La Grande Bellezza

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La grande bellezza è la crudele logica prosecuzione di un percorso storico tutto italiano. La Roma di Felliniana memoria, che nel 1960, con La Dolce Vita,  ci raccontava un confusionario paradiso peccaminoso inevitabilmente proteso verso il futuro, è l’inizio di quel percorso che si evolve, 20 anni dopo, nella Roma de La terrazza di Ettore Scola, in cui politica e cultura erano già un pretesto di vite intaccate da indifferenza e corruzione. Ma La grande bellezza, 53 anni dopo Fellini e 33 dopo Scola, è il presente.  Letto e raccontato attraverso un potente e immaginario viaggio in un caravanserraglio di luoghi, persone, animali.

“Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco, la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato…”
[Viaggio al termine della notte di Céline]

Jep Gambardella, re della mondanità capitolina in un mondo privo di morale, popolato da ricchi borghesi, persone “che contano” e che basano le loro vite sull’apparenza, ma che in realtà vivono “sull’orlo della disperazione”, senza un vero scopo da perseguire, così come “i trenini delle feste, che sono belli perché non vanno da nessuna parte, è la guida ideale per accompagnare lo spettatore in questo viaggio straordinario. Jep si ingozza volontariamente di superficialità con il sorriso compiacente di chi è sempre al centro della festa ma non della sua vita, afflosciandosi sui divani “a parlare di vacuità, perché non vogliamo misurarci con la nostra meschinità“. E più è forte il rumore che gli impedisce di pensare, più sono potenti i momenti che ritrova nel silenzio, nel vuoto, nella solitudine dell’alba, quando insonne cammina nella città che pare disabitata. Momenti in cui si riappropria del proprio io e della propria interiorità e che gli riportano alla mente il ricordo di un amore interrotto della prima giovinezza, quando il suo futuro era intatto e pieno di preziose promesse ormai fallite. Sono queste le pause dal baccano e dal caos, in cui il protagonista cerca la grande bellezza, di cui vorrebbe scrivere.

Il motivo principale per cui a tanti questo film non è piaciuto è perché privo di una trama. Ma una trama serve per raccontare una storia. Una storia che ha un inizio, uno svolgimento ed una fine.  Sorrentino invece ci invita a lasciarci andare ad uno stordimento continuo, attraverso scene oniriche e visionarie (la giraffa, le Gru sul balcone, il medico del botulino, la partita a carte delle principesse…) tenuti per mano da Jep e dalla sua caustica ironia, ma anche dal suo dolente distacco dallo squallore, e dalla vita che lo circonda: un’incessante carosello di apparizioni mondane e di occasioni di visibilità a cui non sfugge neanche un funerale.

Ma Jep, smosso dalla notizia della morte di quella donna del passato che aveva idealizzato, si rimette alla ricerca di quella bellezza, di quel significato dell’esistenza che può dare un qualche scopo ad’una altrimenti inutile vita, buttata in aperitivi e nottate brave. Ed ecco il tentativo spirituale di Jep che si infrange di fronte ad un clero che è macchietta di se stesso. E ancora nella ricerca specifica della felicità nelle situazioni che non abbiamo vissuto pienamente e che non rivivremo più, ma cercheremo per sempre nell’addizione delle singole immagini che compongono un’autobiografia (come racconta la scena in cui Jep sfila commosso davanti alla sequenza delle migliaia di foto, divise per cinquantacinque anni, scattate al medesimo uomo in ogni giorno della sua esistenza).

“La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.”

Ed ecco che nel finale del film, su ispirazione della Santa, Jep torna alle sue radici. Al ricordo dell’unica Grande Bellezza che aveva vissuto e che aveva perduto nella confusione. Il passato non può tornare come esperienza (e questo il protagonista lo sa), ma può restituire i suoi sapori. E tornando a quei sapori, alla percezione a tutto campo della Grande Bellezza di quella ragazza che si spoglia in tutta la sua incontaminata soavità, Jep ritrova il senso di una vita piena di orizzonti più lontani. La memoria ancora incontaminata di quell’amore, della prima volta, è il motore che lo porterà a scrivere il libro che non ha mai osato cominciare. 

“…è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile

 

 

 

 

 

 

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