Le madri che conosco
03/04/2014

Donne-e-lavoro

Le madri che conosco, quelle della mia età, sono quasi tutte laureate. Sono madri che non hanno passato l’infanzia a immaginare l’abito per il loro matrimonio o il nome dei figli che avrebbero avuto. Non soltanto, per lo meno. Le madri che conosco sono donne che hanno studiato e viaggiato. Donne che leggono, che si informano, che fanno acquisti online e pagano i conti al ristorante. Le madri che conosco sono madri che lavorano, se e quando viene loro permesso.

C’è Emme, che ogni giorno attraversa un’intera provincia per entrare in un laboratorio troppo freddo e pieno di sostanze tossiche. Veste un camice che significa molto, per lei, e lavora con una diligenza che conosco fin dai banchi di scuola. Non la pagano. Ma sta imparando tante cose e “magari prima o poi esce un bando e mi assumono, almeno per qualche mese”. Un lavoro normale, stipendiato e in regola, ha smesso di cercarlo da un po’, ma prima o poi dovrà pur ricominciare.

Erre è una brava insegnante, sapeva che questo sarebbe stato il suo mestiere fin da quando era piccola e passava le giornate dall’altra parte della cattedra. Insegna agli adulti, perché trovare un posto in una scuola, soprattutto nella sua terra di emigranti, è poco più che una fantasia. Lavora una settimana sì e tre no, attende ogni volta grappoli di giorni per essere pagata. E intanto continua ad aggiornarsi, perché un’insegnante che si rispetti deve essere una brava studentessa per tutta la vita.

C’è un’altra Emme che è appena rientrata in ufficio dopo la maternità. Quattro mesi, non un giorno di più, perché ha un contratto a progetto ed è già tanto che non abbia perso il posto quando ha annunciato la sua gravidanza. Niente permessi per l’allattamento, niente telelavoro. Solo una neonata svezzata prima del dovuto e una mole enorme di sensi di colpa.

A., invece, un lavoro normale ce l’aveva, da quando aveva 18 anni. Ma l’ha lasciato in un giorno d’inverno per seguire il suo uomo in un’altra regione. Un’emigrazione al contrario, che nel suo caso fa rima con disoccupazione. Chi vuoi che assuma la madre di due figli piccoli, lontana da casa, senza una famiglia su cui contare se i bambini si ammalano o sono in vacanza da scuola?

Di è un poco più grande di me, i suoi figli sono cresciuti in fretta e ormai sono più alti di lei. Quando erano piccoli ha barattato per sempre ferie, aumenti e dignità per un’ora di lavoro in meno ogni giorno, un’ora in più da passare con i suoi bambini. È circondata da maschi che aspettano da quasi quindici anni che lei si scusi per le sue gravidanze. Gli stessi che, al rientro dalla seconda maternità, le fecero sparire la sedia e la scrivania dietro la quale lavorava. Giusto per essere chiari. Per essere sicuri che non osasse riprovarci una terza volta.

C’è Gi, che lavora per una grande azienda. Ha una pausa pranzo interminabile e una figlia piccola che resta al nido fino a tardi. La flessibilità non esiste, quando servirebbe per rientrare a casa prima del calar del sole e correre al parco con la tua bambina per mano. Gi esce di casa molto presto al mattino e rientra quando ormai è buio. Prendere o lasciare, un’altra strada non c’è.

Le madri che conosco lavorano troppo o troppo poco, e lavorerebbero meglio se solo qualcuno le mettesse in condizione di farlo. Quando sono al lavoro, le madri che conosco devono scusarsi perché sono madri, e quando tornano a casa vorrebbero scusarsi perché sono donne che lavorano. Le madri che conosco, invece, non hanno proprio niente da farsi perdonare. Sono loro ad essere in credito di scuse. Scuse che, ovviamente, nessuno presenterà mai.

Fonte: http://unamammagreen.com/

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PIL e FIL
03/02/2014

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C’erano una volta due fratelli, Pil e Fil.

Pil era un ometto basso e grassoccio, sempre ben vestito e con la pipa in bocca, capelli impomatati e scarpe lustrate.

Era sempre di fretta e pieno di cose da fare e correva su e giù per tutta la città con una valigetta nera colma di  impegni e di riunioni.

Amava essere alla moda e comprarsi tutto quel che gli piaceva: giacche di leopardo, pantaloni di serpente, occhiali da pioggia, cellulari che facevano il caffè, automobili al pistacchio, lavastoviglie che suonavano il contrabbasso.

Ma per comprarsi tutta questa roba doveva guadagnare un sacco di soldi, e così lavorava e lavorava senza sosta; lavorava di giorno e di notte, lavorava mentre si lavava i denti e sotto la doccia, lavorava quando era in vacanza e con  la febbre, e pensate, riusciva a lavorare anche quando dormiva.

Si teneva libero solo un paio di minuti al giorno per fare i suoi acquisti, ma poi non riusciva mai ad usarli, perché doveva rimettersi al lavoro.

Il povero Pil era così impegnato a lavorare che non aveva mai tempo per fare due chiacchiere al bar con gli amici ed era sempre malaticcio, perché non trovava un momento per curarsi.

Fil invece era alto e smilzo, si vestiva con  gli abiti dell’anno scorso e il suo cellulare non faceva il caffè. Lavorava la metà del tempo di Pil e si comprava molte meno cose, ma il resto della giornata lo passava a uscire con gli amici, a guardarsi un film, a leggere il giornale e ad annusare i fiori al parco.

Era calmo e rilassato e si godeva le giornate.

“Hei Pil, lavori troppo” gli diceva Fil “vieni con me al mare!”

“No! Devo lavorare!”

“Ma sei già ricco come un pascià, prenditi una pausa e divertiti un po’”

“No! Mi diverto già così, più lavoro più guadagno e più posso comperare!”

“Ma cosa te ne fai di tutta quella roba se lavori sempre?”

“Io sto benissimo così!”

Non c’era verso di convincerlo e così Pil se ne tornava di corsa a lavorare, che già aveva perso troppo tempo a parlare col fratello………..

Fonte: http://www.mdftorino.it/?p=2944&utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-favola-di-fil-e-pil-mangiamondo-ed-altre-eco-favole

Perché la nostra generazione è infelice
07/01/2014

L’articolo che qui riporto, tradotto in italiano dal blogger che cura “concettodelsolk” , è un’interessante, quanto in realtà superficiale, analisi della generazione di giovani americani definiti GYPSY.
Non è così semplice definire cosa sia la felicità e cosa generi il suo opposto. E’ invece semplicistico presentare l’approccio positivo ad una crisi mondiale che ha tolto speranze, opportunità e prospettive con un banale “lavorate di più, aspettatevi di meno“.

Detto ciò è curioso notare come vi siano naturali differenze di approccio a certe tematiche, soprattutto lavorative, tra americani ed europei e, nello specifico, di noi italiani.

“E siccome il mondo reale (con le dovute eccezioni) considera anzitutto il merito”.
Qui ci può scappare una sonora risata… in Italia il concetto di merito è scomparso da decenni, sostituito prima dal servilismo, poi dal clientelismo.

“La maggiorparte delle persone presenta una inflazionata versione della propria esistenza.”
Questo vale probabilmente per gli americani medi: qui abbiamo professionisti del vittimismo e della lamentela.
Potrebbe andare tutto bene, ma è meglio non farlo notare. Meglio far sempre credere agli altri che i nostri problemi sono reali e più grossi dei loro. Meglio ricevere commiserazione e “poverino” che ammettere che su certi aspetti tutto sommato non potremmo lamentarci per niente. Ma per capire questo bisogna essere italiani.

Ora vi lascio all’articolo:

Perchè la nostra generazione è infelice

Questo articolo del blog waitbutwhy.com non è scritto da me. Io l’ho solamente tradotto.
Mi sembrava interessante renderlo disponibile ad un pubblico di lettori non anglofoni.

 

 

Dì ciao a Lucy.

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Lucy fa parte della Generazione Y, la generazione nata nel periodo compreso tra il fine anni ’70 e la metà degli anni ’90. Fa anche parte della cultura yuppie che costituisce una larga parte della Generazione Y (Gen Y).

(nota del traduttore: Per approfondire, leggi a proposito degli yuppie qui)

Mi piace descrivere gli yuppie della Gen Y con un acronimo — Li chiamo “Gen Y protagonists & special Yuppies”, o GYPSY. Un GYPSY è un sottotipo di yuppie, che pensa di essere il protagonista di una storia molto speciale.

Dunque, Lucy sta vivendo la sua vita GYPSY ed è molto rincuorata per il fatto di essere Lucy. L’unico problema al riguardo è il seguente:

Lucy è infelice.

Per comprendere il perchè di ciò, dobbiamo inanzitutto definire e comprendere cosa renda felice o infelice un individuo. Deriva tutto da una semplice formula.

2013-09-15-Geny2.jpg[FELICITÀ= REALTÀ – ASPETTATIVE]

E’ tutto piuttosto lineare — quando la realtà della vita di un individuo supera le sue aspettative, egli è felice. Quando al contrario risulta inferiore alle aspettative, egli è infelice.

Per ritornare al contesto di cui accennavo, introduciamo nel discorso i genitori di Lucy:

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I genitori di Lucy sono nati negli anni 50. Loro sono i cosiddetti “baby boomer” (n.d.t.: per approfondire qui). Furono cresciuti dai nonni di Lucy, membri della “Grande Generazione”, che è cresciuta durante la Grande Depressione è che ha combattuto la Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto non sono assolutamente da definire GYPSY.

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[femminuccie]

I nonni di Lucy erano ossessionati dalla sicurezza economica e accudirono i loro figli insegnando loro i valori della sicurezza nel lavoro, della praticità. Volevano che i propri figli facessero crescere un prato molto più verde e rigoglioso di quello che avevano coltivato loro. Dunque i genitori di Lucy sono cresciuti con la prospettiva di ricercare una prospera e stabile carriera. Qualcosa di simile a questo:

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Gli fu insegnato che niente e nulla poteva fermare il loro progredire professionale, ma al tempo stesso appresero che servivano anni di duro lavoro affinchè il prato rigoglioso potesse essere realizzato.

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[Grafico raffigurante la soddisfazione lavorativa dei baby boomers in funzione degli anni]

Dopo aver vissuto il periodo hippie (che è diverso da Yuppie), i genitori di Lucy intrapresero le loro carriere. Nel periodo a cavallo tra ’70, ’80 e ’90, il mondo ha vissuto una prosperità economica mai vista prima. I genitori di Lucy fecero anche meglio di quanto si aspettavano. Questo li rese gratificati ed ottimisti.

Ciò determinò nei GYPSY una enorme fiducia e speranza per il futuro, al punto che gli obiettivi raggiunti dai genitori riguardo sicurezza economica e prosperità sembravano oltremodo obsoleti. Un prato rigoglioso, per i GYPSY, doveva avere anche i fiori.

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Questo aspetto ci svela un primo ed importante aspetto dei GYPSY:

I GYPSY sono selvaggiamente ambiziosi.

 

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[Penso che potrei diventare Presidente, ma è davvero la politica la mia vera vocazione? No… sarebbe una soluzione troppo definitiva]

I GYPSY hanno bisogno di molto più che un bel giardino di sicurezza e prosperità. Il fatto è che un prato verde e rigoglioso non è adeguatamente eccezionale o sufficientemente unico per un GYPSY. Mentre per i Baby Boomer esisteva il Sogno Americano, i GYPSY desiderano vivere il loro sogno personale.

Cal Newport, in un suo articolo, fa notare che il trending di popolarità della frase “follow your passion” (segui le tue passioni) è aumentato negli ultimi 20 anni, come potete vedere da questo grafico su Google Ngram viewer, uno strumento che mostra quanto sia presente una certa frase nei testi scritti in un ben delineatoperiodo di tempo.
Lo stesso Ngram viewer mostra che la frase  ”a secure career” (una carriera sicura) è andata fuori moda, mentre la frase “a fullfilling career” (una carriera stimolante) è divenuta molto popolare.

2013-09-15-Geny10.jpg2013-09-15-geny11.jpg
Giusto per esser chiari, i GYPSY vogliono la prosperità economica esattamente come l’hanno voluta i loro genitori — semplicemente essi vogliono anche essere soddisfatti dalla propria carriera in un modo che i loro genitori non hanno neanche preso in considerazione.

Ma accade anche qualcos’altro. Mentre le ambizioni e gli obiettivi di carriera della Gen Y sono diventati sempre più alti ed esigenti, Lucy ha ricevuto anche un secondo messaggio, durante la sua infanzia:

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[tu sei speciale]

Questo suggerisce un secondo aspetto dei GYPSY:

I GYPSY vivono di illusioni.

Lucy si è convinta che “sicuramente tutti vorranno ottenere un futuro soddisfacente, ma io sono particolarmente brillante e, di fatto, la mia vita e la mia carriera saranno ancor più luminose di quelle degli altri”.
Cosi, in un mondo dove tutti sognano il prato rigoglioso coi fiori,ogni singolo GYPSY pensa di essere destinato a qualcosa di ancora più grande –

Un unicorno scintillante al di sopra del prato fiorito.

2013-09-15-Geny13.jpg

[confronto tra aspettative di carriera di Lucy con quella degli altri]

 

Ma perchè si definisce illusione? Perchè questo è quello che tutti i GYPSY pensano, il chè contraddice la definizione stessa di speciale:

spe-cia-le | ‘spe’ʧale |
aggettivo
Relativo ad una specie. Singolare, diverso.

 

Considerata questa definizione, che sul piano emotivo per i GYPSY ha valore di “migliore”, il resto della gente non è da considerarsi speciale — altrimenti “speciale” non vorrebbe dire nulla.

Anche adesso, i lettori GYPSY stanno pensando, “Interessante… ma in realtà io faccio realmente parte di questi pochi speciali” — è qui sta il problema.

Una seconda illusione entra in gioco una volta che i GYPSY entrano nel mercato del lavoro. Mentre i genitori di Lucy erano convinti che tanti anni di duro lavoro e sacrifici avrebbero determinato un successo professionale, Lucy considera il successo di carriera come un fatto dovuto, dato che si tratta di una persona eccezionalmente particolare come lei. Per lei è solo una questione di tempo e di scegliere quale direzione prendere. Le sue aspettative pre-lavorative dunque somigliano ad una cosa del genere:

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[“Aspettiamo che il mondo veda quanto meravigliosa io sia”]

Sfortunatamente, la cosa buffa riguardo la realtà è che essa si rivela essere non cosi semplice. Il fatto strano riguardo la carriera lavorativa è che si rivela essera decisamente difficile e complicata.Grandi successi hanno bisogno di anni di sangue, sudore e lacrime per essere raggiunti — inclusi quelli che non prevedono fiori e unicorni — ed anche le persone di maggior successo difficilmente stanno combinando/hanno combinato qualcosa di grande nel periodo dei loro primi 20-30 anni di vita.

Ma i GYPSY semplicemente non accettano questo fatto.

Paul Harvey, un professore della University of New Hampshire ed esperto dei GYPSY, nel corso di una sua ricerca, e ha affermato che la Gen Y ha “irrealistiche aspettative e si mostrano restii ad accettare dei feedback negativi al riguardo,” e “una inflazionata visione di se stessi.” Harvey dice che “le aspettative non corrisposte, in persone con forte autostima ed autoreferenzialità, sono una grande fonte di frustrazione. Essi fanno riferimento a dei livelli di rispetto e considerazione che non sono in linea con le loro effettive abilità e sacrifici, dunque è probabile che non raggiungano quei premi e riguardi che si aspettano.”

A quelli che assumono nelle proprie aziende dei membri della Gen Y, Harvey suggerisce di fare una domanda durante il colloquio, “Ti senti in genere superiore ai tuoi colleghi/compagni di corso/etc.., e se sì, come mai?” Egli dice che “se il candidato risponde di sì alla prima parte ma rimane interdetto sul ‘perchè’, possibilmente c’è un tendenza all’autoreferenzialità. Questo è dovuto al fatto che le percezioni autoreferenziali sono di solito basate su un senso di superiorità e di merito infondato. Gli han lasciato credere, attraverso esercizi di costruzione di autostima eccessivi durante l’adolescenza, di essere in qualche modo speciali ma allo stesso tempo senza includere una giusta motivazione a questa credenza.”

E siccome il mondo reale (con le dovute eccezioni) considera anzitutto il merito, durante gli anni di college Lucy si trova a vivere questa situazione:

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[Le aspettative di Lucy non corrispondono alla realtà]

L’estrema ambizione di Lucy, accompagnata da un’arroganza che deriva dalle illusioni provocate dall’eccessiva autoreferenzialità, l’ha costretta a vivere il periodo degli studi con una enorme aspettativa. E la realtà, messa a paragone con le sue aspettative, fa risultare l’equazione [felicità= realtà – aspettative] con un valore negativo.

E va sempre peggio. Oltre a questo, i GYPSY hanno un altro problema che si applica a tutto il resto della generazione Y:

I GYPSY si sentono presi in giro e ridicolizzati.

Sicuramente, alcuni coetanei dei genitori di Lucy hanno avuto più successo di quanto essi abbiano avuto. Anche se nel corso degli anni in famiglia di Lucy si parlava della vita di altre persone, per la maggior parte dei casi loro non sapevano realmente che cosa ne fosse stato di tante e tante persone con le loro rispettive carriere.

Lucy, al contrario, si trova costantemente ridicolizzata e rinfacciata da un fenomeno contemporaneo: Facebook Image Crafting (Le vite degli altri raccontate su facebook).

I social network creano un mondo per Lucy dove:

A) Qualsiasi cosa stiano facendo gli altri la fanno alla luce del giorno.
B) la maggiorparte delle persone presenta una inflazionata versione della propria esistenza.
C) Le persone che sottolineano aspetti della loro vita e del loro lavoro sono di fatto quelli a cui il lavoro (o le relazioni) sta procedendo alla grande.

Tutto ciò lascia supporre a Lucy, erroneamente, che tutti quanti stiano facendo grandi progressi, lasciando a lei ulteriore commiserazione:

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[il giardino dei vicini è più alto e più verde]

Ecco il motivo per cui Lucy è infelice, o al limite, un pò frustrata e inadeguata. Infatti, probabilmente la sua carriera può anche essere partita bene, ma su di lei è comunque calato un senso di delusione ed amarezza.

Alcuni consigli per Lucy:

1) Rimani selvaggiamente ambiziosa. Il mondo contemporaneo è pieno di opportunità per cogliere fiori e soddisfazioni. La direzione da prendere può non sempre essere chiara, ma si andrà delineando col tempo — l’importante è buttarsi a capofitto su qualcosa.

2) Basta col pensare di essere speciali. Perchè, di fatto, non sei speciale. Tu sei come tutte le altre giovani persone senza esperienza che non hanno molto da offrire. Potrai diventare davvero speciale quando lavorerai duramente per tanto tempo.

3) Ignora tutti gli altri. Il giardino dei vicini che sembra sempre più verde, è roba vecchia. Eppure nel mondo virtuale cui siamo abituati, il giardino dei vicini sembra un parco glorioso ed immenso. La verità è che tutti gli altri sono indecisi, dubbiosi e frustrati quanto te. Se tu porti a termine i tuoi obiettivi, non avrai altre ragioni per invidiare gli altri.

 

fonte: http://www.waitbutwhy.com/2013/09/why-generation-y-yuppies-are-unhappy.html

La Dignità del Giocoliere
06/06/2013

il-giocoliere

 

 

 

Da qualche mese, ogni mattina andando al lavoro, incrocio al semaforo un giocoliere che diletta le macchine in attesa del verde con un piccolo spettacolo con i birilli. E abbastanza bravo, mi pare, ma di tanto in tanto mi è capitato di coglierlo in errore e di vedere cadere in terra uno dei suoi bianchi birilli.

Non si arrabbia con se stesso,
Non scarica la colpa su altri,
Non cerca di rattoppare la sua prestazione facendo finta che fosse programmato,
Non fa finta di niente,

Si ferma, chiede scusa agli spettatori, fa un inchino e si ritira.
La performance non è degna di essere continuata, ovvero di essere remunerata.

Non chiede nulla e attende il prossimo rosso, con quella dignità che nel lavoro è quasi scomparsa.
E mi chiedo quanti lo hanno notato (pochi direi a vedere quanti abbassano il finestrino per dargli una moneta o una parola buona), quanti riconoscono un qualche valore in ciò che fa, quanti vedono l’impegno e la passione che mette. La fatica di un lavoro di strada, che tanti vedono come un chiedere l’elemosina, in maniera leggermente più creativa.

Ma queste riflessioni non lo toccano, non lo preoccupano, non lo infastidiscono.
Arriva il rosso e lui ha un lavoro serio da portare avanti: stupire e far nascere un sorriso.

 

 

Il Pettegolezzo in ufficio
09/01/2013

gossip

Nell’ultimo numero del The Journal of Contemporary Ethnography Timothy Hallett, un sociologo della Indiana University, descrive il suo lavoro, durato circa due anni, finalizzato a studiare le politiche istituzionali di una scuola elementare in una città del MidWest. Durante quel periodo egli ha videoregistrato gli  incontri formali  di un gruppo di docenti che si riunivano regolarmente per discutere problemi della scuola e strategie di fronteggiamento.
Durante questi meeting gli insegnanti occasionalmente cominciavano a deviare dagli argomenti dell’ordine del giorno e a discutere delle loro opinioni e sensazioni nei riguardi dell’amministrazione della scuola, in particolare nei riguardi della direttrice, che non era molto apprezzata per il suo stile e il suo sforzo di imporre una maggiore rendicontazione  agli insegnanti.
Questi episodi di gossip sono stati analizzati con il metodo della etnografia linguistica e hanno consentito agli autori di individuare alcune differenze fra il pettegolezzo in un contesto di lavoro e il pettegolezzo rilevato da altri studi in contesti informali.
In particolare confrontando i loro dati, gli autori hanno identificato 11 nuove classi di risposte, incluse quattro forme digossip indiretto che nasconde il pettegolezzo sotto un manto di ambiguità e sette forme di evitamento che modificano la traiettoria del pettegolezzo stesso.
Il gossip sul posto di lavoro tende ad essere prevalentemente negativo come quello che si osserva nei contesti informali, ma è più ricco e più elaborato, le “cattiverie” sono più sottili e le conversazioni meno prevedibili, come se, più che il pettegolezzo, fosse messa in atto una guerra di reputazione.
Le persone in generale sono più prudenti perché sanno che non possono perdere solo un’amicizia, ma il benessere sul posto di lavoro o, talvolta, il lavoro stesso.
Invece di fare critiche dirette, si preferisce esprimere velati commenti sarcastici in maniera obliqua, anche per saggiare la situazione e la posizione degli altri. Oppure si utilizzano tattiche indirette come la lode del predecessore per sminuire, per comparazione, l’attuale collega o superiore.
Benchè il gossip nei luoghi di lavoro sia apparentemente più moderato e meno esplicito, non significa che non possa esplicare effetti deleteri sulle dinamiche di gruppo e sui rapporti interpersonali reciproci.
Hallet suggerisce di non illudersi irrealisticamente di spazzar via il pettegolezzo, ma di mettere in atto una serie di strategie per gestirlo al meglio.

Come evitare il Pettegolezzo?
Se un rivale di ufficio comincia a criticare uno dei vostri alleati assenti, si può effettuare una valutazione positiva preventiva per fermare l’attacco. Un rapido “non sta forse facendo un ottimo lavoro?” potrebbe bastare.
Nel caso in cui il proprio rivale persistesse con il sarcasmo indiretto – “Oh, come no! Proprio un gran lavoro!” – si può forzare il problema chiedendo con calma che cosa significa. Spesso una richiesta di chiarimento fatta con una voce gradevole, può mettere a tacere il commento sarcastico.
Se questo non funziona, il dottor Hallett suggerisce di provare una tattica ancora più semplice che è stata utilizzata con successo in occasione delle riunioni degli insegnanti esaminati e che è disponibile in qualsiasi posto di lavoro in qualsiasi momento. Consiste nel domandare, quando il gioco si fa duro: “Non abbiamo del lavoro da fare qui?

Fonte: Noi e gli Altri

Le donne al potere
02/04/2012

ape regina

La psicologia del lavoro utilizza il termine “Ape regina” per indicare una donna in posizione di potere che si gloria dei suoi attributi mascolini e deroga i compiti di bassa lega alle sue subordinate. Il senso comune e le notizie di costume e società che spesso compaiono in tv o sui giornali, attribuiscono a questo atteggiamento la responsabilità della disuguaglianza di trattamento ricevuta dalle  donne, più che ai pregiudizi maschili. Un recente articolo di Belle Derks, Psicologa sociale e ricercatrice olandese, sfida la veridicità di questa credenza popolare, sostenendo che l’“insediamento dell’ape regina” è la conseguenza, non la causa di un luogo di lavoro impregnato di sessismo. Questi climi lavorativi, sono, secondo la studiosa, l’habitat ideale per la corsa al potere di donne dalle caratteristiche mascoline, che in realtà non amano molto le proprie colleghe.

Il gruppo della Derks ha selezionato per questo studio, 94 donne ad alti livelli di carriera in diverse aziende ed enti olandesi. Nei Paesi Bassi, nonostante il loro grado di civiltà, le donne occupano solo il 7% dei posti di potere nelle 100 più grandi compagnie e guadagnano stipendi più bassi del 6,5% rispetto agli uomini. Lo studio ha evidenziato come le donne che mostravano tutti i tratti distintivi dell’ “Ape regina” riportavano di aver sofferto molto a causa del sessismo e dei pregiudizi durante la loro carriera; inoltre, tendevano ad identificarsi di meno con le altre donne.

Secondo la Derks, quando le donne entrano a far parte di un luogo di lavoro sessista, hanno due opzioni: possono incrementare il loro legame con le altre donne per fare gruppo, o possono metterle a distanza per allontanarsi dalla propria identità femminile. Le donne che per la loro struttura di personalità, hanno già in sè una scarsa identificazione col sesso femminile (non parliamo ovviamente di scelte sessuali, ma di tratti di personalità), scelgono più facilmente la seconda opzione. La cultura sessista del luogo di lavoro, dunque, costringe le donne a scegliere e crea Api regine che lottano per emergere contro le altre donne e contro la loro stessa femminilità.

Aldilà del fatto che un ambiente di lavoro sessista possa essere causa o conseguenza del maschilismo al femminile, può essere utile riflettere su questi temi per ridurre il gap che ancora esiste tra uomo e donna nei posti di lavoro. Sarebbe importante, infatti, lavorare sulla possibilità di ridurre i valori e le pratiche sessiste nelle stesse organizzazioni, che spesso predicano la parità, ma non la garantiscono sul piano sostanziale.

[Fonte: psicocafe]

I Nuovi Poveri
19/07/2011

povertà

E’ importante che chi verrà domani comprenda la crisi economica, culturale e di modelli che oggi colpisce la nostra società. La storia si esprime bene quando parla di date, di personaggi, di battaglie… ma quando deve far cogliere lo spirito di un epoca, l’impresa diventa più ardua. E lo è perchè non si parla solo di fatti, ma di percezioni, di voci che si sommano, ciascuna con la sua intonazione, in un coro. Un coro che ci racconta tante piccole storie, tanti sentimenti, tante difficoltà di persone comuni. E ci racconta della grinta di chi non soccombe: il vero eroe di questi tempi.

Invito alla lettura di questo articolo di Repubblica che ci regala uno spaccato interessante e vivido:

MONZUNO (Bologna) – Gianna P. ha trentasette anni, un bel bambino e un grande sorriso. “La povertà? Io l’avevo assaggiata da piccola, quando mio papà è morto in un incidente. Solo assaggiata, però. Se chiedevo un paio di scarpe, queste arrivavano, magari dopo quattro mesi. Sono andata a scuola, mi sono diplomata, ho avuto la macchina come tutte le mie amiche. Adesso sì, sono povera. E ho capito che ad essere povera la cosa che manca di più è la libertà. Se avessi ancora il mio lavoro e il mio stipendio, anche se mi sono separata dal marito, potrei affittare un appartamento per me e per mio figlio che ha sette anni. E invece sono tornata a vivere da mia madre, non potevo fare altro. Sei sempre una bimba, per i tuoi genitori, e così ti trattano. Io l’ho provata, l’indipendenza economica, l’avevo conquistata”.

“Da più di un anno l’ho persa e assieme a lei se n’è andata la libertà di vivere in un posto tutto mio. Le vacanze al mare, le gite nel week-end? Ormai sono un ricordo ma questo non mi pesa. Mi manca la chiave della mia porta, della mia cucina… “.

La parola “povertà” ha un sapore amaro, soprattutto in questa terra emiliana che sembrava tutta ricca. Ricorda i libretti dell’Eca (Ente comunale di assistenza), chiamati semplicemente “i libretti dei poveri”, tenuti nascosti nei comò ed esibiti solo per avere le medicine gratis o un sussidio per mandare i figli in colonia.

Gianna P., perdendo il lavoro, si trova dentro l’11% delle famiglie italiane che hanno una capacità di spesa inferiore a 992,46 euro al mese. “Adesso mi sveglio al mattino e mi dico: Gianna, fatti coraggio. Fai finta di essere ancora una ragazzina, alla ricerca del primo lavoro. Se sei stata capace di andare avanti, devi essere capace di tornare indietro e di ricominciare. Ho cominciato a lavorare nel 1995, avevo 21 anni. Primo stipendio, 800 mila lire. Prima receptionist, poi impiegata di buon livello. Due anni dopo mi sono sposata e le cose andavano davvero bene. Prima che l’azienda andasse in crisi, io e mio marito portavamo a casa 3100 euro al mese, 1500 io, 1600 lui. E c’erano la tredicesima e la quattordicesima, e anche i buoni pasto da 6,45 euro, che quando li hai quasi non ci badi ma quando spariscono ti accorgi quanto siano utili. Ci sentivamo non ricchi ma tranquilli. Un appartamento in affitto, a 600 euro al mese. Quattrocento euro per l’asilo nido del piccolo. Ecco, in questi giorni di caldo ci preparavamo per andare al mare, dieci o quindici giorni in un appartamento o in un hotel. E d’inverno ci prendevamo un’altra pausa, quattro o cinque giorni in Trentino, senza sciare ma con lunghe passeggiate sulla neve. Al ristorante o in pizzeria? Quasi mai. Preferivamo risparmiare per le nostre piccole vacanze o per portare il bimbo a Gardaland”.

Arriva la separazione dal marito ma le cose non cambiano troppo. “Con il mio stipendio e l’assegno dell’ex coniuge per il bimbo – 350 euro al mese – ce l’avrei fatta a vivere in autonomia. Ma all’inizio del 2010 arriva la crisi dell’azienda, con gli stipendi che tardano prima un mese poi due poi sei mesi e ti trovi all’acqua. L’affitto non lo puoi più pagare, torni dalla mamma e meno male che ha un appartamento suo. In azienda arriva il nuovo proprietario, tornano gli stipendi ma solo per qualche mese. Adesso non so di quale statistica Istat io faccia parte. So soltanto che da marzo ad oggi, e forse fino a novembre, non prendo un euro. In teoria c’è la cassa integrazione speciale, perché anche i nuovi padroni hanno dichiarato fallimento, ma gli assegni da 700-800 euro ancora non si vedono. L’unico reddito è l’assegno del mio ex. Io però sono una che non accetta di farsi mantenere. A mia madre non pago l’affitto ma partecipo a tutte le spese, dal vitto alle bollette, dalla benzina all’assicurazione della macchina. Se ne vanno in media 450 euro al mese, che prendo in gran parte dai miei risparmi”.

Non è purtroppo una mosca bianca, Gianna P. “Seguo i lavoratori delle aziende metalmeccaniche nei Comuni di Casalecchio e Sasso Marconi – dice Cristina Pattarozzi della Fiom Cgil – e purtroppo l’80% vivono ormai di ammortizzatori sociali. Chiusure, fallimenti, cassa integrazione, mobilità… A volte noi sindacalisti dobbiamo fare un altro mestiere, quello dell’assistente sociale. Ci sono famiglie dove tutti sono in cassa integrazione e se gli assegni sono, come sempre, in ritardo, non hanno i soldi per comprare da mangiare o per pagare bollette e mutui. E allora vai in Comune, spieghi la situazione, intervieni per bloccare uno sfratto. Le donne e gli stranieri sono i più colpiti ma forse anche i più forti. Sanno reagire, cercano nuove strade. Per molti uomini, anche giovani, la crisi dell’azienda è invece vissuta male. Si sentono persi, vanno in depressione. Stanno male perché non hanno i soldi per andare al solito supermercato e vanno al discount quasi di nascosto perché si vergognano”.

Non è facile essere poveri e accendere la tv per sentire uno che dice che “il lusso è un diritto”. I bar sono pieni, si paga un caffè e si sta lì mezza giornata. “Io sono senza stipendio da quattro mesi e allora, all’inizio di giugno, ho preso i miei due figli e sono andato a pranzo dai miei genitori. Non ho dovuto spiegare nulla. Hanno apparecchiato e solo alla fine mia madre ha detto: va bene alle 13 anche domani?”. “Io ho tirato giù dal solaio la tenda, non andavo in campeggio da vent’anni. Insomma, con la crisi si torna giovanotti”. “Ad agosto porto i miei tre bambini al mare, ma solo perché mia suocera ha pagato l’affitto dell’appartamento. E’ stata gentile, non mi ha fatto pesare nulla. Ha detto: ho preso un appartamento con tre stanze, un’occasione. Venite con me?”. “Ho controllato i punti della Coop e ho scoperto che ho speso meno di un terzo, rispetto all’anno scorso. Vado al discount per spendere meno. Al mattino presto, oppure mi sposto nei Paesi vicini, dove non mi conoscono”.

Gianna P. deve andare via, per prendere il bambino al centro estivo. “Si paga anche lì, è un sacrificio ma non voglio che il mio piccolo abbia meno degli altri. E’ stato anche al mare, con suo papà che per fortuna ha ancora lo stipendio. Se il bimbo sta bene, sto bene anch’io. Quest’anno per me niente vacanze, ma non importa. Io sono una cui non piace “stare in schiena” e nessuno. Vuol dire che non mi piace farmi mantenere, né dalla mamma né dallo Stato. E così proprio l’altro giorno sono andata all’Inps per interrompere la cassa integrazione. Ho trovato da lavorare in un’azienda, da una settimana. Sono in prova, spero che mi assuma davvero. Certo, cercare lavoro oggi è come subire una rapina a mano armata. Prendevi 1500 euro? Te ne do 1025, prendere o lasciare. Se tengo conto dell’assegno di 700-800 euro al mese che dovrà pur arrivare e delle spese per andare in macchina nella nuova azienda, faccio pari e patta. Prenderei gli stessi soldi restando a casa, ad aspettare cassa integrazione o mobilità. Ma ho un figlio e devo dargli un futuro. E poi sono fatta così. Se devo ricominciare, ricomincio davvero. Non sono più una ragazzina ma non voglio uscire dal mondo del lavoro. Se sei fuori, anche con un assegno dell’Inps, è un macello. A non lavorare si sta male, perché ti senti vuota e inutile. Niente ferie, niente piscina, niente vestitino nuovo e va bene così. Ma io, quella voglia che avevo dentro quando ho cominciato a lavorare, la sento ancora. E’ una voglia di stipendio, di casa, di libertà. Chiedo troppo?”. (19 luglio 2011)

La strategia della rana bollita
09/06/2011

Se si mette una rana in una pentola di acqua bollente, quella salterà immediatamente fuori con un guizzo per mettersi in salvo. Ma, se la si immerge in acqua tiepida e la si scalda a fuoco lento, le cose vanno diversamente: la rana nuota nella pentola, mostrando di gradire il bagno tiepido. A mano a mano che la temperatura aumenta, comunque, la rana diventa sempre più pigra ed infine rimane immobile e si lascia lessare.

La rana non lo sa, ma è stata una vittima dell’archetipo “Obiettivi vaganti“.

Questa struttura conduce a ridurre sempre più gli obiettivi o le aspettative, riducendo parallelamente l’impegno e i risultati.

Non v’è chi non sia buono all’inizio;
pochi riescono ad esserlo sino alla fine.

[Confucio]

Nel caso della rana, questa considera ottimale la temperatura iniziale; quando la temperatura dell’acqua si allontana da questo valore, dovrebbe fare una azione correttiva (ossia saltar fuori dalla pentola). Tuttavia, la naturale pigrizia le consiglia di considerare ancora accettabile una temperatura un po’ più alta, in modo da non passare all’azione. Così, accettando tanti piccoli compromessi rispetto all’obiettivo iniziale, la povera bestia si ritrova bollita.

“Questo è quello che accade alle persone che non fanno nulla per cambiare la loro vita frustrante o poco soddisfacente in varie aree (lavorative, relazioni, benessere, crescita o miglioramento personale, ecc.) e per la paura di cambiare, bassa autostima, mancanza di coraggio o pigrizia… rimangono nelle stesse situazioni che non le fanno star bene… e non si accorgono che anno dopo anno il tempo continuerà a passare inesorabilmente senza aver ottenuto alcun cambiamento.

[dal Blog “La via dei Sogni“]

La domanda diventa quindi… per caso ci troviamo all’interno di questo archetipo senza accorgecene? stiamo bollendo in qualche brodo abbastanza inconsapevolmente? Stiamo diventando apatici? giustamente demotivati da un ambiente (penso soprattutto a quello lavorativo) che non ci valorizza o peggio ci demotiva o precarizza? Ma soprattutto, come possiamo saltare fuori dalla pentola?

L’Italia di Merda
11/07/2010

Quando ho iniziato a scrivere gli articoli di questo blog, mi ero ripromesso di non parlare di politica.
Ho sempre considerato le discussioni tra destra e sinistra alla stregua di quelle chiacchiere da bar tra ultras di squadre rivali: non servono a nulla. Non arricchiscono, tendono ad essere bocche che parlano in assenza di orecchie che ascoltino. Conoscete un Granata che sia  stato convinto a diventare Juventino? Semplicemente impossibile.
Ma come molti ormai pensano, ed io sono fra quelli, le ideologie politiche oggi sono solo uno strumento di leva per portare argomentazioni prive di senso, per presentare nemici immaginari e per distrarre la gente dai problemi reali che non vengono risolti in favore di discussioni che per definizione non hanno ne capo ne coda.
La vera cruda realtà è che siamo un paese alla deriva. La crisi economica è un alibi ormai irreale. La gente perde il posto di lavoro, vede le proprie condizioni lavorative peggiorare, c’è una costante perdita di diritti umani che, dovremmo ricordare, sono stati conquistati con il sangue dei nostri nonni e il duro lavoro dei nostri padri, e ci ritroviamo con una classe politica irresponsabile e corrotta, lontana dalla realtà come solo i gerarchi di non troppo lontani regimi sapevano essere, che parla di intercettazioni… che decreata su scappatoie legali per sfuggire ai processi che invano li rincorre. Tutto questo è vergognoso. E’ vergognoso non che queste persone di poco valore (onorevoli???) abbiamo fatto scempio della legalità, della costituzione, dei diritti, dei soldi pubblici e della morale comune, ma che la nostra generazione educata e rincoglionita da mamma TV, abbia permesso che ciò accadesse. La disinformazione debitamente studiata e programmata ha creato quest’Italia di italioti.
Siamo un barzelletta che non fa ridere. Siamo “La fattoria degli animali” di Orwell.

L’altra sera ho visto il film Draquila della Guzzanti. Un documentario abbastanza ben fatto su ciò che è girato intorno al terremoto dell’Aquila.
E’ un punto di vista, sicuramente di parte, ma presenta fatti su cui c’è poco da opinionare. Mi è venuto voglia di vederlo dopo aver visto le manganellate rivolte alla gente che è andata a manifestare a Roma.

Ebbene ciò che per me vale da solo il tempo della visione sono le parole di un signore ormai in età alla fine del film. Parla della dittatura.
Non di quella facile da riconoscere e smascherare (dove la gente viene picchiata o uccisa), ma di quella in cui viviamo oggi, definendola la “Dittatura della Merda”. Una classe politica  “vuota”, priva di valore, priva di impegno, che basa il suo successo elettorale sul presentare una realtà falsa ma convincente e rassicurante. E mette tutti in guardia ricordando le parole di alcuni amici che le vere dittature le hanno vissute e che dicevano “Non è possibile che una cosa del genere, così sfacciata, così vergognosa, possa durare…”. E conclude il suo discorso con la frase in grassetto che riporto in basso e sulla quale abbiamo il dovere di riflettere per il nostro futuro e quello dei nostri figli, che questa Italia di Merda la erediteranno in toto.

“Questa è la grande illusione: che ciò che è vuoto e che è fasullo non possa durare. Non è vero, dura”.

E’ possibile vedere il film Draquila in streaming su www.streamingdb.org

Le mamme mediocri
12/04/2010

Oggi voglio parlare di un articolo che  mi è stato segnalato da un utente di questo blog, Elora.

“Nel 1998 il ministro della Sanità Bernard Kouchner aveva firmato un decreto che proibiva di rimborsare il latte in polvere alle puerpere. Mi è sembrato un cambio di linea sulla maternità. Volevano a ogni costo incoraggiare, forzare moralmente le donne ad allattare… E a causa di questa politica di pressioni e colpevolizzazioni, ho constatato un rovesciamento dei valori, che minacciava la libertà delle donne”.
[Elisabeth Badinter]

Questo è l’incipt che ha dato il via per una riflessione della scrittrice e che ha portato alla pubblicazione del suo ultimo libro “La donna e la madre”, un atto d’accusa alla retorica familista imperante che vuole porporre modelli di mamma perfetta e che porta la donna ad avere sensi di colpa dovuti all’inadeguatezza (spesso sottolineate da persone di contorno come madri, suocere, amici ecc ecc). La riflessione tuttavia riguarda anche la presa d’atto del fatto che la conciliazione tra lavoro e famiglie è nella stragrande maggioranza dei casi una favola. La grande rivoluzione femminista degli anni 60 è stata un enorme fallimento in quanto ha portato le donne ad essere stressate, isteriche e infelici con la casa, i bambini, il proprio lavoro, la famiglia da gestire in una giostra che avrebbe potuto funzionare solo sé:

1) La cultura maschile si fosse resa più responsabile nella divisione del peso delle incombenze familiari (e l’errore fu il non pensare che i maschi di allora erano cresciuti da madri che avevano una diversa  e più antica ottica di famiglia)

2) Se la società e nello specifico il mondo del lavoro si fossero evoluti davvero nelle pari opportunità (mentre ancora oggi esiste discriminazione economica tra i sessi)

3) Se non ci fosse un conflitto di interessi tra i modelli consumistici che ci presentano una donna  bella, in carriera e performante e la realtà di un modello di donna mamma che ovviamente non riscuote lo stesso successo.

4) Se le donne per avere pari opportunità degli uomini avessero cercato un modello alternativo invece che scimmiottare quello già esistente e criticato maschile (ed ecco apparire donne negli anni 60 che fumano, dicono parolacce, che si conformano al modello che stavano combattendo)

Senza creare una digressione troppo accentuata sul femminismo che non è l’argomento di oggi, c’è da sottolineare come la Badinter punti il dito assegnando colpe a psicologi infantili che scoraggiano le donne lavoratrici, i militanti della Lega Latte e le neofemministe.

A proposito del tornare ad usare i pannolini di stoffa la giovane mamma Cécile Duflot, segretaria dei Verdi Francese disse convinta che: «li laveranno gli uomini». Finché ci saranno donne come questa, con interi camion di prosicutti sugli occhi, a dipingere queste irrealtà, dubito che possa mai nascere un dibattito costruttivo e reale sulla condizione delle mamme di oggi.

Su tutto dovrebbe imperare la libertà di scelta. Ma anche la consapevolezza delle responsabilità delle proprie scelte.

Avere figli deve essere una gioia, non un sacrificio. E non è nemmeno uno status symbol. Le rinunce connesse alla maternità devono essere valutate e accettate. E’ un compito difficile, ma ricco di soddisfazioni.

Non esiste la madre perfetta e i modelli che ci vengono presentati possono anche essere valutati e successivamente scartati. Soprattutto nell’ottica che questi modelli vengono spesso creati per motivi economici che nulla hanno a che fare con il nostro benessere.

Ergo, se la suocera vi critica perché non siete una buona madre (perché volete uscire la sera, volete lavorare, volete farvi un viaggio senza figli, usate gli omogenizzati e non bollite e frullate verdure, andate in palestra ecc ecc ) pensate solo che è cresciuta con un modello familiare completamente diverso dal vostro e che sta ragionando in maniera coerente con la propria esperienza di vita. Mandatela diplomaticamente a quel paese e non ascoltatela!

Detto ciò….siamo proprio sicuri che il vecchio modello fosse così terribile? Sono più felici le donne di oggi o quelle di 70 anni fa?