Lo sgombero dei campi nomadi
23/10/2015

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Ho sentito tanta gente gioire per l’abbattimento con le ruspe di parte della baraccopoli di Lungo Stura Lazio. Voglio essere chiaro e poco diplomatico: a meno che abitiate nelle strade limitrofe, ovvero che siate stremati da anni dalla situazione, dai rischi sanitari, dai roghi, dalle inevitabili ruberie, dal disagio sociale e dalla convivenza forzata e non voluta… Ecco a meno che apparteniate a questa categoria, emotivamente giustificabile, non state dando un grande esempio di utilizzo della materia grigia.

Non è una questione di “umanità”  né di appartenenza a ideologie politiche.
E’ una questione di logica che anche un bambino capirebbe.
Se ho un problema e lo sposto, non ho risolto il problema. L’ho solo spostato.
Dove andranno le persone a cui è stata distrutta la baracca? scompariranno magicamente sollevando la popolazione cittadina della loro presenza? Sembra che le nostre istituzioni pensino di si. O meglio, sembra che credano che i cittadini (il loro elettorato) siano talmente cretini da bersela. E la verità è che hanno ragione. Complici i Media che ci fanno vedere le Ruspe in azione, immagine di risoluzione, di pulizia. E poi non ci raccontano cosa succede dopo. Da un punto di vista elettorale la prima parte è più che sufficiente, c’entra il punto.
Ci raccontano però che c’è la Croce Rossa! Tutto a posto allora! Coscienze salve, no?
E nessuno legge i trafiletti dove viene appena accennato che la Croce Rossa se ne  occuperà “provvisoriamente” e che si interesserà solo di donne, anziani e bambini.
Poi c’è la realtà. Quella in cui le famiglie non si vogliono spezzare. Persone che non vogliono abbandonare il luogo che sentono come loro unica casa e che vengono accolte dai poveracci che stanno nel lotto affianco, quello che ancora non è stato sgombrato. Creando quindi una situazione ancora più disagiata, più insicura, più estrema.
Ecco perché chi gioisce è un cretino.
Perché non sa vedere che ad un palmo dal proprio naso e non proietta sul domani le scelte fatte oggi. Perché non capisce che quelle persone si riverseranno in città ad occupare case sfitte, che costruiranno una baraccopoli in un altro punto.
Certo il problema è complesso, nessuno lo nega. E sinceramente mi aspetterei che Fassino e compagni non scaricassero il barile su croce Rossa e Forze dell’Ordine. Mi aspetterei che il vicesindaco Elide Tisi, assessore alle politiche sociali, lavorasse per trovare soluzioni intelligenti nel breve ma anche nel medio e lungo termine.
Si, ho capito e non posso darvi torto: se spero questo, il cretino sono io.

 

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la Macchina da Scrivere va in pensione
29/04/2011

macchina da scrivere

Giuseppe Ravizza (Novara, 1811 – Livorno, 1885) fu l’inventore della macchina da scrivere.

Nel 1837 iniziò a costruire il primo prototipo del cembalo scrivano, così chiamato per via della forma dei tasti, simili a quelli dello strumento musicale. Utilizzò infatti i tasti di un pianoforte. Nel 1855 brevettò la sua invenzione migliorata e dotata di 32 tasti, e nel 1856 ne presentò una versione ormai definitiva all’Esposizione Industriale di Torino e ad una mostra analoga a Novara dedicate alle “Arti e alla Tecnica”, dove fu premiato con la medaglia d’oro.

« Chiamare la meccanica in aiuto all’estesa e importante operazione dello scrivere, sostituire nell’uso generale della mano che traccia le lettere, l’azione d’un meccanismo, in cui le lettere sono già formate perfette e uniformi, invece che operare con una sola mano, operare con ciascuna delle dieci dita, ecco il problema che io mi sono proposto e alla cui soluzione attendo da 19 anni. »
(Giuseppe Ravizza)

Oggi, anno 2011, in India chiude l’ultima fabbrica di macchine da scrivere. La Godrej & Boyce si è dovuta arrendere alle dure leggi del mercato e dell’innovazione e ha mandato questo strumento in soffitta. Milind Dukle, amministratore delegato della compagnia, ha dichiarato al giornale indiano Business Standard: “Non abbiamo più ordini”. All’inizio degli anni 90 si vendevano 50 mila pezzi all’anno, poi nel 2010 le ordinazioni erano precipitate a 800 unità. Decisamente poche per sostenere i costi della fabbrica. La Godrej & Boyce aveva iniziato la produzione nel 1950. L’allora primo ministro Jawaharlal Nehru definì la macchina da scrivere “simbolo di indipendenza e industrializzazione emergente dell’India postcoloniale”.

Giuseppe_Ravizza

In Italia sono più di dieci anni che sono scomparse dalla nostra quotidianità e dagli uffici di enti pubblici, ma molti la ricordano, soprattutto i più attempati tra di noi. Viene da ricordarla, ora, con una certa nostalgia; ma la realtà è che l’avvento dei computer è stato salutato da tutti con un gran respiro di sollievo. I tasti erano faticosi da pigiare, gli errori si correggevano con il bianchetto o la scolorina (con risultati sempre poco soddisfacenti).

Eppure essa rappresenta un epoca: mia madre aveva fatto un corso appena ventenne ed era entrata a lavorare in FIAT, mio padre, ancora oggi, se deve scrivere una lettera tira fuori la sua Olivetti dall’armadio. Ricordo che l’anno scorso si lamentò del fatto che era divenuto impossibile trovare le bobine di ricambio…

E’ davvero così difficile staccarsi da qualcosa di evidentemente obsoleto ma che ha fatto parte della nostra storia personale?

FONTI

http://www.rai.tv/dl/tg3/articoli/ContentItem-02ccc522-ee6f-43f7-929a-6fb2a9f2ac41.html
http://blog.libero.it/massimocoppa/commenti.php?msgid=10158281&id=61845
http://it.wikipedia.org/wiki/Macchina_per_scrivere
http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Ravizza