Percezione visiva
02/04/2015

La nostra mente non interagisce mai direttamente con il mondo reale, ma solo attraverso dei sensori posti sui nostri occhi, orecchie, lingua e in ogni punto del corpo. Insomma, solo con un piccolo sottoinsieme del mondo reale ‘.

Tipico esempio è il fatto che gli esseri umani abbiano solo tre sensori di colore. Per l’occhio umano raggi infrarossi o ultravioletti sono invisibili, e in ogni occhio c’è un punto cieco.

“I nostri dati visivi sono in realtà sorprendentemente scarsi, e anche se fossimo in grado di registrare con precisione ed elaborare ogni fotone che raggiunge i nostri occhi, avremmo sempre troppo pochi dati per ricostruire il mondo con precisione”. [Michael Abrash]

Così, il processo che sta dietro alla vista è questo: il sistema visivo riceve degli impulsi che poi invia alla mente cosciente. Il cervello poi ricostruisce un quadro complessivo, che viene aggiornato continuamente con nuovi dati.

Per questo non abbiamo mai una percezione diretta della realtà, ma sempre mediata. Non siamo osservatori oggettivi, ma “macchine” che, a partire da stimoli, inferiscono la realtà che vedono.

Ecco alcuni esempi che dimostrano come i tradizionali modelli di inferenza, talvolta, vengono meno.

1. Pillola blu o pillola rossa?

pillole

In realtà sono identiche. Il colore delle pillole è sempre lo stesso, grigio, ma esse appaiono rosse o blu a seconda della percezione del cervello, rielaborata in base al contesto. Anche quando una persona è consapevole che le pillole sono di colore grigio, continua a vederle rosse o blu.

pillole

2. I colori cambiano in base alla luce

rubik

Il nostro sistema visivo non è interessato a determinare se i fotoni provenienti da un’immagine sono di colore rosso o blu o grigio. Quel che identifica sono le caratteristiche potenzialmente rilevanti nel mondo reale, in una varietà di condizioni date. Il sistema visivo corregge costantemente i colori della scena. Non si limita a registrare la realtà, ma la modifica costantemente. Il risultato finale è che i colori che vediamo sono l’ipotesi migliore cui è giunto il nostro cervello.

3. Percezione degli angoli

La prima immagine appare piatta, la seconda deformata. Ciò avviene perché il nostro sistema visivo è progettato a rilevare i bordi grazie al contrasto dei colori in orizzontale e verticale.

Quando vengono aggiunti dei punti sulla superficie osservata, il sistema visivo rileva anche altre angolazioni. La scacchiera, allora, appare distorta.

scacchiera

scacchiera due

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/

 

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Il Ladro di Lao Tzu
24/02/2011

“C’era un uomo che aveva perduto del denaro, e pensò che l’avesse rubato il figlio del suo vicino. Egli lo guardava e gli sembrava che il suo portamento fosse quello di un ladro, che la sua espressione fosse quella di un ladro, che tutti i suoi gesti ed i suoi movimenti assomigliassero a quelli di un ladro. Subito dopo egli ritrovò il suo denaro in una  canna da drenaggio di bambù. Guardò ancora il figlio del vicino e né i suoi movimenti né i suoi gesti erano più quelli di un ladro.”  ( Lao Tzu )

Questo racconto si può riassumere con il vecchio adagio: “Si vede solo quel che si vuol vedere”.

Ma la domanda interessante è: cosa si vuol vedere?
Da cosa è pilotato l’errato giudizio? dall’emotività?, dal pregiudizio? o da qualche altro schema mentale?

E’ indubbio che vi sia insito in qualche schema mentale legato al concetto di altro e di società il dover trovare un capro espiatorio. il denaro non può essere rubato e basta. Ci deve essere un ladro. Automaticamente questo ci porta a verificare le persone che ci circondano e usare gli schemi mentali che possediamo per valutare le probaiblità per ciascuno. In questo si inseriscono gli schemi legati al pregiudizio (leggere questo post al riguardo), nonché l’emotività, intesa come attivazione di recettori della realtà alla ricerca di elementi percettivi che ci segnalino comportamenti classificabili.

Ovviamente, come spesso succede, non sono gli schemi mentali che si appoggiano sul tavolo delle percezioni ricevute, ma il contrario. Gli schemi fanno da lente, da filtro alla nostra emotività veicolandola affinché il processo di valutazione raggiunga un risultato statisticamente accettabile e che, soprattutto, soddisfi gli stessi schemi utilizzati. In pratica lo schema genera un domanda viziata per ottenere la risposta che sottolinei il buon funzionamento di quello schema.

Rimane aperta quindi la domanda: quanto possiamo fidarci di noi stessi nel formulare un giudizio?

 

 

 

 


L’influenza linguistica sulla percezione
10/11/2010

ipotesi della relatività linguistica

L‘ipotesi della relatività linguistica (conosciuta anche come Ipotesi di Sapir Whorf) è recentemente stata oggetto di uno studio alla Stanford University di Palo Alto sulla percezione del colore blu in russi e inglesi. Secondo questa ipotesi, le modalità linguistiche con cui denominiamo il mondo determinano le modalità cognitive con cui lo percepiamo: parlanti di lingue differenti potrebbero dunque percepire la realtà in maniera diversa.

Tornando a russi e inglesi, la lingua russa obbliga a una distinzione terminologica fra il blu più chiaro (goluboy) e il blu più scuro (siniy) mentre in inglese il termine “blue” si usa indifferentemente per indicare un’ampia “fetta” dello spettro cromatico del blu.
Lo psicologo Jonathan Winawer e i suoi colleghi hanno provato a verificare se questa particolarità linguistica avesse qualche influenza su come i russi percepiscono le diverse tonalità del blu. Hanno dunque posto i partecipanti di fronte a una situazione come quella indicata nell’immagine in alto e chiesto loro di indicare, nel minor tempo possibile, quale dei due quadrati colorati in basso fosse dello stesso colore del quadrato presentato in alto.
I risultati hanno dimostrato che i parlanti in lingua russa avevano un vantaggio discriminativo, erano cioè più veloci a indicare il quadrato del giusto colore, se i quadrati fra cui scegliere avevano tonalità tali da ricadere in due differenti categorie linguistiche (uno siniy e l’altro goluboy). Se invece i quadrati fra cui scegliere avevano tonalità diverse, ma non tali da ricadere in differenti categorie linguistiche (entrambi siniy o entrambi goluboy) il vantaggio discriminativo veniva perso e russi e inglesi mostravano performance del tutto sovrapponibili.

A ulteriore conferma che fosse proprio la categorizzazione linguistica a influenzare la percezione del colore e non altre variabili cognitive, i ricercatori hanno provato a capire cosa accadeva inserendo un compito interferente sia verbale che spaziale, scoprendo che il vantaggio discriminativo dei russi veniva eliminato solo nel caso del compito interferente verbale (una sequenza di numeri da pronunciare ad alta voce mentre si effettuava la scelta del quadrato).

Semplificando al massimo: se la parte del cervello che gestisce il linguaggio è quella che “aiuta” i russi a discriminare meglio fra i due tipi di blu, mettendola fuori gioco con la sequenza di numeri, il vantaggio deve perdersi: i dati sono andati proprio in questa direzione.

Ma ecco un’interessante risvolto!

Se è vero che il linguaggio incide sulla percezione del mondo c’è da aspettarsi che gli effetti di questa influenza saranno  maggiori per ciò che appare nel campo visivo destro perchè è processato dall’emisfero cerebrale sinistro in cui hanno sede i centri del linguaggio.
Ulteriori esperimenti hanno confermato questa ipotesi:

13 partecipanti hanno dovuto distinguere fra 4 diverse tonalità di colore. In termini di lunghezza d’onda le tonalità differivano l’una dall’altra in misura proporzionale ed incrementale, ma due di esse erano ciò che chiamiamo “verde”, mentre le altre erano “blu”
In accordo con l’ipotesi di Sapir-Whorf i soggetti erano in grado di distinguere fra “verde” e “blu” più velocemente di quanto facessero fra due “verdi” o due “blu”, ma questo vantaggio nel tempo di reazione si verificava soltanto quando i colori apparivano nel lato destro dello spazio, confermando così l’ipotesi di ricerca.

La conclusione davvero curiosa è quindi che:

La nostra rappresentazione visiva del mondo è allo stesso tempo filtrata e non filtrata dalle categorie del linguaggio dipendentemente dal fatto che guardiamo a destra o a sinistra!

 

Considerazione:
Rimango sempre stupito dalla complessità dell’argomento della percezione. In questo articolo si sottolinea come il relativismo della soggettività possa addirittura esprimersi all’interno dello stesso individuo. I meccanismi della nostra mente sono davvero stupefacenti e chissà qanti, ancora sconosciuti, agiscono con precise routine per giungere ad un risultato cognitivo che ci pare così certo e sicuro, ma che di fatto è quanto di meno oggettivo si possa immaginare.

Ignoranza Pluralistica
01/04/2010

Tutti sappiamo cosa studi la psicologia:
Il comportamento degli individui e i loro processi mentali.

La psicologia sociale invece studia l’interazione tra individuo e gruppi.

In un mio post precedente, riguardante la deindividuazione, parlavo proprio di un esperimento di piscologia sociale e, poiché non ho fatto allora questa distinzione di area, ci tengo a farlo ora.

Detto ciò, oggi vi parlerò dell’Ignoranza Pluralistica, un processo che coinvolge le persone quando sono all’interno di un gruppo.

Ciascuno pensa che gli altri abbiano più informazioni sulla situazione e quindi di fronte a un evento ambiguo le persone osservano il comportamento altrui per cercare di interpretarlo correttamente senza considerare che anche gli altri fanno lo stesso. Ciò porta ad un’elevata probabilità di inazione.

Si tratta di un processo che coinvolge diversi membri di un gruppo che pensano di avere diverse percezioni, credenze o attitudini rispetto al resto del gruppo. Essi si comportano comunque come gli altri membri del gruppo perché ritengono che siccome tutti si comportano allo stesso modo le opinioni all’interno del gruppo siano unanimi. Siccome quindi tutti i dissenzienti hanno la stessa percezione e si comportano come se concordassero con gli altri, ciascuno pensa di essere l’unico a dissentire e questo rafforza la propensione a conformarsi.

A causa dell’ignoranza pluralistica le persone tendono a conformarsi a quella che percepiscono come opinione consensuale invece che agire in base alle proprie percezioni e convinzioni.

A tal proposito venne fatto un esperimento nel 1970, da Bibb Latané e John Darley,  che dimostra come:
Le informazioni utilizzate da un soggetto per definire un evento insolito non derivino soltanto dall’osservazione diretta da parte del soggetto stesso ma anche dal comportamento delle altre persone che assistono alla scena“.

Alcuni studenti vennero invitati in una sala d’aspetto a compilare un semplice questionario. Ad un certo punto iniziava ad uscire un fumo bianco da sotto una porta! (l’evento insolito)

Nel primo caso si aveva un soggetto ignaro da solo nella stanza che, con estrema rapidità, decideva che qualcosa non andasse, che ci potesse essere una situazione di pericolo e che usciva nel corridoio per chiamare un addetto.

Nel secondo caso si avevano diversi soggetti ignari insieme. Soltanto il 38% di loro cercava di avvisare qualcuno entro i primi 6 minuti.

Nel terzo caso si avevano un soggetto ignaro e diversi complici che fingevano disinteresse all’evento insolito. Le percentuali di inazione si sono rilevate analoghe al secondo caso.

La riflessione

L’uomo è sicuramente un animale sociale. In presenza di altri soggetti tende a valutare la propria azione in funzione degli altri e questo non è di per sé un male. Il conformarsi però mettendo in secondo piano la propria percezione della realtà e di conseguenza la propria valutazione, benchè sia un processo che ha tutte le sue motivazioni evoluttive per esistere, non è una cosa positiva. Un classico esempio può essere il mobbing, nel quale un gruppo di soggetti (o anche solo uno, il capo) prende di mira una persona e i colleghi non agiscono secondo la propria etica, ma restano nell’inazione o, peggio, aderiscono al modello comportamentale negativo.