Quale Avatar? Quale Personalità?
25/12/2010

Per accedere al mondo digitale (blog, netgames, chat, forum ecc ecc) le persone creano quello che viene definito un “avatar”, ovvero una rappresentazione immaginaria di sé stessi caratterizzata normalmente da un nick e da un’immagine (e talvolta da una firma).

Un filone di ricerca della cyberpsicologia si è concentrato proprio sullo studio delle motivazioni che spingono un individuo a scegliere un avatar piuttosto che un altro.

John Suler, uno dei più autorevoli cyberpsicologi del mondo, ha scritto un approfondito articolo intitolato appunto: “Psicologia degli Avatar e dello spazio grafico”.

Tuttavia la riflessione di oggi riguarda un altro quesito:

E’ plausibile ipotizzare che l’aspetto dell’avatar
scelto possa avere qualche effetto sul comportamento
che verrà adottato successivamente?

Hanno provato a rispondere Nick Yee e Jeremy Bailenson, entrambi della Stanford University.
I due ricercatori hanno creato una sorta di ambiente virtuale di test e hanno assegnato a due gruppi di studenti un avatar per ciascuno. E’ stato dato loro meno di un minuto per esaminare le loro nuove “anime”, in una sorta di specchio virtuale, e poi sono stati inseriti in una stanza virtuale in compagnia di un altro avatar, controllato da un aiutante all’oscuro delle finalità dell’esperimento.
Indipendentemente dalla loro altezza nella vita reale alcuni soggetti del primo gruppo hanno avuto in sorte avatar più alti dell’altro personaggio nella stanza, altri si son dovuti accontentare di avatar più bassi.
Nel secondo gruppo di studenti metà degli avatar assegnati rappresentavano volti più attraenti di quelli della controparte, l’altra metà erano invece meno attraenti.
Il compito affidato a tutti era quello di accordarsi con l’altro personaggio nella stanza per dividere una somma di denaro.

Risultati:
I ricercatori hanno riscontrato che le persone a cui era stato dato un avatar virtuale più alto erano negoziatori più aggressivi, mentre quelli con l’avatar più basso erano più inclini a scendere a compromessi anche quando questo non era proprio nel loro interesse.
Coloro che avevano un avatar meno attraente inoltre, mentre parlavano con l’altro personaggio, si fermavano mediamente un metro più lontano da lui di quanto facessero quelli a cui era stato assegnato un avatar attraente.
Studi di questo tipo sono di grande fascino per più di un motivo.
In primo luogo ci informano dell’importanza, anche e soprattutto off line, dell’immagine corporea percepita da noi stessi e dagli altri nell’esplicazione del comportamento sociale.

Jeff Hancock, psicologo alla Cornell University di New York, sottolinea quanto sia sorprendente la velocità con cui può essere modificato il proprio comportamento.
In generale questa plasmabilità e questa rapida adattabilità sembrano dare ragione a certe ardite ipotesi psicologiche di inesistenza strutturale dei caratteri e delle personalità.

Secondo alcuni infatti ciascuno è sempre diverso, minuto dopo minuto: il prodotto, se vogliamo, di variabili individuali e di contesto in uno stato di continua e perenne riorganizzazione.

Questo interessante modo di vedere la questione mi pare riportare a certe tematiche Buddhiste che tendono a vedere l’essere umano come un continuo attimo presente senza passato e senza futuro. Un costante PANTA REI (“Tutto Scorre”) che ci rende sempre nuovi ad ogni momento.

 

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Ignoranza Pluralistica
01/04/2010

Tutti sappiamo cosa studi la psicologia:
Il comportamento degli individui e i loro processi mentali.

La psicologia sociale invece studia l’interazione tra individuo e gruppi.

In un mio post precedente, riguardante la deindividuazione, parlavo proprio di un esperimento di piscologia sociale e, poiché non ho fatto allora questa distinzione di area, ci tengo a farlo ora.

Detto ciò, oggi vi parlerò dell’Ignoranza Pluralistica, un processo che coinvolge le persone quando sono all’interno di un gruppo.

Ciascuno pensa che gli altri abbiano più informazioni sulla situazione e quindi di fronte a un evento ambiguo le persone osservano il comportamento altrui per cercare di interpretarlo correttamente senza considerare che anche gli altri fanno lo stesso. Ciò porta ad un’elevata probabilità di inazione.

Si tratta di un processo che coinvolge diversi membri di un gruppo che pensano di avere diverse percezioni, credenze o attitudini rispetto al resto del gruppo. Essi si comportano comunque come gli altri membri del gruppo perché ritengono che siccome tutti si comportano allo stesso modo le opinioni all’interno del gruppo siano unanimi. Siccome quindi tutti i dissenzienti hanno la stessa percezione e si comportano come se concordassero con gli altri, ciascuno pensa di essere l’unico a dissentire e questo rafforza la propensione a conformarsi.

A causa dell’ignoranza pluralistica le persone tendono a conformarsi a quella che percepiscono come opinione consensuale invece che agire in base alle proprie percezioni e convinzioni.

A tal proposito venne fatto un esperimento nel 1970, da Bibb Latané e John Darley,  che dimostra come:
Le informazioni utilizzate da un soggetto per definire un evento insolito non derivino soltanto dall’osservazione diretta da parte del soggetto stesso ma anche dal comportamento delle altre persone che assistono alla scena“.

Alcuni studenti vennero invitati in una sala d’aspetto a compilare un semplice questionario. Ad un certo punto iniziava ad uscire un fumo bianco da sotto una porta! (l’evento insolito)

Nel primo caso si aveva un soggetto ignaro da solo nella stanza che, con estrema rapidità, decideva che qualcosa non andasse, che ci potesse essere una situazione di pericolo e che usciva nel corridoio per chiamare un addetto.

Nel secondo caso si avevano diversi soggetti ignari insieme. Soltanto il 38% di loro cercava di avvisare qualcuno entro i primi 6 minuti.

Nel terzo caso si avevano un soggetto ignaro e diversi complici che fingevano disinteresse all’evento insolito. Le percentuali di inazione si sono rilevate analoghe al secondo caso.

La riflessione

L’uomo è sicuramente un animale sociale. In presenza di altri soggetti tende a valutare la propria azione in funzione degli altri e questo non è di per sé un male. Il conformarsi però mettendo in secondo piano la propria percezione della realtà e di conseguenza la propria valutazione, benchè sia un processo che ha tutte le sue motivazioni evoluttive per esistere, non è una cosa positiva. Un classico esempio può essere il mobbing, nel quale un gruppo di soggetti (o anche solo uno, il capo) prende di mira una persona e i colleghi non agiscono secondo la propria etica, ma restano nell’inazione o, peggio, aderiscono al modello comportamentale negativo.

La Deindividuazione
26/03/2010

Una delle tristemente famose immagini delle torture nel carcere di Abu-Ghraib

Oggi voglio parlarvi di un esperimento psicologico eseguito nel 1971 da un team di ricercatori diretto dal professor Philip Zimbardo della Stanford University.

Lo scopo era indagare il comportameno umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. L’esperimento prevedeva l’assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, i ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato.

Zimbardo riprese alcune idee dello studioso francese  del comportamento sociale Gustave Le Bon; in particolare la teoria della deindividuazione, la quale sostiene che gli individui di un gruppo coeso costituente una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali.

Fra i 75 studenti universitari, che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, una calza di nylon in testa per cappello, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardarle negli occhi, erano dotati di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.

I risultati di questo esperimento sono andati molto al di là delle previsioni degli sperimentatori, dimostrandosi particolarmente drammatici. Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) riuscirono a contrastare un tentativo di evasione  di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva seriamente compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati, ma dall’altro, un certo disappunto da parte delle guardie. [Fonte Wikipedia]

Fondamentalmente la finta prigione era divenuta vera nell’esperienza psicologica dei soggetti dei due gruppi. Non solo, lo stesso professor Zimbardo ammise che, in qualità di “direttore del carcere”, si era calato molto nella parte occupandosi delle problematiche di gestione dello stesso con un’emotività che andava chiaramente in contrasto con l’osservazione esterna che un ricercatore avrebbe dovuto avere.

Assumere una funzione di potere sugli altri nell’ambito di una istituzione porta ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi. Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi a alle azioni intraprese dal gruppo.

L’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

La riflessione quindi appare ovvia: essendo noi partecipanti di molti gruppi (lavoro, scuola, famiglia, politica, sport ecc ecc), siamo consapevoli di quali direttive intrinseche in questi gruppi vanno in contrasto con la nostra volontà di agire, le nostre idee, la nostra coscienza? E di quanto riescono a modificare psicologicamente il nostro comportamento?

NB
Ispirato a questo esperimento vi sono due film:
“La Gabbia” del 1977 e “The Experiment” del 2001 (di questo consiglio certamente la visione)

NB2
In questo sito potete vedere il diario completo di ciò che successe a Stanford e alcune note. Consigliata la lettura!
http://www.prisonexp.org/italiano/