Childfree

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Piangono, corrono avanti e indietro, giocano, sono rumorosi. Per carità. Meglio tener lontani i bambini da pizzerie, negozi, aerei, e godersi il tempo libero in santa pace. La “no kids zone” è ormai una tendenza sempre più diffusa a livello globale, nata negli Usa sull’onda del libro della due volte mamma Corinne Maier, “Mamma pentita, No Kid. Quaranta ragioni per non avere figli”, ed arrivata in Europa grazie alla furba intuizione di alcuni imprenditori pionieri, che tra i criteri di selezione della clientela di ristoranti e hotel qualche anno fa hanno cominciato a inserire un bel “Vietato l’ingresso ai bambini“.

Anche in Italia pare che il fenomeno si stia sviluppando e già quale avvisaglia c’era stata in qualche fatto di cronaca come quello capitato al presentatore Massimiliano Orsini a Porto Cervo nel 2009 (per leggere l’articolo, clicca QUI)

La cosa che mi ha incuriosito e su cui nasce la riflessione è come la notizia di questi locali (caso recente il Sirani di cui ha parlato recentemente Repubblica, QUI) sia stata percepita e commentata nella rete. A prescindere infatti dall’illegalità dell’operazione in sé (non è possibile vietare l’ingresso ai bambini, lo proibisce la legge, ci spiega Barbara Casillo, direttore di Confindustria Alberghi ) è curioso come i partiti pro e contro siano agguerriti e portino motivazione anche sensate.

“La realtà è che spesso il problema non sono i bambini, ma i loro genitori, che non si curano di quello che fa il pargolo, e se lo critichi ti dice di farti i fatti tuoi e che suo figlio è bravissimo” scrive un commentatore.

Una cameriera nota: La frase che odio di più è: “mi raccomando fai il bravo altrimenti la cameriera ti sgrida”. Quante volte mi sono morsa la lingua per non rispondere: “signora, sua figlia non deve aver paura che la sgridi io, ma dovrebbe dar retta a lei!

Interi reggimenti di genitori incapaci di saper educare al rispetto e al buon senso la propria prole vivono il loro egoismo costringendo i propri bambini a cene e aperitivi in posti di lusso e totalmente inadatti alle tenere  età (per la musica, per l’arredamento, per le luci fastidiose, per il cibo, per gli orari e le attese e per mille altri motivi legati all’ambient del locale e a chi lo frequenta).

Ma il messaggio spiacevole che si percepisce da queste discussioni è la percezione della presenza dei bambini come sinonimo di fastidio, irritazione, disturbo, e quindi, simmetricamente, la loro assenza come sinonimo di tranquillità, ordine, pace, serenità. E’ questa la società che vogliamo per noi?

Personalmente credo che la mancanza di tolleranza da una parte e di buon senso dall’altra distruggano quelle basi del vivere comune che in quanto società siamo tenuti ad applicare. C’è sempre qualcuno, arrogante e prepotente che crede di poter fare quello che gli pare e qualcun’altro che si sente in diritto di condannare a prescindere e ad etichettare (ci sono bambini maleducati? si, allora allontano TUTTI i bambini). La cosa è particolarmente triste perché l’infanzia dovrebbe godere di un rispetto speciale, sia da parte degli estranei che dei genitori, che non dovrebbero esporre i propri figli a situazioni potenzialmente fonti di disagio per tutta la famiglia e per chi giustamente ha magari pagato per cenare in santa pace. Si comincia col dog-free, si continua col kids-free e si finisce con l’intolleranza verso gruppi etnici, sociali, verso la diversità fisica e mentale… Il fastidio per il bambino chiassoso è il sintomo di una posizione culturale ormai maggioritaria che non assegna alcun valore all’infanzia e alla persona in generale.

Forse la soluzione migliore ce la da ancora una volta un utente che commenta:

Io sogno una società stupid-free!

Fonti: Repubblica.

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