La Teiera di Russell
22/07/2015

Teapot_Russell

La teiera di Russell, chiamata anche teiera celeste, è una metafora ideata dal filosofo Bertrand Russell per confutare l’idea che spetti allo scettico, e non a chi le propone, l’onere della prova in merito ad affermazioni non falsificabili, in particolare in campo religioso.

In un articolo intitolato “Is There a God?” (“Esiste un Dio?”), commissionato (ma mai pubblicato) dal magazine Illustrated nel 1952, Russell scrive:

« Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente. »

Il tema viene approfondito da Richard Dawskin:

« Il motivo per cui la religione organizzata merita ostilità aperta è che, a differenza della fede nella teiera di Russell, la religione è potente, influente, esente da imposte e inculcata sistematicamente in bambini troppo giovani per difendersi da sé. Niente obbliga i bambini a trascorrere i propri anni formativi memorizzando folli libri che parlano di teiere. Le scuole sovvenzionate dal governo non escludono bambini i cui genitori preferiscono teiere di forma sbagliata. I credenti nella teiera non lapidano i non credenti nella teiera, gli apostati della teiera, i blasfemi della teiera. Le madri non mettono in guardia i loro figli sullo sposare dei pagani, i cui genitori credono in tre teiere invece che in una. Le persone che versano prima il latte non gambizzano quelle che mettono prima il tè. »

 

Annunci

Vita di PI
04/07/2014

The-Life-Of-Pi-movie-poster

Vita di PI” non è semplicemente un film da vedere. E’ una riflessione profonda sulla vita, su Dio e sulla fede.
Il regista Ang Lee, che già avevo apprezzato per il film “Lussuria” del 2007, affronta argomenti estremamente difficili, escatologici e metafisici con un linguaggio che sia comprensibile ai più. Un campo di battaglia dal quale solo i grandi sono usciti vincitori: basti citare “2001 Odissea nello spazio”  di Kubrick o “The Tree of life” di Terrence Malick (che definisce il paradigma di morale e di natura con il suo concetto di Grazia) passando anche per il trascendentale  “The Fountain” di Aronofsky.

Ma Ang Lee riesce nell’impresa di far passare un messaggio (che poi è una domanda: “Dio esiste?”) con una storia semplice, lineare e di fatto poco originale: il libro di Yann Martel, da cui è tratto il film, racconta una storia molto simile ad un altro libro “Piccola guida per naufraghi con giaguaro e senza sestante” di Moacyr Scliar, pubblicato nel 1981. Il film d’altronde presenta alcuni caratteri tipici di un certo genere di filmografia commerciale. Abbiamo infatti una storia di difficoltà con lieto fine, un ragazzino come protagonista, la presenza di animali, un comparto grafico eccezionale. Banalmente, l’elenco di componenti essenziali del classico film Disney di successo.

Questo fa si che “Vita di PI” sia una bella scatola ma, sorpresa, con un contenuto ben più prezioso. Un film metaforico la cui morale di fondo non ha un’unica interpretazione e che pertanto si fa specchio dell’anima rispetto allo spettatore che potrà tradurlo attraverso la propria individualità, le proprie credenze, la propria storia.

La storia, senza fare troppo spoiler, è quella di un naufragio e della forzata convivenza sulla stessa scialuppa di salvataggio di un ragazzo e di una tigre che dovranno trovare un equilibrio per poter sopravvivere entrambi. La potenza simbolica del film invece, costruita efficacemente lungo tutto il percorso, esplode nel finale quando due dipendenti della società di assicurazioni chiedono una deposizione di quanto accaduto. Alla storia raccontata durante l’opera e ritenuta poco credibile dai due se ne affianca un’altra, più cruda e realistica, dove le metafore scompaiono.

Il successo del Film è tutto qui: non c’è espressione di un giudizio, non si fa una critica alla morale, non si parla né di etica né di valori religiosi. Si presenta semplicemente l’uomo e la sua dualità. Le regole e i principi della società civile, contrapposti all’istinto bestiale che emerge nella necessità di sopravvivenza.

Ma la storia è anche quella di un’esperienza mistica: l’uomo lasciato solo, immerso nella Natura che lo circonda e in quella umana che lo contraddistingue, si ripiega su se stesso alla ricerca profonda del suo Io divino. In quell’oceano piatto e sconfinato, sotto un cielo di stelle Pi comprende l’uomo e analizza la sua fede. Ed è proprio nel fare questo che emerge la seconda intuizione interpretativa: Pi è in realtà Dio.

Estraneo al contesto (la sua zattera), porta sulla piccola scialuppa etica e regole che non sempre riescono ad essere recepite. Ciò nonostante non nega il suo amore neanche alla più famelica delle bestie, la Tigre/Uomo. Gli salverà più volte la vita, si occuperà di nutrirlo ed accudirlo. Il rapporto tra la tigre e Pi sembra quello intercorrente tra l’uomo e Dio, l’incapacità umana di vedere la divinità è emblematica nella scena finale dove la tigre abbandona Pi senza degnarlo nemmeno di uno sguardo. La sua natura gli impedisce di capire l’amore ricevuto senza il quale non sarebbe mai riuscito a conseguire la salvezza.

In questa chiave di lettura la dualità metaforica della storia si arricchisce di un valore profondo: nella prima si racconta di un rapporto difficile ma di un amore assoluto, nella seconda della bestialità intrinseca e nella Natura letta e raccontata senza la presenza del Divino.

A ciascuno individuo la scelta di “come” raccontare la propria storia.

 

 

Angel Beats!
06/09/2010

Eccomi a recensire un prodotto davvero interessante per l’originalità della sua trama. Angel Beats nasce da un’idea originale di Jun Maeda, che ne ha curato anche lo screenplay, con il character design originale di Na-Ga; sia Maeda che Na-Ga fanno parte della casa di produzione di Visual novel Key, di cui Maeda è uno dei fondatori. L’anime si sviluppa in 13 episodi che, per il tipo di storia e la sua potenzialità, sono davvero pochi.

In breve, tutti i personaggi sono morti e si ritrovano in una sorta di limbo-purgatorio simile ad una normale scuola superiore. La tranquillità del luogo e le sistematiche attività scolastiche hanno lo scopo di aiutare i trapassati ad abbandonare l’agitazione della loro esperienza in vita, l’attaccamento a ciò che sono stati ma, soprattutto, a superare “il non compiuto” della loro esistenza, a sublimare il loro rimpianto ed accettare le esperienze negative che li hanno segnati, chi più chi meno, in maniera drammatica. Chi riesce infine ad accettare tutto questo, pronto a reincarnarsi in una nuova vita, scompare da quel mondo.
Le cose non sono però così lineari e scontate.
I protagonisti sono infatti coloro che non accettano di partecipare a questo processo nel quale non vedono uno scopo, un progetto e soprattutto giustizia. Chi li riscatta da tutto ciò che hanno vissuto? come può Dio averli fatti soffrire tanto? con quale coraggio quel Dio chiede loro di accettare il suo progetto misterioso e di ricominciare quando loro sentono di non aver mai realmente vissuto e completato la loro vita precendente?

Ragazzi “interrotti“, astiosi verso la vita, fondamentalmente impauriti e feriti, decidono di ribellarsi a Dio cercando di sovvertire quella strana realtà di passaggio con ogni mezzo a loro disposizione.

Tenshi, una sorta di angelo controllore, ostacola i loro tentativi scatenando una guerra continua e apparentemente non risolvibile.

In questo contesto arriva Yuzuru Otonashi che, privo di ricordi riguardanti la sua morte, cercherà di capire a fondo quella realtà e il suo funzionamento, scoprendo se stesso e il suo ruolo in quel grande disegno misterioso che è l’esistenza  umana.

Trama interessante quindi, purtroppo non sviluppata con la giusta calma, ottimi disegni e il tratto identificativo di un’opera che riesce con disinvoltura a passare dal comico al drammatico con coerenza e semplicità. Da vedere, insomma, ma soprattutto da ascoltare: la colonna sonora è semplicemente strepitosa; abbraccia infatti le scene dell’anime con pezzi rock e dolcissime melodie (stupenda “Ichiban no Takaramono” che nell’episodio 10 accompagna i sogni di futuro amore di Yui).

My Soul, Your Beats! / Brave Song” nel maggio 2010 ha vinto il Disco d’Oro della Recording Industry Association of Japan per aver venduto oltre 100.000 copie.

E’ possibile scaricarlo da Megaupload (basta cercare in internet “Angel Beats megaupload”)

La mente che mente
24/01/2010

La nostra mente è una fucina eccezionale di pensieri, idee riflessioni ragionamenti.
Ha la capacità di razionalizzare in maniera perfetta utilizzando gli schemi mentali che possiede e costruendo ipotesi e proiezioni sul futuro.

E’ la nostra migliore amica ma anche la nostra peggiore nemica.

Ieri sera ho eseguito un piccolo esperimento.
Mio figlio Luciano ha fatto un bellissimo classico disegno: un paesaggio con il prato, alberi, la casa, delle montagne, mamma, papà e se stesso.
E ovviamente il classico Sole con occhi naso e sorriso.

Ho deciso di appendermelo in ufficio, ma prima l’ho analizzato un po’ con lui.
“Come mai hai fatto il Sole con la faccia?” ho chiesto.
“Perché è più bello” è stato la risposta.
“E perché è più bello?” ho chiesto io
Dopo averci pensato un po’ Luciano mi ha risposto: “Perché il Sole è più bello se è una persona!”
Una bella risposta, ho pensato io. Un Sole umanizzato è rassicurante. Là in alto nel cielo, ci sorride, ci tranquillizza. Cosa c’è di meglio?

Tuttavia non soddisfatto ho posto un ulteriore domanda.
“Perché il Sole è più bello con la faccia e il resto no? potevi fare anche una faccia all’albero, al prato, alla casa….”
La prima difesa di Luciano è stata cercare di smontare la mia affermazione “La casa ha una faccia! ci sono le finestra che sono gli occhi e la porta che è la bocca….”
Ma io ho insistito “e il cielo? e le nuvole? e le montagne? a loro non l’hai fatta la faccia…perché?”

Ed ecco che la mente di Luciano si ritrova in difficoltà.
Ho scoperto un punto oscuro. Lui ha fatto qualcosa…e non sa il perché.
Il motivo per cui ha fatto il Sole con la faccia è che lo ha sempre visto disegnare così, dagli altri bambini, la maestra, la nonna (e probabilmente l’ha visto in quel terrificante programma…i teletubbies….brrr). Ma messo di fronte al fatto che non c’è un motivo frutto di un ragionamento o di una scelta la sua mente si trova in difficoltà e cerca delle scappatoie. Quando non le trova è disposta ad affermare qualsiasi cosa. Anche il falso. E a convincerci di esso.

Alla fine Luciano ha risposto così: “volevo fare la faccia anche alle altre cose ma me ne sono dimenticato…” piuttosto che ammettere il fallimento la sua mente propone un elegante via d’uscita da questo faro inquisitore puntato su di lei.

Questo schema protettivo di se stessa che la mente applica è esattamente lo stesso nei bambini come negli adulti.
L’agire inconsapevolemente porta a questo.

A tal proposito mi pare interessante citare un tratto del libro  “Veronika decide di morire” di Paulo Coelho:

“La normalità è solo una questione di consenso. Ossia, se molta gente pensa che una cosa sia giusta, quella cosa lo diventa“.

“Ogni essere umano è unico, con le proprie qualità, i propri istinti, le proprie forme di piacere, il proprio spirito d’avventura. Ma la società finisce per imporre una maniera collettiva di agire: nessuno si ferma mai a domandarsi perché sia necessario comportansi in quel modo. Ci si limita all’accettazione. Nel corso della tua esistenza hai mai conosciuto qualcuno che si sia domandato perché le lancette dell’orologio si muovono in una direzione, e non in quella opposta?”

“Se qualcuno lo domandasse, probabilmente si sentirebbe rispondere ‘ma tu sei matto!’ Se insistesse nella domanda, dapprima le persone tenterebbero di trovare una ragione, poi cambierebbero argomento, perché non può esistere alcun motivo valido.”

“Tu sei una persona diversa, che vuole essere uguale. E questo, dal mio punto di vista, è considerato una malattia grave.”

“È grave sforzarsi di essere uguale. È grave voler essere uguale, perché questo significherebbe andare contro le leggi di Dio che, in tutti i boschi e le foreste del mondo, non ha creato una sola foglia identica a un’altra”.

PS
Ho cercato su Yahoo Answers se qualcuno avesse domandato questa cosa del senso degli orologi.
Una risposta interessante è questa:

Le lancette ripropongono il verso di rotazione dell’ombra nelle antiche meridiane. Il tutto, ovviamente, connesso al fatto che le meridiane e glli orologi sono stati sviluppati nell’emisfero settentrionale, altrimenti avremmo avuto probabilmente le lancette che girano al contrario.