che hai.

Da genitori abbiamo dei sogni per i nostri figli. Iniziano già quando siamo incinte, prima ancora di conoscere il genere del nascituro. Dentro di noi coltiviamo la segreta speranza che siano uguali a noi, solo più intelligenti e più dotati. Vogliamo essere i loro mentori, mettendo a frutto le nostre esperienze.

Ma l’ironia dell’esser genitori è che i nostri figli ribaltano tutti gli stampi. Ci arrivano sempre con inclinazioni impreviste. E il nostro mestiere è quello di capirne il verso giusto e prepararli in quella direzione. Imporre loro i nostri sogni non funzionerà. Solo quando li vedremo per ciò che sono potremo avere un impatto potente sulle loro vite.

Errore Numero 3: Dimenticare che i nostri fatti contano più delle nostre parole.

A volte quando le mie ragazze mi fanno una domanda, poi aggiungono: “Cerca di esser breve”. Il fatto è che mi conoscono bene, perché cerco sempre di infilarci una lezione di vita. Cerco di trasmettere saggezza, dimenticando come l’esempio conti più delle parole.

Il modo in cui affronto il rifiuto e l’avversità… in cui tratto amici ed estranei… che io mi lamenti o esalti il padre… queste cose le notano. E il modo in cui mi comporto dà loro il permesso di fare lo stesso.

Se voglio che i miei figli siano meravigliosi, dovrò puntare ad esserlo anch’io. Dovrò essere la persona che spero diventeranno.

Errore Numero 2: Il giudizio sui genitori degli altri — e sui loro figli.

Per quanto possiamo non condividere il modo degli altri di esser genitore, non sta a noi giudicare. Nessuno al mondo è “del tutto buono” o “del tutto cattivo”; siamo tutti un miscuglio di entrambi, una comunità di peccatori in lotta ciascuno coi propri demoni.

Personalmente più è duro il periodo che attraverso, più sono tollerante nei confronti degli altri genitori. Quando mia figlia mi mette duramente alla prova, sarò più indulgente nei confronti di genitori che si trovano nella stessa barca. Quando la vita mi travolge, perdono gli errori degli altri, e lascio perdere.

Non puoi mai sapere che cosa stia passando l’altro, o quando sarai tu ad aver bisogno d’indulgenza. E anche se non possiamo controllare i giudizi che esprimiamo dentro di noi, possiamo contenerli cercando di comprendere la persona, invece di saltare a conclusioni.

Errore Numero 1: Sottovalutare la PERSONALITA’.

Se c’è una cosa che spero di non sbagliare con le mie piccole è il loro NOCCIOLO. La personalità, la fibra morale, la bussola interiore… sono queste le cose che pongono le basi di un futuro sano e felice. Importano più di qualsiasi voto o premio.

Nessuno è in grado di imporre una personalità ai proprio figli, e a 10 o 15 anni non importa più di tanto. I bambini cercano gratificazioni a breve termine, sta a noi come genitori vedere più lontano. Sappiamo che ciò che avrà importanza a 25, 30 e 40 anni non sarà quanto in là riusciranno a tirare il pallone, o se saranno cheerleader, ma il modo in cui tratteranno gli altri, e ciò che penseranno di loro stessi. Se vogliamo che la loro personalità si formi, la loro fiducia in se stessi, la loro forza e resilienza, allora dobbiamo lasciare che affrontino le avversità e assaggino l’orgoglio di chi, superandole, ne esce più forte di prima.

È duro veder fallire i propri figli, ma a volte dobbiamo farlo. A volte dobbiamo chiederci se intervenire sia nel loro interesse. Ci sono un milione di modi per amare un figlio, ma pur cercando di renderli felici, cerchiamo di restare coscienti del fatto che a volte il dolore a breve-termine è un guadagno a lungo-termine.

Fonte: www.huffingtonpost.it

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Le madri che conosco
03/04/2014

Donne-e-lavoro

Le madri che conosco, quelle della mia età, sono quasi tutte laureate. Sono madri che non hanno passato l’infanzia a immaginare l’abito per il loro matrimonio o il nome dei figli che avrebbero avuto. Non soltanto, per lo meno. Le madri che conosco sono donne che hanno studiato e viaggiato. Donne che leggono, che si informano, che fanno acquisti online e pagano i conti al ristorante. Le madri che conosco sono madri che lavorano, se e quando viene loro permesso.

C’è Emme, che ogni giorno attraversa un’intera provincia per entrare in un laboratorio troppo freddo e pieno di sostanze tossiche. Veste un camice che significa molto, per lei, e lavora con una diligenza che conosco fin dai banchi di scuola. Non la pagano. Ma sta imparando tante cose e “magari prima o poi esce un bando e mi assumono, almeno per qualche mese”. Un lavoro normale, stipendiato e in regola, ha smesso di cercarlo da un po’, ma prima o poi dovrà pur ricominciare.

Erre è una brava insegnante, sapeva che questo sarebbe stato il suo mestiere fin da quando era piccola e passava le giornate dall’altra parte della cattedra. Insegna agli adulti, perché trovare un posto in una scuola, soprattutto nella sua terra di emigranti, è poco più che una fantasia. Lavora una settimana sì e tre no, attende ogni volta grappoli di giorni per essere pagata. E intanto continua ad aggiornarsi, perché un’insegnante che si rispetti deve essere una brava studentessa per tutta la vita.

C’è un’altra Emme che è appena rientrata in ufficio dopo la maternità. Quattro mesi, non un giorno di più, perché ha un contratto a progetto ed è già tanto che non abbia perso il posto quando ha annunciato la sua gravidanza. Niente permessi per l’allattamento, niente telelavoro. Solo una neonata svezzata prima del dovuto e una mole enorme di sensi di colpa.

A., invece, un lavoro normale ce l’aveva, da quando aveva 18 anni. Ma l’ha lasciato in un giorno d’inverno per seguire il suo uomo in un’altra regione. Un’emigrazione al contrario, che nel suo caso fa rima con disoccupazione. Chi vuoi che assuma la madre di due figli piccoli, lontana da casa, senza una famiglia su cui contare se i bambini si ammalano o sono in vacanza da scuola?

Di è un poco più grande di me, i suoi figli sono cresciuti in fretta e ormai sono più alti di lei. Quando erano piccoli ha barattato per sempre ferie, aumenti e dignità per un’ora di lavoro in meno ogni giorno, un’ora in più da passare con i suoi bambini. È circondata da maschi che aspettano da quasi quindici anni che lei si scusi per le sue gravidanze. Gli stessi che, al rientro dalla seconda maternità, le fecero sparire la sedia e la scrivania dietro la quale lavorava. Giusto per essere chiari. Per essere sicuri che non osasse riprovarci una terza volta.

C’è Gi, che lavora per una grande azienda. Ha una pausa pranzo interminabile e una figlia piccola che resta al nido fino a tardi. La flessibilità non esiste, quando servirebbe per rientrare a casa prima del calar del sole e correre al parco con la tua bambina per mano. Gi esce di casa molto presto al mattino e rientra quando ormai è buio. Prendere o lasciare, un’altra strada non c’è.

Le madri che conosco lavorano troppo o troppo poco, e lavorerebbero meglio se solo qualcuno le mettesse in condizione di farlo. Quando sono al lavoro, le madri che conosco devono scusarsi perché sono madri, e quando tornano a casa vorrebbero scusarsi perché sono donne che lavorano. Le madri che conosco, invece, non hanno proprio niente da farsi perdonare. Sono loro ad essere in credito di scuse. Scuse che, ovviamente, nessuno presenterà mai.

Fonte: http://unamammagreen.com/

Usagi Drop
21/10/2011

Usagi Drop

Usagi Drop è il classico slice of life relativo ad un trentenne che si ritrova a far da tutore alla figlia del nonno. Abituato ad una vita da single e da senza-prole, vale a dire una vita incentrata sul lavoro e sulle bevute, Daikichi si ritrova improvvisamente a dover fronteggiare la vita genitoriale, per di più con una bambina di già 6 anni.

Il tema del cambiamento e della scoperta di una nuova dimensione di vita sarà quindi motore di una crescita psicologica del protagonista e di una autoconsapevolezza che renderà Daikichi davvero un uomo relaizzato.

Le tematiche trattate, pur essendo pesanti (la morte e l’abbandono soprattutto) vengono lette e raccontate con la doppia lente del mondo adulto di Daikichi e quello infantile di Rin. Un intreccio azzeccato che porta lo spettatore ad essere partecipe in maniera realistica e credibile ad una “fetta di vita” di questa coppia nata quasi per caso.

Qui trovate gli episodi in streaming ITA:
http://www.itastreaming.info/serie/Usagi-Drop/

Daikichi e rin

 

Di seguito la opening:

Picchiare i bambini per educarli?
07/12/2010

 

Il giglio nero (Mervyn LeRoy, 1956)

Nella mia esperienza di genitore e nel confrontarmi sull’argomento educativo con altre persone, mi sono accorto di quanto questo argomento sia aperto a molteplici e variegate opinioni. Mi fa specie soprattutto che persone di cultura e intelligenza giungano a conclusioni totalmente in disaccordo.

Storicamente l’uso della violenza come strumento educativo viene considerato utile, quando non addirittura fondamentale, per il raggiungimento dell’obbiettivo educativo. Si pensi che oggi, in 23 Stati degli USA (su 50), sono ancora in vigore leggi che consentono a genitori, insegnanti e educatori di infliggere pene corporali ai bambini. In Francia, secondo dati del governo, l’80 % dei genitori usa la violenza fisica per educare i figli. Esiste una percezione errata che vede l’educazione “a scapaccioni” contrapposta alla “non educazione”. Questa dualità è inconsistente: in realtà da un lato esiste l’educare con lo strumento “fisico”, dall’altro l’educare con altri strumenti (primo fra tutti il dialogo, ma non solo).

Ovviamente ciò che vuole evitare il genitore che consapevolmente decide di usare l’approccio “old style” è un’educazione permissiva, nella quale il bambino è viziato, non è educato a ricevere dei “no” fermi ad alcune sue richieste o pretese, non è abituato a vivere dispiaceri e frustrazioni, purtroppo inevitabili nella vita umana. Ed è certo che un’educazione troppo permissiva produce anch’essa gravi danni.

A questo riguardo può essere interessante un’analisi condotta nel 2009, che ha utilizzato i dati di uno studio per esplorare come i metodi educativi dei genitori si modifichino  dall’infanzia all’adolescenza e quali possano essere i fattori familiari che determinano questi cambiamenti. Lo studio coinvolgeva 500 bambini seguiti dall’età di 5 anni ai 16.
Dall’analisi è emerso che i genitori solitamente regolano il modo in cui disciplinano i loro figli in risposta alle capacità cognitive dei bambini, usando meno punizioni corporali (sculacciata, schiaffi, uso di oggetti contundenti) man mano che crescono. Quando i figli diventano grandi, le punizioni fisiche si rivelano meno efficaci.

La cosa più preoccupante che i ricercatori hanno rilevato è che se le punizioni fisiche  continuano fino all’adolescenza, i ragazzi saranno  più soggetti a questa età a manifestare problemi  comportamentali, rispetto ai figli di genitori che smettono presto di usare le mani sui loro bambini.

Tenendo in considerazioni questi risultati, gli specialisti della salute mentale e tutti coloro che lavorano con le famiglie, dovrebbero dissuadere i genitori dall’usare punizioni fisiche. Specialmente le madri che sono a più alto rischio di usare una dura disciplina fisica perchè hanno bambini il cui comportamento le mette alla prova o perchè sono preda di forte stress ambientale, dovrebbero imparare ad educare i loro figli con strategie alternative. Un basso reddito, un basso livello d’istruzione, genitori single, stress familiare e il vivere in quartieri svantaggiati, crea una costellazione di rischi che incrementa le possibilità che i genitori continuino ad usare punizioni corporali sui loro ragazzi“.
[Jennifer E. Lansford, Professore associato del Social Science Research Institute and Center for Child and Family Policy presso la Duke University]

Certamente non si può insegnare ai bambini che la violenza è un sistema per ottenere dei risultati.

Io personalmente non ho mai dovuto alzare un dito su mio figlio. Ho sempre lasciato che i suoi capricicci si esaurissero da soli dimostrandogli che si tratta di un metodo che non gli permette il raggiungimento di alcun risultato utile. E’ davvero bastato farlo poche volte perché i capricci si esaurissero quasi totalmente nei primi 3 anni di vita.
Ovviamente è necessaria molta fermezza quando vostro figlio si dispera rotolandosi per terra alla cassa del supermercato perché pretende il dolcetto che astutamente hanno messo proprio li, con gli occhi di 100 persone addosso. Alcuni non resistono alla vergogna e cercano di far terminare lo spetacolino velocemente. Concedendo, urlando o picchiando.

Detto ciò non voglio giudicare in maniera totalmente negativa chi fa uso dello “schiaffo educativo” su bambini piccoli, ma ritengo utile che sia opportuno far riflettere questi genitori sullo scopo che questo ha e sulle modalità con le quali viene distribuito.

Nello specifico credo che:

1) Lo “schiaffo” debba essere dato mantenendosi sereni e non come sfogo di rabbia. L’esprimere la propria rabbia o il proprio stress con la violenza è un messaggio educativo davvero poco sano.

2) Lo “schiaffo” non deve essere violento, ma simbolico. Non è il dolore ad educare, ma il gesto considerato “forte”.

3) Lo “schiaffo” possa avere qualche utilità quando riporta il bambino ad un senso di realtà che ha perso perchè preso da un capriccio.

Boccio invece totalmente e senza appello a chi fa perdurare questo modello educativo oltre i 5/6 anni o addirittura lo porta all’adolescenza. Per i nostri ragazzi è fondamentale lo sviluppo del dialogo, del confronto e anche dello scontro verbale, come estremo. E’ da questi confronti che il genitore deve saper uscire con dignità. Alzare le mani su un adolescente è un pò come voler chiudere il dialogo e far valere le ragioni della propria forza.

L’INPS e i Precari
09/10/2010

“Ai precari che vogliono capire quanto spetterà loro di pensione, l’Inps non fa vedere niente. Io questa la chiamo sincerità”. [Spinoza]

Questa splendida battuta satirica di Spinoza, riassume in maniera perfetta ciò che oggi sta succedendo in Italia.
La verità è talmente improponibile da dover essere tenuta nascosta. E’ necessario.

L’antefatto è semplice: sia sul web (il sito dell’INPS) sia nelle lettere che vengono mandate dallo stesso a casa dei lavoratori italiani, viene mostrato quanto questi hanno versato di contributi e quale sia la proiezione futura della pensione che percepiranno. Nulla di strano. Una moderna forma di trasparenza che aiuta i cittadini ad essere consapevoli del loro apporto in termini di contributi e li rende informati su quali saranno le loro prospettive economiche una volta raggiunta la pensione. Tuttavia ecco che i lavoratori precari (3.757.000 in Italia secondo l’ottima analisi di TuttoTrading, basata sui dati ISTAT) si ritrovano a non poter visualizzare questa informazione.

Né sul sito né sulle lettere è scritto quanto sarà la loro pensione. Un errore? I più ingenui hanno pensato questo.
Ed ecco che a seguito di interrogazioni e richieste è lo stesso presidente dell’INPS Antonio Mastrapasqua ci svela candidamente l’arcano:

“Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale”

Semplice, quanto terrificante: se l’INPS dovesse fare la simulazione della pensione per i precari, verrebbe fuori che dopo una vita di incertezze e di precariato, ma anche di contributi versati, la pensione sarebbe inferiore alla minima (460,97 euro mensili nel 2010).

Ora c’è più di una riflessione interessante che si può fare su questa notizia:

1) La scarsa eco che questa ha avuto su giornali e televisione: se un albero cade e nessuno lo sente cadere…è caduto davvero?
2) L’evidente conflitto razionale del Presidente dell’INPS che da un lato nasconde l’informazione e dall’altro svela il motivo per cui la cela.
3) Il fatto che inevitabilmente la massa si accorgerà di essere stata buggerata da questa classe politica quando questa non ci sarà più, e se la prenderà con quella di domani, magari ricordando con una certa malinconia i buffoni di corte di oggi.

Ho voluto parlare di questo argomento per farne un po’ un punto della situazione. Voglio far sapere a chi verrà domani e chi leggerà questo articolo a che degrado sia arrivato questo paese e quali già misere aspettative siano state rubate alle persone che oggi vivono questa realtà. Forse i nostri figli (io lo spero) faticheranno a capire questo malcontento, questa tristezza, questa impotenza che caratterizza il nostro tempo; così come noi abbiamo fatto qualche fatica a capire il ’68 che non abbiamo vissuto. Le lotte di una generazione spesso non vengono comprese da quelle successive. Mi chiedo come vedranno i nostri figli la nostra incapacità di lottare, questo adagiarsi nella parola crisi, questa non-azione che ha dato in mano una Nazione a delinquenti e affaristi.

 

 

 

Pubblicità Renault Clio
22/07/2010

Talvolta mi chiedo se io stia diventando un po’ moralista…Mi ritrovo infatti a criticare un messaggio che mi pare non solo diseducativo, ma talmente lontano dal mio modo di pensare, da risultare stupidamente offensivo.

Mi riferisco alla pubblicità dell’automobile Clio che appare in TV da qualche settimana e che vedete sopra.

La cosa che mi ha infastidito è che fondamentalmente vengono proposte due “cose belle” delle vita e vengono messe in competizione per decidere quale sia la migliore.
Da un lato la giovane e bella maestra, che rappresenta la libertà, il divertimento , l’abbandono di responsabilità, la leggerezza, l’innamoramento; il tutto invidiato dal gruppetto di papà che sembra triste, che guarda con rammarico, con nostalgia, la coppietta che va via con la macchina verso emozionanti avventure…mentre loro tornano a casa con i figli verso la famiglia, la responsabilità, la pesantezza, la prigione.
Il messaggio viene poi sottolineato (per quelli che ancora non l’avessero recepito) con la frase finale:

“Dalla vita, aspettati di più”

La scorrettezza sta ovviamente nel proporre due modelli di vita che normalmente sono consecutivi (quando sono giovane mi diverto senza pensieri, quando divento uomo metto su famiglia) come paralleli. E ovviamente viene emesso il giudizio sul quale dei due sia il migliore. Certamente questa non è una regola. I due modelli possono anche essere frutto di una scelta matura: decido di non mettere su famiglia, o di non avere figli e sicuramente, in questo caso, starò facendo la scelta migliore per me.

Presentarlo come modello sociale generico comune, tuttavia, mi sembra dare un messaggio altamente diseducativo. Direte voi, giustamente, che una pubblicità non deve essere educativa e che il suo scopo potrebbe anche essere quello che si parli del Brand, bene o male è irrilevante. Verissimo.
Ma lo scopo è quello di vendere e io vi posso assicurare che questo spot non mi ha invogliato minimamente all’acquisto.

Giusto per chiarire il concetto: io le belle donne le guardo sempre. Ma mentre sto per abbracciare mio figlio che non vedo da tutto il giorno, potrebbe passare anche il pulman di play boy stracarico di signorine nude….
I suoi occhi, il suo sorriso, la sua gioia nell’abbracciarmi, la sua voce che dice “papi!”.  Io sono certo: per me non c’è niente di più dalla vita.

Per chi pensasse che si tratta di un’azione provocatoria unica della Renault, posso dire che non è l’unico spot che attacca la famiglia. Evidentemente i pubblicitari ai quali si appoggiano hanno deciso una strategia di marketing ventennale mirata appunto a presentare il marchio in questa maniera.

Di seguito vi cito dal sito Europa Oggi, l’elenco di cui sto parlando:

1993, Renault 19. Un uomo si sposa ben quattro volte, ma si reca alle cerimonie sempre con la stessa automobile.
Insomma: cambiar moglie è un attività – come sappiamo – completamente indolore, senza strascichi economici o traumi affettivi, né per i coniugi né per i figli. In ogni caso, è certo più facile che cambiar macchina.

2009, New Scénic. Lo spot ricicla in gran parte l’idea di sedici anni prima, presentando un uomo che porta a spasso sorridente i figli nati da tre matrimoni diversi e un’avventura.
Recita il claim: “New Renault Scénic. Facciamo posto a tutte le famiglie”.
Ancora, tutto facile: basta avere la Scénic!

2009, Scénic Xmod. Nello spot una ragazza contempla la vetrina di un negozio di articoli per la prima infanzia e si rivolge al suo fidanzato: “Lo sai che cosa mi piacerebbe?” Il giovane cambia espressione: sguardo terrorizzato, brivido lungo la schiena: questa non vorrà mica un figlio? Ma la ragazza rompe l’incanto: “Le scarpe della commessa!” Sollievo del fidanzato.
Il claim: “Renault Scenic Xmod. Tutto il resto può aspettare”. Anche i figli, figuriamoci (salvo ricorrere angosciati, a quarant’anni, ad inseminazioni artificiali, bombardamenti ormonali, ecc.).

2009, Nuova Twingo. Due versioni della pubblicità.
Nel primo spot, un ragazzo in giro di notte con gli amici sorprende il padre vestito da drag queen…e gli chiede di essere messo in lista per assistere allo spettacolo!
Nel secondo spot, una madre vede per caso un manifesto che pubblicizza uno spettacolo in cui la figlia si esibisce come spogliarellista e… le fa i complimenti per il nuovo lavoro!
Il claim: “Vivi il tuo tempo. Vivi Twingo”