Perché scrivo in un blog?
17/11/2010

Questa è un’interessante domanda che dovrebbe porsi chiunque gestisce un blog.
Se escludiamo chi lo fa come business e cerca di guadagnare da accessi, click e quant’altro o chi ha una passione specifica e crea magari un blog più o meno di nicchia, rimane un folto gruppo di bloggers che semplicemente scrive per il piacere di comunicare, di essere presente in rete, di essere letto, di passare da lettore passivo a editore.
Ci sarebbe da dire che nonostante la spinta iniziale che chi apre un blog normalmente ha, circa il 90% dei blog chiude dopo 2/6 mesi di vita. Perché?

– Esaurite le idee e stimoli iniziali
– Aspettative non raggiunte (soldi, accessi, feedback,soddisfazione personale….)
– Mancanza di argomentazioni, tempo e più generalmente poca voglia di aggiornare

Queste alcune e forse le più probabili cause.
Tuttavia, lungi da me evitare il quesito:

Perché scrivo in un blog?

Lo faccio per mio figlio.
Esistono tanti canali attraverso i quali un genitore esprime modelli di vita e di pensiero, traccia le linee guida educative sulle quali camminerà il proprio pargolo fino a quando deciderà di farle proprie o di modificare quel percorso verso obbiettivi vicini o lontani, comunque propri. O più semplicemente di abbandonarle in toto.
Ebbene io ho deciso di aggiungere questo luogo tra i tanti canali di comunicazione che ho scelto di usare.
Senza che io gli dica alcunchè, un giorno il mio figliolo scoprirà che il suo babbo scrive su internet…e la curiosità lo porterà a leggere queste pagine. Come quando si scopre un vecchio diario in soffitta o i libri letti da giovane in cantina, queste pagine comunicheranno qualcosa.
Uno dei miei lettori mi ha detto che raramente do la mia opinione sugli argomenti che tratto. E quando questa è espressa lo è in maniera relativa, senza nessun intento di dare verità o assiomi assoluti. Questa è proprio la chiave di lettura del mio blog.

Si parla tanto del bello che è nella certezza; sembra che si ignori la bellezza più sottile che è nel dubbio. Credere è molto monotono, il dubbio è profondamente appassionante. Stare all’erta, ecco la vita; essere cullato nella tranquillità, ecco la morte“. [Oscar Wilde]

Ed è proprio questo che vorrei dare un domani a mio figlio: non una serie di dogmi o di “dovresti pensare a questa cosa nei termini che decido io“, tanto vicini a concetti quali l’indottrinamento o il catechismo (politico, religioso, sociale…). Il mio più grande regalo non vuole essere lasciargli delle risposte. Quelle ci sarà già la società, la religione, la tv, gli amici…è pieno di gente che non vede l’ora di darti risposte! No, io voglio lasciargli delle domande. Soprattutto quelle senza risposta, che sono le più belle. Sono quelle che ci fanno scendere dal piedistallo e ci dicono che siamo piccoli piccoli e che il mondo può essere davvero tanto diverso a seconda degli occhiali che metti per guardarlo. Sono le domande che ti spingono a cercarla quella risposta mancante. Che ti fanno riflettere e che, successivamente, ti fanno confrontare con altre persone.

Il dubbio è la sorgente e lo stimolo incessante del sapere: le certezze assolute cadono, paurosamente, nel baratro del dogmatismo ed addormentano la mente generando il pernicioso sonno della ragione“. [Claudio Cavaliere]

La mia scelta è di cercare di sviluppare in mio figlio la capacità di razionalizzare le proprie risposte e porsi in maniera attiva e non passiva ai dictat che gli arriveranno. Io lo so che è molto più piacevole, molto più rassicurante, essere cullato tra le certezze. E so che il genitore che riversa queste certezze sul proprio figlio lo fa come gesto d’amore. “Ti dico cosa è meglio per te. Fidati dei tuoi genitori. Noi scegliamo ovviamente il meglio per te“. Ma io non riesco a non pensare alla bella poesia di Gibran:

 

“I tuoi figli non sono figli tuoi.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore,
ma non le tue idee.
Perche’ loro hanno le proprie idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo,
non alla loro anima.
Perche’ la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
dove a te non e’ dato di entrare,
neppure col sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro
ma non volere che essi somiglino a te.
Perche’ la vita non ritorna indietro,
e non si ferma a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani. “
(Khalil Gibran)

Ed ecco quindi la mia speranza: che un domani mio figlio, leggendo queste pagine si fermi a riflettere e magari cambi idea su qualcosa. Che non è cosa negativa, ma espressione di evoluzione mentale. Sono sicuro di quanto dico? ovviamente no.

Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola. Solo gli imbecilli son sicuri di ciò che dicono.[Voltaire]

 

 

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L’amore ai tempi di Internet
09/09/2010

Viviamo un’epoca di cambiamenti sociali e relazionali, per lo più promossi dalle nuove tecnologie comunicative che hanno aperto scenari e possibilità prima inesistenti. La nostra è una generazione che per sviluppare un rapporto interpersonale di tipo sentimentale usava fondamentalmente la presenza fisica, il telefono e le classiche lettere.
Oggi le cose sono cambiate, i canali sono aumentati: SMS, Email, Blog, Forum, Social Network, chat ecc ecc hanno dato la possibilità alle persone di esprimersi in maniera più variegata e di poter utilizzare lo strumento che più si confà al nostro carattere o alla situazione.

Sono così nate molte relazioni, che potremmo definire da un punto di vista classico, non convenzionali. Ma la riflessione di oggi non è sulla natura, la stabilità o le caratteristiche di queste relazioni, bensì su come queste vengono percepite da chi, come noi, ha vissuto l’evoluzione, ha visto i due mondi e, direttamente o indirettamente, emette un giudizio.

Traci L. Anderson del Dipartimento di Comunicazione della Bryant University nel Rhode Island si è posta scientificamente la domanda, ovvero ha cercato di definire i parametri che definiscono le basi da cui nasce il favore o lo sfavore verso questo genere di relazioni.

a) l’affinità con internet ( il grado con cui una persona si sente “vicina” alla rete,  le attribuisce valore e importanza)

b) il tempo speso su internet (ore per settimana)

c) le credenze romantiche (quel sistema di opinioni e credenze centrato su alcuni  “ideali” di come una relazione intima si instaura e funziona, ad esempio “il grande amore si incontra una sola volta nella vita” oppure “l’amore è eterno”)

d) la percezione di realismo (il grado con cui le persone credono che quello che leggono, vedono o sperimentano in un ambiente mediatico sia rappresentativo della vita reale).

Allo studio hanno partecipanto 177 soggetti mai coinvolti personalmente in una web-relazione di nessun genere.

Cosa è emerso?
E’ apparso subito evidente che tanto più le persone intervistate avevano un’affinità con la rete e tanto più spendevano il loro tempo in relazione ad essa, tanto la loro opinione sulle relazioni web-based risultava positiva.

Per ciò che concerne il terzo parametro (le credenze e la complementarietà agli stereotipi classici della relazione romantica) è stato rilevato che più i soggetti presentavano aderenza a quei modelli, più il loro giudizio appariva sfavorevole. Il motivo è da ricercarsi probabilmente nel fatto che tali individui sono portati a idealizzare forme più “convenzionali” e tradizionali di amore, e a ritenere di assoluta importanza il desiderio sessuale .
La relazione on line risulterebbe per questi soggetti inconcepibile perché contraria a uno standard idealizzato e per la convinzione che un’attrazione sessuale non possa essere esperita con qualcuno che non si è mai conosciuto di persona.

Per ciò che concerne il quarto parametro ci si aspettava che soggetti che credono che ciò che si esprime nella rete (idee, contenuti ecc ecc) siano reali o quantomeno realistici avessero maggior favore ed accettazione nei confronti delle relazioni sentimentali on line. Invece pare non sia così. Non c’è sovrapponibilità tra ciò che è considerato “vero” e ciò che è considerato “buono” (ovvero posso credere che la rete rispecchi perfettamente la realtà ma continuare a non considerare cosa buona le relazioni che nascono tramite essa)

Il risultato finale, a prescindere dai parametri sopracitati, è stato che buona parte dei partecipanti ha giudicato questo tipo di relazioni negativo e sfavorevole.

Paura del nuovo e di ciò che non si conosce? Necessità di aderire agli schemi classici con i quali siamo cresciuti e che ci danno sicurezza? Mass Media che presentano spesso queste relazioni come potenzialmente pericolose? Probabilmente sono molti i fattori che interagiscono per determinare la poca convinzione sulla bontà di queste relazioni. Alle prossime generazioni, l’ardua sentenza!

il Gap Generazionale
18/02/2010

Ho spiegato almeno 30 volte  a mio padre quale sia la differenza tra un’email, un sito web e internet…ma ancora oggi quando mando un’email per conto suo mi chiede se l’ha ricevuta anche se l’ho mandata la sera…L’ultimo strumento tecnologico da lui usato e conosciuto era il Fax e con quello lui si rapporta.

L’altro giorno mi ha chiesto quanto costava mandare un’email e quando gli ho detto “5 euro” pareva quasi contento…perché il negozietto sotto casa per mandargli un Fax chiede di meno (tranquilli..non sono così bastardo…poi gli ho detto la verità….).

Poi l’altro giorno ho visto che dal mio portatile ascoltava musica…al suo fianco a guidarlo con cipiglio sicuro c’era mio figlio. Quasi 70 anni di differenza.

Un mattino a casa...

Questo mi ha fatto riflettere sul Gap Generazionale:

“Conflitto generazionale o gap generazionale o divario generazionale indicano il divario di idee e norme culturali che separa una generazione più giovane dalle precedenti.

Può essere definito come ciò che avviene “quando le persone più anziane non comprendono le più giovani, e viceversa, a causa delle loro differenti esperienze, opinioni, abitudini e comportamenti“. “

Poiché la nostra società si basa molto sulla tecnologia ed essa si evolve in maniera esponenziale, io credo che mai nella storia si sia definito in maniera più netta un salto generazionale così intenso. Tra noi e i nostri padri tuttavia c’è un abisso anche in termini di cambiamenti della società, anche se in questo campo forse, storicamente, vi sono stati momenti di maggiore gap:

Gli anni cinquanta, ad esempio,  furono il periodo in cui nacquero i Baby Boomers, figli dei veterani della seconda guerra mondiale. Furono chiamati “boomers” perché fra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta ci fu un boom demografico dovuto agli sviluppi della medicina, all’introduzione di trattamenti specifici per malattie ad ampio raggio di diffusione, al ritorno a casa dei soldati che poterono così metter su famiglia. I Baby Boomers iniziarono le grandi proteste degli anni Sessanta, nonostante fossero molto biasimati dalla generazione precedente, la quale pensava che volessero oltrepassare ogni convenzione sociale. Questi furono gli anni in cui comparve la musica rock!

La mancanza di comprensione è figlia della mancanza di comunicazione che a sua volta è figlia della mancanza di volontà nel voler comunicare tipica delle età adolescenziale. Detto così sembrerebbe che il gap sia causato solo dai giovani, ma in realtà è più vero il contrario. Noi 30/40 enni tendiamo ormai a passare dall’elasticità mentale, culturale e morale alla stabilizzazione dei capisaldi del nostro vivere. In breve le nostre certezze si fanno più forti con l’esperienza, gli ardori rivoluzionari della gioventù si spengono e diventiamo più conservatori, nostro malgrado.

E quando l’allontanamento è intrinsecamente reciproco, il gap diventa inevitabile.

La riflessione che vi pongo è :

Questa potente parabola evoluttiva e tecnologica renderà la mia generazione più elastica e reattiva ai cambiamenti? Rispetto ad altre decadi, quanto sarà più grande o, come credo, più piccolo il gap tra me e mio figlio?

Chissà…magari tra qualche anno risponderà lui a questo post!