Archive for the ‘Recensioni’ Category

Il Cane che guarda le stelle
03/01/2016

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Il cane che guarda le stelle è una storia che ci narra del rapporto tra uomo e cane. Anche se l’argomento è sicuramente poco originale, lo scenario emotivo nel quale il racconto è collocato sottolinea con forza quel legame atavico, assoluto e indissolubile che accompagna il percorso di vita di entrambi i protagonisti. Una storia semplice ma non per questo banale, capace di emozionare.

Il volume è diviso in due parti, dove la prima, per quanto assolutamente autoconclusiva, fa da proemio per la seconda. Ma ciò che lega i due racconti, distinti ma complementari, è la presenza di un amico a quattro zampe che prende il ruolo di musa ispiratrice. Ora del valore dei sentimenti e del godersi le piccole cose, del trovare la felicità a prescindere dai propri fallimenti, ora di focus per i sensi di colpa, per l’amore che si poteva dare e che ci pare non sia stato abbastanza. In entrambi i casi una figura salvifica che risolve il conflitto interiore e porta a morire o a vivere finalmente in pace con se stessi.

L’unica pecca dell’opera sono i disegni, che pur risultando funzionali, talvolta risultano frettolosi e abbozzati, specialmente nelle figure umane. Ed è un peccato in quanto immagino quanto spessore avrebbero potuto trasmettere se curati in maniera diversa.
Per concludere, un manga sicuramente da leggere, in grado di darci qualche spunto di riflessione e farci commuovere. Promosso!

 

 

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Quando c’era Marnie – When Marnie Was There (Omoide no Mānī)
08/06/2015

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Quando c’era Marnie (思い出のマーニー Omoide no Mānī?, lett. “Marnie dei ricordi”) è un lungometraggio d’animazione giapponese diretto da Hiromasa Yonebayashi e prodotto dallo Studio Ghibli, basato sul romanzo Quando c’era Marnie di Joan G. Robinson e uscito nelle sale cinematografiche giapponesi il 19 luglio 2014

Il film danza tra realtà e atmosfere oniriche, esponendo sentimenti e turbamenti della giovane protagonista Anna, alla ricerca di se stessa e di un posto in un mondo che non sente suo e al quale non crede di appartenere. Inaridita nel cuore, depressa nella sua sofferenza, incontrerà la mano tesa e al contempo bisognosa di Marnie. Ed è attraverso la condivisione e l’accettazione dei proprio timori che il disagio perde consistenza facendo fiorire la giovane Anna e facendole comprendere di essere amata al di là del tempo e delle condizioni. Una storia d’amore assoluta e totale che si dipana mano a mano che i segreti vengono svelati in un percorso narrativo ben cadenzato e coinvolgente.

Un film da vedere, che sente l’influenza di Hayao Miyazaki, della sua poesia, negli sguardi, nei paesaggi, ma che in qualche modo ha l’ambizione di fare un passo oltre per acquisire una propria originale individualità.

Bella e azzeccata la colonna sonora di Priscilla Ahn.

Ex Machina
20/05/2015

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Film molto interessante, che uscirà nelle sale a fine Luglio 2015.
Senza svelare nulla della trama, si può dire che esplori i grandi temi della coscienza e delle emozioni, ricodificando anche attraverso un classico (l’intelligenza Artificiale) l’espressione della consapevolezza come chiave di lettura esistenziale. Alex Garland alla sua prima prova come regista non delude e sottolinea il talento che già aveva mostrato come sceneggiatore in “Non Lasciarmi“.

Il film è stato vietato, negli Stati Uniti d’America, ai minori di 17 anni non accompagnati per la presenza di nudità, riferimenti sessuali, linguaggio scurrile e violenza

HAL (Haru)
07/10/2014

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Hal (ハル Haru) è un film d’animazione prodotto da Wit Studio e diretto da Ryōtarō Makihara. Uscito l’ 8 giugno 2013. Breve di durata, ma intenso di sentimenti ed emozioni, ruota attorno alla perdita della persona amata e all’incapacità di accettare questa realtà e farsene una ragione.

I protagonisti sono due ragazzi che si amano. Uno dei due perisce in un incidente. Per l’altro inizia un calvario al termine del quale sembra non esserci luce. Nella città dove si svolge tutta la vicenda, si trova un centro di assistenza che gestisce dei robot umanoidi, uno dei quali prenderà le sembianze del defunto e aiuterà l’altro ad accettare questa situazione. La vicenda drammatica si svilupperà svelando il passato di Hal attraverso le sue vecchie cattive compagnie; e il rapporto con Kurumi, attraverso i cubi di Rubik utilizzati come sistema di comunicazione tra i due. Sfondo dell’opera è l’accostamento tra la vita tradizionale giapponese e la tecnologia robotica di un futuro ancora utopico.

Carina ed orecchiabile l’ending musicale, Owaranai Uta.

Potete vederlo in streaming qui:
http://www.animetube.it/component/contushdvideoshare/player/hal/hal-il-film

Isshuukan Friends “One Week Friends”
01/09/2014

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“Raccoglierò tutto ciò che perderai lungo la via, perché voglio rivedere quel tuo splendido sorriso, ancora e ancora, all’infinito”

Isshuukan Friends è una serie anime in 12 puntate tratta dal manga di Matcha Hazuki.
La trama non è particolarmente originale e parte dallo spunto offerto dalla protagonista femminile Kaori Fujimiya che, in seguito ad un incidente, sviluppa l’handicap di una perdita di memoria a breve termine che le fa dimenticare i suoi amici ogni fine settimana.

Facile intuire come psicologicamente questo diventi un problema relazionale che la porta ad isolarsi per non ferire le persone che la circondano.

Yūki Hase decide di impegnarsi per dare alla sua compagna di classe la felicità e la spensieratezza che la sua vita meriterebbe avvicinandosi con grande fatica a e sofferenza personale.

Qual è il trauma psicologico che si cela veramente dietro questa particolare patologia? si sta parlando davvero di amicizia o nascerà l’amore tra i due? L’anime non da risposte davvero soddisfacenti a queste domande basilari e quindi risulta privo di reali colpi di scena. In breve fatica a decollare e non va oltre la breve trama già esposta. Manca di un vero Climax.

La storia finisce quindi per essere zuccherosa, sottolineando come importanti i piccolissimi successi che i due protagonisti ottengono nel rendere il loro rapporto qualcosa di speciale, nonostante si azzeri di settimana in settimana, ma non arriva da nessuna parte; neanche nello sviluppare i rapporti tra i personaggi secondari.

In sintesi, un buon prodotto che poteva spingersi oltre ma che non l’ha fatto.
Le sigle di apertura e chiusura sono rispettivamente “Niji no kakera” (“Frammenti di arcobaleno”), scritta e composta da Ai Kawashima e cantata da Natsumi Kon, e “Kanade” (“Sinfonia”) di Sora Amamiya, una cover del singolo del 2004 dei Sukima Switch.

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Vita di PI
04/07/2014

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Vita di PI” non è semplicemente un film da vedere. E’ una riflessione profonda sulla vita, su Dio e sulla fede.
Il regista Ang Lee, che già avevo apprezzato per il film “Lussuria” del 2007, affronta argomenti estremamente difficili, escatologici e metafisici con un linguaggio che sia comprensibile ai più. Un campo di battaglia dal quale solo i grandi sono usciti vincitori: basti citare “2001 Odissea nello spazio”  di Kubrick o “The Tree of life” di Terrence Malick (che definisce il paradigma di morale e di natura con il suo concetto di Grazia) passando anche per il trascendentale  “The Fountain” di Aronofsky.

Ma Ang Lee riesce nell’impresa di far passare un messaggio (che poi è una domanda: “Dio esiste?”) con una storia semplice, lineare e di fatto poco originale: il libro di Yann Martel, da cui è tratto il film, racconta una storia molto simile ad un altro libro “Piccola guida per naufraghi con giaguaro e senza sestante” di Moacyr Scliar, pubblicato nel 1981. Il film d’altronde presenta alcuni caratteri tipici di un certo genere di filmografia commerciale. Abbiamo infatti una storia di difficoltà con lieto fine, un ragazzino come protagonista, la presenza di animali, un comparto grafico eccezionale. Banalmente, l’elenco di componenti essenziali del classico film Disney di successo.

Questo fa si che “Vita di PI” sia una bella scatola ma, sorpresa, con un contenuto ben più prezioso. Un film metaforico la cui morale di fondo non ha un’unica interpretazione e che pertanto si fa specchio dell’anima rispetto allo spettatore che potrà tradurlo attraverso la propria individualità, le proprie credenze, la propria storia.

La storia, senza fare troppo spoiler, è quella di un naufragio e della forzata convivenza sulla stessa scialuppa di salvataggio di un ragazzo e di una tigre che dovranno trovare un equilibrio per poter sopravvivere entrambi. La potenza simbolica del film invece, costruita efficacemente lungo tutto il percorso, esplode nel finale quando due dipendenti della società di assicurazioni chiedono una deposizione di quanto accaduto. Alla storia raccontata durante l’opera e ritenuta poco credibile dai due se ne affianca un’altra, più cruda e realistica, dove le metafore scompaiono.

Il successo del Film è tutto qui: non c’è espressione di un giudizio, non si fa una critica alla morale, non si parla né di etica né di valori religiosi. Si presenta semplicemente l’uomo e la sua dualità. Le regole e i principi della società civile, contrapposti all’istinto bestiale che emerge nella necessità di sopravvivenza.

Ma la storia è anche quella di un’esperienza mistica: l’uomo lasciato solo, immerso nella Natura che lo circonda e in quella umana che lo contraddistingue, si ripiega su se stesso alla ricerca profonda del suo Io divino. In quell’oceano piatto e sconfinato, sotto un cielo di stelle Pi comprende l’uomo e analizza la sua fede. Ed è proprio nel fare questo che emerge la seconda intuizione interpretativa: Pi è in realtà Dio.

Estraneo al contesto (la sua zattera), porta sulla piccola scialuppa etica e regole che non sempre riescono ad essere recepite. Ciò nonostante non nega il suo amore neanche alla più famelica delle bestie, la Tigre/Uomo. Gli salverà più volte la vita, si occuperà di nutrirlo ed accudirlo. Il rapporto tra la tigre e Pi sembra quello intercorrente tra l’uomo e Dio, l’incapacità umana di vedere la divinità è emblematica nella scena finale dove la tigre abbandona Pi senza degnarlo nemmeno di uno sguardo. La sua natura gli impedisce di capire l’amore ricevuto senza il quale non sarebbe mai riuscito a conseguire la salvezza.

In questa chiave di lettura la dualità metaforica della storia si arricchisce di un valore profondo: nella prima si racconta di un rapporto difficile ma di un amore assoluto, nella seconda della bestialità intrinseca e nella Natura letta e raccontata senza la presenza del Divino.

A ciascuno individuo la scelta di “come” raccontare la propria storia.

 

 

Nessuno lo sa (Nobody Knows) – “Dare mo shiranai”
19/04/2014

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Anche se ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto (il caso dei quattro bambini di Nishi-Sugamo, del 1988) “Nessuno lo sa” non è un film di denuncia.
Quello di Koreeda è un’opera potente che non scade mai nella banalità o nel pietismo, che non lascia spazio alle ovvietà e che ci viene raccontata senza commenti, né impliciti né espliciti. L’innocenza dei bambini e l’egoismo crudele degli adulti sono le due anime complementari di un film dalle caratteristiche documentaristiche. Il regista si tiene infatti volutamente a distanza per poter sottolineare il crudo realismo del disagio umano, dello spirito di sopravvivenza e del grande protagonista di questa storia: l’assenza. Assenza della madre, dei vari padri, assenza di una società che se all’inizio ha come l’alibi il non sapere, nello sviluppo della vicenda semplicemente gira la testa dall’altra parte, ignorando l’evidente degrado e l’assoluta emarginazione dei piccoli soggetti.

Ma proprio grazie alle inquadrature lente e silenziose, al dipanarsi delicato della storia e alle musiche che solo a tratti irrompono nelle quotidianità, Koreeda riesce nell’impresa di dare ai suoi piccoli protagonisti una grande dignità. Sia nei piccoli gesti (l’onesta di Akira nel non rubare e nel non accettare i soldi dell’amica) che in un più ampio “crescere e andare avanti nonostante tutto”. Con grande delicatezza, senza disturbare e senza che il mondo se ne accorga la sorellina più piccola se ne va, rannicchiata con il suo orsacchiotto, nella stessa valigia con cui arriva nella storia. 

Ma la vita va avanti e neanche la certezza che la madre non tornerà più, totalmente dimentica della propria prole, piegherà l’incrollabile determinazione alla sopravvivenza.

 

La Grande Bellezza
13/04/2014

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La grande bellezza è la crudele logica prosecuzione di un percorso storico tutto italiano. La Roma di Felliniana memoria, che nel 1960, con La Dolce Vita,  ci raccontava un confusionario paradiso peccaminoso inevitabilmente proteso verso il futuro, è l’inizio di quel percorso che si evolve, 20 anni dopo, nella Roma de La terrazza di Ettore Scola, in cui politica e cultura erano già un pretesto di vite intaccate da indifferenza e corruzione. Ma La grande bellezza, 53 anni dopo Fellini e 33 dopo Scola, è il presente.  Letto e raccontato attraverso un potente e immaginario viaggio in un caravanserraglio di luoghi, persone, animali.

“Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco, la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato…”
[Viaggio al termine della notte di Céline]

Jep Gambardella, re della mondanità capitolina in un mondo privo di morale, popolato da ricchi borghesi, persone “che contano” e che basano le loro vite sull’apparenza, ma che in realtà vivono “sull’orlo della disperazione”, senza un vero scopo da perseguire, così come “i trenini delle feste, che sono belli perché non vanno da nessuna parte, è la guida ideale per accompagnare lo spettatore in questo viaggio straordinario. Jep si ingozza volontariamente di superficialità con il sorriso compiacente di chi è sempre al centro della festa ma non della sua vita, afflosciandosi sui divani “a parlare di vacuità, perché non vogliamo misurarci con la nostra meschinità“. E più è forte il rumore che gli impedisce di pensare, più sono potenti i momenti che ritrova nel silenzio, nel vuoto, nella solitudine dell’alba, quando insonne cammina nella città che pare disabitata. Momenti in cui si riappropria del proprio io e della propria interiorità e che gli riportano alla mente il ricordo di un amore interrotto della prima giovinezza, quando il suo futuro era intatto e pieno di preziose promesse ormai fallite. Sono queste le pause dal baccano e dal caos, in cui il protagonista cerca la grande bellezza, di cui vorrebbe scrivere.

Il motivo principale per cui a tanti questo film non è piaciuto è perché privo di una trama. Ma una trama serve per raccontare una storia. Una storia che ha un inizio, uno svolgimento ed una fine.  Sorrentino invece ci invita a lasciarci andare ad uno stordimento continuo, attraverso scene oniriche e visionarie (la giraffa, le Gru sul balcone, il medico del botulino, la partita a carte delle principesse…) tenuti per mano da Jep e dalla sua caustica ironia, ma anche dal suo dolente distacco dallo squallore, e dalla vita che lo circonda: un’incessante carosello di apparizioni mondane e di occasioni di visibilità a cui non sfugge neanche un funerale.

Ma Jep, smosso dalla notizia della morte di quella donna del passato che aveva idealizzato, si rimette alla ricerca di quella bellezza, di quel significato dell’esistenza che può dare un qualche scopo ad’una altrimenti inutile vita, buttata in aperitivi e nottate brave. Ed ecco il tentativo spirituale di Jep che si infrange di fronte ad un clero che è macchietta di se stesso. E ancora nella ricerca specifica della felicità nelle situazioni che non abbiamo vissuto pienamente e che non rivivremo più, ma cercheremo per sempre nell’addizione delle singole immagini che compongono un’autobiografia (come racconta la scena in cui Jep sfila commosso davanti alla sequenza delle migliaia di foto, divise per cinquantacinque anni, scattate al medesimo uomo in ogni giorno della sua esistenza).

“La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.”

Ed ecco che nel finale del film, su ispirazione della Santa, Jep torna alle sue radici. Al ricordo dell’unica Grande Bellezza che aveva vissuto e che aveva perduto nella confusione. Il passato non può tornare come esperienza (e questo il protagonista lo sa), ma può restituire i suoi sapori. E tornando a quei sapori, alla percezione a tutto campo della Grande Bellezza di quella ragazza che si spoglia in tutta la sua incontaminata soavità, Jep ritrova il senso di una vita piena di orizzonti più lontani. La memoria ancora incontaminata di quell’amore, della prima volta, è il motore che lo porterà a scrivere il libro che non ha mai osato cominciare. 

“…è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile

 

 

 

 

 

 

Wolf Children “Ookami Kodomo no Ame to Yuki”
20/02/2014

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Wolf Children” è la terza grande opera di Mamoru Hosoda.
Se “La ragazza che saltava nel tempo” è il film che l’ha fatto conoscere al mondo e “Summer Wars” quello che ci ha confermato la bravura del regista, quest’ultima fatica rappresenta la sua consacrazione.

Hana è una studentessa universitaria di Tokyo come tante altre, che si innamora di un ragazzo conosciuto durante le lezioni. Il ragazzo, particolarmente schivo e riservato, inizialmente la evita, ma poi, pian piano, i due iniziano a frequentarsi. Avranno due figli insieme: la prima, Yuki, e il secondo, di un anno più giovane, Ame.
“Wolf Children” racconta la storia di una famiglia ordinaria, se non fosse, però, per un “piccolo” particolare: Ookami, il padre, è in realtà un uomo-lupo ed è in grado di assumere liberamente le due forme. Purtroppo, però, il suo istinto animale lo condurrà a una fine prematura e quindi Hana dovrà crescere i due ragazzi da sola. Fare la madre è un mestiere difficile, figuriamoci quando si devono allevare due bambini che sono per metà lupi e solo per metà umani e che, soprattutto inizialmente, non sono nemmeno in grado di controllare la propria trasformazione.

La componente sovrannaturale non deve però far pensare che ci troviamo di fronte a un film sui licantropi, perché “Wolf Children” è un film che parla della famiglia e può essere benissimo la nostra storia, solo con qualche inconveniente in più. Questa componente fantastica ha l’unico scopo di enfatizzare le varie problematiche della vita umana.

Yuki e Ame sono due ragazzi completamente diversi: la prima è una ragazza vivace ed espansiva, il secondo è un ragazzo decisamente più chiuso e introverso, che fatica a socializzare con gli altri. La possibilità per loro di trasformarsi in lupo viene usata con estrema maestria in più occasioni: inizialmente per rimarcare come per un genitore sia difficile crescere e comprendere a fondo i propri bambini, poi per mostrare le difficoltà degli adolescenti nel conoscere sé stessi, e successivamente per sottolineare come per ognuno di noi arrivi il giorno in cui bisogna compiere scelte importanti per il proprio futuro.

 Ma quest’opera è anche una metafora o lo è almeno nella misura in cui tenta di spiegare la realtà in termini irreali. Ecco che la storia di una madre e di due figli-lupo diventa la storia di ogni madre e di ogni figlio. Hosoda si serve dei tratti bestiali dei bambini per rendere evidente la rappresentazione dei loro istinti e della loro impulsività. La natura dicotomica dei bambini-lupo è invece il riflesso della conflittualità intrinseca nell’adolescenza, della ricerca di identità e della paura di scoprire parti di sé stessi selvagge e incontrollabili.

Ma “Wolf Children” racconta anche dell’amore sconfinato di una madre per i suoi figli ed è la sua semplicità a renderlo straordinario. La storia non è ricca di colpi di scena e il tutto si svolge in maniera piuttosto prevedibile e lineare, ma Hosoda è un maestro nell’offrire un realismo delle relazioni umane unico, e proprio per questi motivi, il film è capace di coinvolgere ed emozionare con una dolcezza e delicatezza estreme.

“Hosoda cosparge di luce la poesia della vita, perché tutti possano osservarla: i percorsi montuosi, una collina innevata, il romanticismo di camminare vicino senza neppure sfiorarsi, un piatto caldo preparato con cura, i piccoli istanti irripetibili che si vivono nel crescere delle nuove vite, l’impresa di non insegnare loro semplicemente a sopravvivere, ma di renderli in grado di decidere autonomamente come vivere”. [Commento su AnimeClick]

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Fonte: Diversi commenti all’opera espressi su AnimeClick e riformulati.

PIL e FIL
03/02/2014

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C’erano una volta due fratelli, Pil e Fil.

Pil era un ometto basso e grassoccio, sempre ben vestito e con la pipa in bocca, capelli impomatati e scarpe lustrate.

Era sempre di fretta e pieno di cose da fare e correva su e giù per tutta la città con una valigetta nera colma di  impegni e di riunioni.

Amava essere alla moda e comprarsi tutto quel che gli piaceva: giacche di leopardo, pantaloni di serpente, occhiali da pioggia, cellulari che facevano il caffè, automobili al pistacchio, lavastoviglie che suonavano il contrabbasso.

Ma per comprarsi tutta questa roba doveva guadagnare un sacco di soldi, e così lavorava e lavorava senza sosta; lavorava di giorno e di notte, lavorava mentre si lavava i denti e sotto la doccia, lavorava quando era in vacanza e con  la febbre, e pensate, riusciva a lavorare anche quando dormiva.

Si teneva libero solo un paio di minuti al giorno per fare i suoi acquisti, ma poi non riusciva mai ad usarli, perché doveva rimettersi al lavoro.

Il povero Pil era così impegnato a lavorare che non aveva mai tempo per fare due chiacchiere al bar con gli amici ed era sempre malaticcio, perché non trovava un momento per curarsi.

Fil invece era alto e smilzo, si vestiva con  gli abiti dell’anno scorso e il suo cellulare non faceva il caffè. Lavorava la metà del tempo di Pil e si comprava molte meno cose, ma il resto della giornata lo passava a uscire con gli amici, a guardarsi un film, a leggere il giornale e ad annusare i fiori al parco.

Era calmo e rilassato e si godeva le giornate.

“Hei Pil, lavori troppo” gli diceva Fil “vieni con me al mare!”

“No! Devo lavorare!”

“Ma sei già ricco come un pascià, prenditi una pausa e divertiti un po’”

“No! Mi diverto già così, più lavoro più guadagno e più posso comperare!”

“Ma cosa te ne fai di tutta quella roba se lavori sempre?”

“Io sto benissimo così!”

Non c’era verso di convincerlo e così Pil se ne tornava di corsa a lavorare, che già aveva perso troppo tempo a parlare col fratello………..

Fonte: http://www.mdftorino.it/?p=2944&utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-favola-di-fil-e-pil-mangiamondo-ed-altre-eco-favole