Vita di PI

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Vita di PI” non è semplicemente un film da vedere. E’ una riflessione profonda sulla vita, su Dio e sulla fede.
Il regista Ang Lee, che già avevo apprezzato per il film “Lussuria” del 2007, affronta argomenti estremamente difficili, escatologici e metafisici con un linguaggio che sia comprensibile ai più. Un campo di battaglia dal quale solo i grandi sono usciti vincitori: basti citare “2001 Odissea nello spazio”  di Kubrick o “The Tree of life” di Terrence Malick (che definisce il paradigma di morale e di natura con il suo concetto di Grazia) passando anche per il trascendentale  “The Fountain” di Aronofsky.

Ma Ang Lee riesce nell’impresa di far passare un messaggio (che poi è una domanda: “Dio esiste?”) con una storia semplice, lineare e di fatto poco originale: il libro di Yann Martel, da cui è tratto il film, racconta una storia molto simile ad un altro libro “Piccola guida per naufraghi con giaguaro e senza sestante” di Moacyr Scliar, pubblicato nel 1981. Il film d’altronde presenta alcuni caratteri tipici di un certo genere di filmografia commerciale. Abbiamo infatti una storia di difficoltà con lieto fine, un ragazzino come protagonista, la presenza di animali, un comparto grafico eccezionale. Banalmente, l’elenco di componenti essenziali del classico film Disney di successo.

Questo fa si che “Vita di PI” sia una bella scatola ma, sorpresa, con un contenuto ben più prezioso. Un film metaforico la cui morale di fondo non ha un’unica interpretazione e che pertanto si fa specchio dell’anima rispetto allo spettatore che potrà tradurlo attraverso la propria individualità, le proprie credenze, la propria storia.

La storia, senza fare troppo spoiler, è quella di un naufragio e della forzata convivenza sulla stessa scialuppa di salvataggio di un ragazzo e di una tigre che dovranno trovare un equilibrio per poter sopravvivere entrambi. La potenza simbolica del film invece, costruita efficacemente lungo tutto il percorso, esplode nel finale quando due dipendenti della società di assicurazioni chiedono una deposizione di quanto accaduto. Alla storia raccontata durante l’opera e ritenuta poco credibile dai due se ne affianca un’altra, più cruda e realistica, dove le metafore scompaiono.

Il successo del Film è tutto qui: non c’è espressione di un giudizio, non si fa una critica alla morale, non si parla né di etica né di valori religiosi. Si presenta semplicemente l’uomo e la sua dualità. Le regole e i principi della società civile, contrapposti all’istinto bestiale che emerge nella necessità di sopravvivenza.

Ma la storia è anche quella di un’esperienza mistica: l’uomo lasciato solo, immerso nella Natura che lo circonda e in quella umana che lo contraddistingue, si ripiega su se stesso alla ricerca profonda del suo Io divino. In quell’oceano piatto e sconfinato, sotto un cielo di stelle Pi comprende l’uomo e analizza la sua fede. Ed è proprio nel fare questo che emerge la seconda intuizione interpretativa: Pi è in realtà Dio.

Estraneo al contesto (la sua zattera), porta sulla piccola scialuppa etica e regole che non sempre riescono ad essere recepite. Ciò nonostante non nega il suo amore neanche alla più famelica delle bestie, la Tigre/Uomo. Gli salverà più volte la vita, si occuperà di nutrirlo ed accudirlo. Il rapporto tra la tigre e Pi sembra quello intercorrente tra l’uomo e Dio, l’incapacità umana di vedere la divinità è emblematica nella scena finale dove la tigre abbandona Pi senza degnarlo nemmeno di uno sguardo. La sua natura gli impedisce di capire l’amore ricevuto senza il quale non sarebbe mai riuscito a conseguire la salvezza.

In questa chiave di lettura la dualità metaforica della storia si arricchisce di un valore profondo: nella prima si racconta di un rapporto difficile ma di un amore assoluto, nella seconda della bestialità intrinseca e nella Natura letta e raccontata senza la presenza del Divino.

A ciascuno individuo la scelta di “come” raccontare la propria storia.

 

 

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