Essere presi per mano

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Oggi voglio pubblicare una breve riflessione di una blogger di cui non conosco il nome.
Il suo testo mi è piaciuto perché parla di quella sensazione di solitudine e di abbandono che a volte ci coglie e che ci fa sentire irrimediabilmente soli e perduti. La ricerca salvifica di quella mano che ci prende e alla quale possiamo abbandonarci è una necessità umana. Tutti abbiamo bisogno di sapere che non siamo soli. Ma mi piace anche riflettere su quanto noi possiamo essere quella mano sicura che si tende, quello scoglio di sicurezza. La doppia natura umana: sicuri di sé verso alcuni, bisognosi verso altri, in un equilibrio talvolta stabile. Buona lettura.

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Mio nonno mi accompagnava a scuola, alle elementari. La scuola non era lontana da casa mia; andavamo a piedi, e lui mi teneva sempre per mano. Credo che fosse il suo modo asciutto di trasmettere affetto senza troppe parole. Nello stesso modo che ho ereditato anch’io, probabilmente.

Mi accompagnava e mi veniva a riprendere con una puntualità disarmante.

Una volta ci cambiarono il turno dalla mattina al pomeriggio, solo per un giorno, e nonostante mi avesse accompagnato poche ore prima, questa variazione nella consueta routine gli fece dimenticare di venire a prendermi.
Quando uscii dal vecchio portone del Satta fuori c’era ancora luce, nonostante fossero le sei. Era aprile, non faceva freddo.
Ricordo la sensazione che ho provato cercando con lo sguardo mio nonno tra i genitori degli altri bambini.

Ricordo il grembiule bianco che mi tirava un po’ sul collo e mi faceva sudare.

Ricordo che tutti avevano qualcuno che li veniva a prendere. Non ci avevo mai fatto caso, le altre volte. Gli altri bambini sono sempre stati per me, da buona figlia unica, un universo straniero e misterioso.

Ho aspettato per un po’ sui gradini della scuola, ma mio nonno non arrivava.

Quando ogni bambino è andato via con la mano stretta a quella di chi era andato a prenderlo, io sono rimasta sola, e questa cosa mi ha stordito.
Non ho provato paura: ho provato lo smarrimento che si sente guardando qualcuno che non si conosce e che sembra sapere tutto di noi.

Sentivo questa sensazione galleggiare tra testa e stomaco, ma ho iniziato a camminare e passo dopo passo ho attraversato piazza del Carmine, passando tra i bambini che, finiti i compiti, giocavano là, tra gli eroinomani e le puttane che un po’ si nascondevano e un po’ si bevevano la spensieratezza delle vite altrui e io non sapevo cosa fossero, ma mi avevano detto che erano delle persone con cui non potevo parlare. A me sembravano solo molto tristi.
Da sola il tragitto sembrava dilatarsi; le ombre degli alberi di piazza del Carmine sembravano più lunghe, il cicaleccio degli uccelli più forte e confuso, ogni singolo odore mi sembrava nuovo e difficile da identificare.

Mi sembrò una cosa molto triste, non poter condividere questa scoperta con qualcuno.
Sentii, in quelle poche centinaia di metri che separavano la scuola da casa mia, tutto il peso della solitudine.
La solitudine di una bambina di otto anni.Io, quella sensazione lì, la sento anche adesso. Anche adesso che di anni ne ho trentaquattro.La sento ogni volta che avverto una persona scivolare via da me. È questione di istanti, è questione di respiri.
Non puoi spiegarla a chi non l’ha provata senza sembrare una versione più poetica di Glenn Close in Attrazione Fatale. La sento ogni volta che non mi sento compresa. Ogni volta che la gente di cui m’importa sente il suono delle mie parole ma non mi ascolta davvero: perché i loro pensieri fanno molto più rumore della mia voce ed è a quelli che riescono a prestare attenzione.
La sento ogni volta in cui busso alla porta di qualcuno e mi dicono mi dispiace tu puoi resistere ancora, c’è tizio che ha bisogno di me in questo momento, dai che tu ce la fai, anzi visto che ci sei, magari puoi darmi una mano, eh?

Io la sento, quella sensazione. Quella di chi resta solo ad aspettare, in apnea, mentre gli altri vengono presi per mano e accompagnati a casa.
Qualunque cosa s’intenda per casa.

E per me è incredibilmente più comodo prendere quella sensazione lì e ficcarla in una bella custodia di ironia e sarcasmo, quando è possibile, perché uno si deve pur salvare in qualche modo. Mio nonno, poi, accortosi della dimenticanza mentre sbrigava delle commissioni, fece una corsa verso la scuola e ci incrociammo più o meno a metà strada, ché già s’immaginava mi avessero rapito e spedita a chiedere l’elemosina vestita di stracci: negli anni ’80 era una paura molto in.
Col fiatone mi prese per mano e non disse nulla. E io mi sentii come se m’avesse finalmente tirato fuori dall’acqua.A volte basta essere presi per mano per ricominciare a respirare.

Fonte: http://lakalb.com/

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