La lettera di Roberto Baggio
01/07/2014

Roberto Baggio

A tutti i giovani e tra questi ci sono anche i miei tre figli.

Per vent’anni ho fatto il calciatore. Questo certamente non mi rende un maestro di vita ma ora mi piacerebbe occuparmi dei giovani, così preziosi e insostituibili. So che i giovani non amano i consigli, anch’io ero così. Io però, senza arroganza, stasera qualche consiglio lo vorrei dare. Vorrei invitare i giovani a riflettere su queste parole.

La prima è passione.
Non c’è vita senza passione e questa la potete cercare solo dentro di voi. Non date retta a chi vi vuole influenzare. La passione si può anche trasmettere. Guardatevi dentro e lì la troverete.

La seconda è gioia.
Quello che rende una vita riuscita è gioire di quello che si fa. Ricordo la gioia nel volto stanco di mio padre e nel sorriso di mia madre nel metterci tutti e dieci, la sera, intorno ad una tavola apparecchiata. E’ proprio dalla gioia che nasce quella sensazione di completezza di chi sta vivendo pienamente la propria vita.

La terza è coraggio.
E’ fondamentale essere coraggiosi e imparare a vivere credendo in voi stessi. Avere problemi o sbagliare è semplicemente una cosa naturale, è necessario non farsi sconfiggere. La cosa più importante è sentirsi soddisfatti sapendo di aver dato tutto, di aver fatto del proprio meglio, a modo vostro e secondo le vostre capacità. Guardate al futuro e avanzate.

La quarta è successo.
Se seguite gioia e passione, allora si può parlare anche del successo, di questa parola che sembra essere rimasta l’unico valore nella nostra società. Ma cosa vuol dire avere successo? Per me vuol dire realizzare nella vita ciò che si è, nel modo migliore. E questo vale sia per il calciatore, il falegname, l’agricoltore o il fornaio.

La quinta è sacrificio.
Ho subito da giovane incidenti alle ginocchia che mi hanno creato problemi e dolori per tutta la carriera. Sono riuscito a convivere e convivo con quei dolori grazie al sacrificio che, vi assicuro, non è una brutta parola. Il sacrificio è l’essenza della vita, la porta per capirne il significato. La giovinezza è il tempo della costruzione, per questo dovete allenarvi bene adesso. Da ciò dipenderà il vostro futuro. Per questo gli anni che state vivendo sono così importanti. Non credete a ciò che arriva senza sacrificio. Non fidatevi, è un’illusione. Lo sforzo e il duro lavoro costruiscono un ponte tra i sogni la realtà.

Per tutta la vita ho fatto in modo di rimanere il ragazzo che ero, che amava il calcio e andava a letto stringendo al petto un pallone. Oggi ho solo qualche capello bianco in più e tante vecchie cicatrici. Ma i miei sogni sono sempre gli stessi. Coloro che fanno sforzi continui sono sempre pieni di speranza. Abbracciate i vostri sogni e inseguiteli. Gli eroi quotidiani sono quelli che danno sempre il massimo nella vita.

Ed è proprio questo che auguro a Voi ed anche ai miei figli.

Un amore – Dino Buzzati
19/11/2010

« “Era una delle tante giornate grigie di Milano però senza la pioggia, con quel cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia al di là della quale il sole, forse.” »

Trovai questo libro in cantina, seppellito tra molti altri. Era l’edizione della Oscar Mondadori da 350 lire. Il titolo era semplice, diretto, senza pretese. In copertina il volto disegnato di una donna dai lineamenti fini e un po’ francesi  che mi ricordarono Audrey Hepburn. Avevo 16 o 17 anni, non ricordo. Ma rammento bene che lo tenni tra le mani, lo guardai, lo soppesai e decisi che sarebbe venuto con me a casa.

La storia racconta di un architetto di 49 anni Antonio Dorigo (fate attenzione al suo cognome perché dopo vi ritornerò), che per sua natura ha sempre trovato problematico il rapporto con l’altro sesso: la donna come creatura diversa, irraggiungibile, incomprensibile. Questa sua visione lo porta a soddisfare i suoi bisogno fisici presso una casa d’appuntamenti.

Li conosce la ballerina Adelaide, ragazzina capricciosa, evasiva e misteriosa della quale si innamora ossessivamente.
Dorigo cade senza possibilità di salvezza in un gorgo di tradimenti, gelosie, umiliazioni, sofferenze, arrabbiature, tormenti. Conosce le pene dell’amore, cerca di allontanarsene in un moto di autroconservazione, forse d’orgoglio. Ma inevitabilmente ne diventa schiavo.

L’amore per Adelaide non è ovviamente solo passionale. E’ un amore platonico perché non riesce ad essere vissuto pienamente. Lui ha il corpo di quella donna perché la paga, ma i suoi sentimenti, sono sfuggenti. Così come sfuggente è lei tra menzogne, spavalderia e strafottenza.
Dorigo riscopre l’amore come sentimento misterioso e insondabile, come binocolo per guardare la sua vita passata semplicemente mediocre e insignificante.

Con l’innamoramento egli è davvero costretto a rimettersi in gioco, a rivedere i suoi pregiudizi, la sua confortevole, ma mortifera routine, a criticare la sua solida rispettabilità borghese, a modificare la sua visione del mondo e della vita.

Fortemente autobiografico, questo romanzo volge apparentemente verso un lieto fine, con Adelaide che aspetta un bambino da lui e che dorme nel suo letto. Ma se le parole scritte sembrano dire una cosa, la percezione che se ne ha va nella direzione opposta.

A questo punto “Un Amore” si ricongiunge, ampliandolo, al concetto espresso nel Deserto dei Tartari dove Giovanni Drogo (ecco la similitudine fra i nomi) alla fine della vita comprende che non c’è nessuna azione di gloria se non quella di accettare la morte con dignità, non ci sono ricompense, l’uomo può solo morire senza conoscere il mistero che l’ha partorito.

Qui Buzzati arriva alla conclusione che neppure l’esperienza più vitale che può fare l’uomo, quella della passione che pure può stravolgere con potenza una monotona esistenza, neppure l’amore passione può far derogare dalla consapevolezza dell’ineluttabile destino che tutti attende. L’uomo non può sfuggire al proprio destino né attraverso azioni eroiche e la gloria né attraverso il più sanguigno e vitale dei sentimenti, l’amore.

Per l’uomo dunque non c’è scampo, tutt’al più esiste un’età dell’oblio, la giovinezza, quando il futuro è talmente lontano da non essere percepibile e quindi preoccupante.
Quello che ieri il giovane Buzzati aveva percepito scrivendo Il Deserto, oggi l’uomo l’ha sperimentato, l’ha dimostrato, l’ha vissuto, perché Drogo non aveva avuto il suo momento di eroismo, Dorigo invece l’ha avuto nella sua eroica passione. Buzzati quando scrive Il Deserto dei Tartari ha 33 anni ed è sconosciuto ai più, quando scrive Un Amore ha 57 anni, è già uno scrittore famoso ma questo non basta ad evitargli, una volta per tutte, la certezza dell’impotenza, della delusione di appartenere ad un “meccanismo” che ci ha condannati a non saper svelare il profondo interrogativo della vita; al dolore intimo, acuto, dei sentimenti, si aggiunge il dolore universale, del nostro essere.

Quello che nel Deserto era una teoria qui diventa realtà e non c’è più il tempo per altre esperienze che possano illudere di mutare il senso dell’esistenza. Allora Antonio Dorigo si arrende e consegna se stesso alla dignità dell’accettazione seguitando a vivere un amore che è diventato il riflesso di se stesso e riflette la profonda solitudine dell’Uomo, solo con le sue angosce.

Un Capolavoro.