Essere genitori significa anche fare errori: eccone 10
26/06/2014

genitori e figli

Nota: Da un articolo di kari kubiszyn kampakis tradotto da Stefano Pitrelli.

Quando sono diventata mamma, di consigli su come crescere mio figlio ne ho ricevuti a pacchi. Ma solo pochi anni fa c’è stato qualcuno che mi ha finalmente fatto notare come voler bene ai propri figli significhi in realtà desiderare ciò che è meglio per loro a lungo termine.

Quando le mie quattro figlie erano piccole, del lungo termine non mi curavo più di tanto. All’epoca era una mera questione di sopravvivenza, di risposta a bisogni quotidiani, e di galleggiamento.

Ora che le mie ragazzine stanno maturando, però, la nebbia si solleva. Non sono più una neofita dell’esser genitore, ne sono piuttosto un convertito apostolo. Il vantaggio di questo stadio è che le ragazze vogliono trascorrere del tempo in mia compagnia. Tra noi facciamo delle vere conversazioni, che mettono in risalto le loro splendide personalità. E quando tutti dormono la notte, dormo meglio anch’io. Riesco a ragionare seguendo un filo logico, e riesco a crescerle in modo più pianificato.

Negli ultimi tempi faccio più attenzione al lungo periodo. Penso al genere di adulti che spero diventeranno, e ripercorro la strada all’indietro chiedendomi: “Che cosa posso fare oggi per favorire questo esito domani?”. L’attenzione al loro futuro ha mutato il mio paradigma di genitore, perché ciò che rende felice un bimbo all’età di dieci o quindici anni è piuttosto diverso da ciò che li renderà felici a 25, 30, 40 e oltre.

Qualche tempo fa sono incappata in alcuni articoli e libri interessanti che approfondiscono ciò che gli psicologi di oggi si trovano ad osservare: cioè un numero crescente di ventenni depressi senza saperne il perché. Questi giovani adulti ritengono di aver avuto un’infanzia magica. I genitori sono i loro migliori amici. Mai nella loro vita hanno esperito tragedie, o quanto meno niente di peggio di comuni delusioni. E tuttavia, per qualche ragione, si sentono infelici.

Una delle spiegazioni che viene offerta è che i genitori di oggi tendono a intervenire troppo in fretta. Siccome non vogliamo che i nostri figli falliscano, invece di lasciare che affrontino le avversità, liberiamo loro la strada, rimuovendo gli ostacoli per rendergli facile la vita.

Ma le avversità fanno parte della vita, e solo affrontandole i nostri figli potranno sviluppare quelle capacità di adattamento di cui avranno bisogno più avanti. Ragion per cui, anche se sembra di far loro un favore, in realtà non stiamo facendo altro che ritardare il loro sviluppo. Prediligiamo i benefici a breve termine al benessere del lungo periodo.

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FOTO: “Non è ciò che fai per i tuoi figli, ma ciò che hai insegnato loro a fare per se stessi, che li farà realizzare come esseri umani”. Ann Landers

In un articolo ho letto che i presidi dei college tendono a definire le matricole “tazze da tè”, per la loro fragilità di fronte a problemi della minima entità. La domanda che veniva posta era questa: “Può essere che schermando sin da piccoli i nostri ragazzi dall’infelicità stiamo finendo per privarli della felicità da adulti?”.

Ecco la risposta dello psichiatra Paul Bohn, così come viene parafrasata nell’articolo.

Molti genitori faranno qualsiasi cosa per evitare che i propri figli affrontino il benché minimo disagio, ansia o delusione… “Tutto ciò che sia men che piacevole”, spiega — col risultato che quando poi da adulti si trovano ad esperire i normali momenti di frustrazione della vita, allora si ritrovano a pensare che vi sia qualcosa di terribilmente sbagliato.

Perché mi sento di condividere tutto questo? Perché sono convinta che sia importante, nell’epoca dei genitori-elicottero. Benché da un lato trovi bello che i genitori di oggi siano più coinvolti nelle vite dei propri figli rispetto alle generazioni precedenti, questo nostro coinvolgimento può spingersi troppo in là. Ciò che potremmo voler giustificare come un comportamento da “bravi genitori” può finire col far del male ai nostri figli nel futuro. Se non lo teniamo ben presente, sarà facile accollare lore l’handicap di una vita troppo facile.

Come dice il mio filosofo della genitorialità preferito: “Preparate vostro figlio alla strada, non la strada per vostro figlio”.

Ciò detto, ho steso una lista dei dieci errori più comuni, compiuti più frequentemente dai genitori di oggi — me inclusa. Non intendo puntare il dito, solo accrescere la consapevolezza. Ciò che fa parte della nostra cultura non è necessariamente nel migliore interesse dei nostri figli.

Errore Numero 10: La venerazione dei figli.

Molti di noi vivono all’interno di comunità che ruotano intorno al bambino. Cresciamo i nostri ragazzi all’interno di nuclei familiari bambino-centrici. Ai nostri figli, naturalmente, piace, perché le nostre vite ruotano intorno a loro. E nella maggioranza dei casi anche noi non dispiace, perché la loro felicità è la nostra. Ci appassiona fare le cose per loro, spendere per loro, e inondarli d’amore e di attenzioni.

Ma credo sia importante tenere a mente che i nostri figli sono fatti per essere amati, non venerati. E quando li mettiamo al centro dell’universo non facciamo altro che creare un falso idolo, snaturando qualcosa di buono. Piuttosto che mettere i ragazzi al centro delle nostre case, dovremmo sforzarci di metterci Dio. I nostri figli si sentiranno comunque amati, solo in un modo migliore, in un modo che mette l’altruismo davanti all’egoismo.

Errore Numero 9: La teoria del bambino perfetto.

Lo sento spesso dai professionisti a contatto coi bambini (assistenti, insegnanti, etc.): i genitori di oggi non vogliono sentire niente di negativo nei confronti dei loro ragazzi. Quando si sollevano dei dubbi o delle preoccupazioni, per quanto espressi con amore, la reazione istintiva è spesso quella di aggredire chi te lo fa notare.

La verità può far male, ma quando prestiamo ascolto con la mente e il cuore aperti, non possiamo che trarne beneficio. Potremo intervenire con largo anticipo, prima che una qualsiasi situazione sfugga di mano. Affrontare un bambino problematico è decisamente più facile di quanto non lo sia ricomporre un adulto caduto a pezzi.

Come ha osservato uno psichiatra di “Children’s of Alabama” quando l’ho intervistata sul tema della depressione adolescenziale, giocare d’anticipo è essenziale perché può alterare la traiettoria della vita di un bambino. È per questo, dice, che trova appassionante la psichiatria infantile e adolescenziale — perché i ragazzi sono resilienti, ed è molto più facile intervenire con successo quando sono giovani, invece che anni dopo, quando i problemi si sono protratti tanto da entrare a far parte della loro identità.

Errore Numero 8: La vita per conto dei figli.

I figli ci danno grandi soddisfazioni. E quando hanno successo, la cosa ci rende più felici che se fossimo stati noi a ottenerlo.

Ma quando siamo troppo coinvolti nelle loro vite, diventa difficile capire dove iniziamo noi e dove loro finiscono. E quando i figli diventano un nostro prolungamento, possiamo finire col vederli come la nostra seconda chance. D’un tratto, allora, tutto gira intorno a loro, più che intorno a noi. Ed ecco che la loro felicità inizia a confondersi con la nostra.

Errore Numero 7: L’aspirazione del migliore amico.

Una volta ho chiesto a un prete d’individuare l’errore più grave che vede nei genitori. Ci ha pensato su un attimo e mi ha risposto: “I genitori che non fanno i genitori. Quelli che non vogliono sporcarsi le mani”.

Come tutti, desidero che le mie figlie mi vogliano bene. Voglio che mi lodino e che mi apprezzino. Ma se faccio bene il mio lavoro, ci saranno volte in cui si arrabbieranno, e in cui non piacerò loro affatto. Alzeranno gli occhi al cielo, sbufferanno e si lamenteranno, e diranno che avrebbero preferito nascere in un’altra famiglia.

Cercare di essere il migliore amico di tuo figlio può solo finire per renderti più permissivo, spingendoti verso scelte dettate dalla disperazione, cioè dal timore di perderne l’approvazione. Quello non è amore; è un nostro bisogno.

Errore Numero 6: La competizione fra genitori.

Ogni genitore ha un lato competitivo. Per destare questo mostro basta che un altro genitore dia al proprio figlio un vantaggio a scapito del nostro.

Alle medie e al liceo di storie come questa ne sento parecchie, aneddoti d’amicizie infrante e tradimenti, dove una famiglia raggira l’altra. La mia impressione è che alla radice di tutto ci sia la paura. Temiamo che i nostri figli rimangano indietro. Abbiamo paura che, a meno che non ci si getti a capofitto nella pazzia, e non si faccia di tutto per aiutarli ad eccellere fin dall’inizio, resteranno mediocri per il resto delle loro vite.

Credo che i bambini abbiamo bisogno di lavorare duramente, e di capire che i tuoi sogni non vengono serviti su un piatto d’argento; che per ottenerli devi sudare e lottare. Ma quando trasmettiamo un messaggio del genere “vinci a ogni costo”, autorizzandoli a calpestare gli altri per passare avanti, perdiamo di vista la questione della personalità. Che potrà non sembrare importante nel corso dell’adolescenza, ma che negli adulti è tutto.

Errore Numero 5: Perdersi il bello dell’infanzia.

L’altro giorno ho trovato l’adesivo di una merendina alla fragola sul lavandino della cucina, che mi ha ricordato quando fortunata sia a condividere la casa con le piccole.

Un giorno non ci saranno più adesivi nel mio lavandino. Non ci saranno Barbie nella vasca da bagno, bambolotti sul letto o Mary Poppins nel lettore Dvd. Sulle finestre non ci saranno impronte appiccicose, e la mia casa sarà silenziosa, perché le mie figlie se ne staranno fuori in compagnia delle amiche, invece che nel nido con me.

Crescere dei bambini piccoli può essere un lavoro duro e monotono. A volte ti sfinisce tanto — fisicamente ed emotivamente — che ti piacerebbe fossero già cresciute, per renderti la vita più facile. Poi c’è quella curiosità di sapere come saranno quando saranno cresciuti. Quali passioni avranno? Diventerà chiaro quali siano le loro doti date da Dio? Da genitori ce lo auguriamo, perché capire su quali punti di forza insistere ci permette di orientarli nella giusta direzione.

Ma proiettandoci nel futuro, chiedendoci se quel talento per l’arte renderà tuo figlio un Picasso, o se la sua voce melodica la renderà una Taylor Swift, potremmo dimenticarci di godere dello splendore che abbiamo davanti a noi: i bebè nelle tutine footie, le favole della buonanotte, il solletico sul pancino e quelle risatine di gioia. Potremmo dimenticare di lasciare che i nostri figli siano piccoli, e di goderci quell’unica infanzia che viene loro offerta.

Le pressioni sui ragazzi iniziano fin troppo presto. Se davvero vogliamo che abbiano un vantaggio competitivo, dovremo proteggerli da queste pressioni. Dovremo lasciare che si divertano, e che crescano al loro ritmo, così che possano 1) esplorare i propri interessi senza timore di fallire e 2) così che non si brucino.

L’infanzia è il momento del gioco libero e della scoperta. Quando mettiamo fretta ai bambini, li derubiamo di un’età dell’innocenza alla quale non torneranno mai più.

Errore Numero 4: I figli che vuoi contro i figli che hai.

Da genitori abbiamo dei sogni per i nostri figli. Iniziano già quando siamo incinte, prima ancora di conoscere il genere del nascituro. Dentro di noi coltiviamo la segreta speranza che siano uguali a noi, solo più intelligenti e più dotati. Vogliamo essere i loro mentori, mettendo a frutto le nostre esperienze.

Ma l’ironia dell’esser genitori è che i nostri figli ribaltano tutti gli stampi. Ci arrivano sempre con inclinazioni impreviste. E il nostro mestiere è quello di capirne il verso giusto e prepararli in quella direzione. Imporre loro i nostri sogni non funzionerà. Solo quando li vedremo per ciò che sono potremo avere un impatto potente sulle loro vite.

Errore Numero 3: Dimenticare che i nostri fatti contano più delle nostre parole.

A volte quando le mie ragazze mi fanno una domanda, poi aggiungono: “Cerca di esser breve”. Il fatto è che mi conoscono bene, perché cerco sempre di infilarci una lezione di vita. Cerco di trasmettere saggezza, dimenticando come l’esempio conti più delle parole.

Il modo in cui affronto il rifiuto e l’avversità… in cui tratto amici ed estranei… che io mi lamenti o esalti il padre… queste cose le notano. E il modo in cui mi comporto dà loro il permesso di fare lo stesso.

Se voglio che i miei figli siano meravigliosi, dovrò puntare ad esserlo anch’io. Dovrò essere la persona che spero diventeranno.

Errore Numero 2: Il giudizio sui genitori degli altri — e sui loro figli.

Per quanto possiamo non condividere il modo degli altri di esser genitore, non sta a noi giudicare. Nessuno al mondo è “del tutto buono” o “del tutto cattivo”; siamo tutti un miscuglio di entrambi, una comunità di peccatori in lotta ciascuno coi propri demoni.

Personalmente più è duro il periodo che attraverso, più sono tollerante nei confronti degli altri genitori. Quando mia figlia mi mette duramente alla prova, sarò più indulgente nei confronti di genitori che si trovano nella stessa barca. Quando la vita mi travolge, perdono gli errori degli altri, e lascio perdere.

Non puoi mai sapere che cosa stia passando l’altro, o quando sarai tu ad aver bisogno d’indulgenza. E anche se non possiamo controllare i giudizi che esprimiamo dentro di noi, possiamo contenerli cercando di comprendere la persona, invece di saltare a conclusioni.

Errore Numero 1: Sottovalutare la PERSONALITA’.

Se c’è una cosa che spero di non sbagliare con le mie piccole è il loro NOCCIOLO. La personalità, la fibra morale, la bussola interiore… sono queste le cose che pongono le basi di un futuro sano e felice. Importano più di qualsiasi voto o premio.

Nessuno è in grado di imporre una personalità ai proprio figli, e a 10 o 15 anni non importa più di tanto. I bambini cercano gratificazioni a breve termine, sta a noi come genitori vedere più lontano. Sappiamo che ciò che avrà importanza a 25, 30 e 40 anni non sarà quanto in là riusciranno a tirare il pallone, o se saranno cheerleader, ma il modo in cui tratteranno gli altri, e ciò che penseranno di loro stessi. Se vogliamo che la loro personalità si formi, la loro fiducia in se stessi, la loro forza e resilienza, allora dobbiamo lasciare che affrontino le avversità e assaggino l’orgoglio di chi, superandole, ne esce più forte di prima.

È duro veder fallire i propri figli, ma a volte dobbiamo farlo. A volte dobbiamo chiederci se intervenire sia nel loro interesse. Ci sono un milione di modi per amare un figlio, ma pur cercando di renderli felici, cerchiamo di restare coscienti del fatto che a volte il dolore a breve-termine è un guadagno a lungo-termine.

Fonte: www.huffingtonpost.it

Childfree
27/01/2014

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Piangono, corrono avanti e indietro, giocano, sono rumorosi. Per carità. Meglio tener lontani i bambini da pizzerie, negozi, aerei, e godersi il tempo libero in santa pace. La “no kids zone” è ormai una tendenza sempre più diffusa a livello globale, nata negli Usa sull’onda del libro della due volte mamma Corinne Maier, “Mamma pentita, No Kid. Quaranta ragioni per non avere figli”, ed arrivata in Europa grazie alla furba intuizione di alcuni imprenditori pionieri, che tra i criteri di selezione della clientela di ristoranti e hotel qualche anno fa hanno cominciato a inserire un bel “Vietato l’ingresso ai bambini“.

Anche in Italia pare che il fenomeno si stia sviluppando e già quale avvisaglia c’era stata in qualche fatto di cronaca come quello capitato al presentatore Massimiliano Orsini a Porto Cervo nel 2009 (per leggere l’articolo, clicca QUI)

La cosa che mi ha incuriosito e su cui nasce la riflessione è come la notizia di questi locali (caso recente il Sirani di cui ha parlato recentemente Repubblica, QUI) sia stata percepita e commentata nella rete. A prescindere infatti dall’illegalità dell’operazione in sé (non è possibile vietare l’ingresso ai bambini, lo proibisce la legge, ci spiega Barbara Casillo, direttore di Confindustria Alberghi ) è curioso come i partiti pro e contro siano agguerriti e portino motivazione anche sensate.

“La realtà è che spesso il problema non sono i bambini, ma i loro genitori, che non si curano di quello che fa il pargolo, e se lo critichi ti dice di farti i fatti tuoi e che suo figlio è bravissimo” scrive un commentatore.

Una cameriera nota: La frase che odio di più è: “mi raccomando fai il bravo altrimenti la cameriera ti sgrida”. Quante volte mi sono morsa la lingua per non rispondere: “signora, sua figlia non deve aver paura che la sgridi io, ma dovrebbe dar retta a lei!

Interi reggimenti di genitori incapaci di saper educare al rispetto e al buon senso la propria prole vivono il loro egoismo costringendo i propri bambini a cene e aperitivi in posti di lusso e totalmente inadatti alle tenere  età (per la musica, per l’arredamento, per le luci fastidiose, per il cibo, per gli orari e le attese e per mille altri motivi legati all’ambient del locale e a chi lo frequenta).

Ma il messaggio spiacevole che si percepisce da queste discussioni è la percezione della presenza dei bambini come sinonimo di fastidio, irritazione, disturbo, e quindi, simmetricamente, la loro assenza come sinonimo di tranquillità, ordine, pace, serenità. E’ questa la società che vogliamo per noi?

Personalmente credo che la mancanza di tolleranza da una parte e di buon senso dall’altra distruggano quelle basi del vivere comune che in quanto società siamo tenuti ad applicare. C’è sempre qualcuno, arrogante e prepotente che crede di poter fare quello che gli pare e qualcun’altro che si sente in diritto di condannare a prescindere e ad etichettare (ci sono bambini maleducati? si, allora allontano TUTTI i bambini). La cosa è particolarmente triste perché l’infanzia dovrebbe godere di un rispetto speciale, sia da parte degli estranei che dei genitori, che non dovrebbero esporre i propri figli a situazioni potenzialmente fonti di disagio per tutta la famiglia e per chi giustamente ha magari pagato per cenare in santa pace. Si comincia col dog-free, si continua col kids-free e si finisce con l’intolleranza verso gruppi etnici, sociali, verso la diversità fisica e mentale… Il fastidio per il bambino chiassoso è il sintomo di una posizione culturale ormai maggioritaria che non assegna alcun valore all’infanzia e alla persona in generale.

Forse la soluzione migliore ce la da ancora una volta un utente che commenta:

Io sogno una società stupid-free!

Fonti: Repubblica.

Picchiare i bambini per educarli?
07/12/2010

 

Il giglio nero (Mervyn LeRoy, 1956)

Nella mia esperienza di genitore e nel confrontarmi sull’argomento educativo con altre persone, mi sono accorto di quanto questo argomento sia aperto a molteplici e variegate opinioni. Mi fa specie soprattutto che persone di cultura e intelligenza giungano a conclusioni totalmente in disaccordo.

Storicamente l’uso della violenza come strumento educativo viene considerato utile, quando non addirittura fondamentale, per il raggiungimento dell’obbiettivo educativo. Si pensi che oggi, in 23 Stati degli USA (su 50), sono ancora in vigore leggi che consentono a genitori, insegnanti e educatori di infliggere pene corporali ai bambini. In Francia, secondo dati del governo, l’80 % dei genitori usa la violenza fisica per educare i figli. Esiste una percezione errata che vede l’educazione “a scapaccioni” contrapposta alla “non educazione”. Questa dualità è inconsistente: in realtà da un lato esiste l’educare con lo strumento “fisico”, dall’altro l’educare con altri strumenti (primo fra tutti il dialogo, ma non solo).

Ovviamente ciò che vuole evitare il genitore che consapevolmente decide di usare l’approccio “old style” è un’educazione permissiva, nella quale il bambino è viziato, non è educato a ricevere dei “no” fermi ad alcune sue richieste o pretese, non è abituato a vivere dispiaceri e frustrazioni, purtroppo inevitabili nella vita umana. Ed è certo che un’educazione troppo permissiva produce anch’essa gravi danni.

A questo riguardo può essere interessante un’analisi condotta nel 2009, che ha utilizzato i dati di uno studio per esplorare come i metodi educativi dei genitori si modifichino  dall’infanzia all’adolescenza e quali possano essere i fattori familiari che determinano questi cambiamenti. Lo studio coinvolgeva 500 bambini seguiti dall’età di 5 anni ai 16.
Dall’analisi è emerso che i genitori solitamente regolano il modo in cui disciplinano i loro figli in risposta alle capacità cognitive dei bambini, usando meno punizioni corporali (sculacciata, schiaffi, uso di oggetti contundenti) man mano che crescono. Quando i figli diventano grandi, le punizioni fisiche si rivelano meno efficaci.

La cosa più preoccupante che i ricercatori hanno rilevato è che se le punizioni fisiche  continuano fino all’adolescenza, i ragazzi saranno  più soggetti a questa età a manifestare problemi  comportamentali, rispetto ai figli di genitori che smettono presto di usare le mani sui loro bambini.

Tenendo in considerazioni questi risultati, gli specialisti della salute mentale e tutti coloro che lavorano con le famiglie, dovrebbero dissuadere i genitori dall’usare punizioni fisiche. Specialmente le madri che sono a più alto rischio di usare una dura disciplina fisica perchè hanno bambini il cui comportamento le mette alla prova o perchè sono preda di forte stress ambientale, dovrebbero imparare ad educare i loro figli con strategie alternative. Un basso reddito, un basso livello d’istruzione, genitori single, stress familiare e il vivere in quartieri svantaggiati, crea una costellazione di rischi che incrementa le possibilità che i genitori continuino ad usare punizioni corporali sui loro ragazzi“.
[Jennifer E. Lansford, Professore associato del Social Science Research Institute and Center for Child and Family Policy presso la Duke University]

Certamente non si può insegnare ai bambini che la violenza è un sistema per ottenere dei risultati.

Io personalmente non ho mai dovuto alzare un dito su mio figlio. Ho sempre lasciato che i suoi capricicci si esaurissero da soli dimostrandogli che si tratta di un metodo che non gli permette il raggiungimento di alcun risultato utile. E’ davvero bastato farlo poche volte perché i capricci si esaurissero quasi totalmente nei primi 3 anni di vita.
Ovviamente è necessaria molta fermezza quando vostro figlio si dispera rotolandosi per terra alla cassa del supermercato perché pretende il dolcetto che astutamente hanno messo proprio li, con gli occhi di 100 persone addosso. Alcuni non resistono alla vergogna e cercano di far terminare lo spetacolino velocemente. Concedendo, urlando o picchiando.

Detto ciò non voglio giudicare in maniera totalmente negativa chi fa uso dello “schiaffo educativo” su bambini piccoli, ma ritengo utile che sia opportuno far riflettere questi genitori sullo scopo che questo ha e sulle modalità con le quali viene distribuito.

Nello specifico credo che:

1) Lo “schiaffo” debba essere dato mantenendosi sereni e non come sfogo di rabbia. L’esprimere la propria rabbia o il proprio stress con la violenza è un messaggio educativo davvero poco sano.

2) Lo “schiaffo” non deve essere violento, ma simbolico. Non è il dolore ad educare, ma il gesto considerato “forte”.

3) Lo “schiaffo” possa avere qualche utilità quando riporta il bambino ad un senso di realtà che ha perso perchè preso da un capriccio.

Boccio invece totalmente e senza appello a chi fa perdurare questo modello educativo oltre i 5/6 anni o addirittura lo porta all’adolescenza. Per i nostri ragazzi è fondamentale lo sviluppo del dialogo, del confronto e anche dello scontro verbale, come estremo. E’ da questi confronti che il genitore deve saper uscire con dignità. Alzare le mani su un adolescente è un pò come voler chiudere il dialogo e far valere le ragioni della propria forza.