Le barriere

calcio

Oggi riporto questa bellissima lettera di una signora, apparsa su Specchio dei Tempi.
Con semplicità, rappresenta l’aspetto che più mi piace nelle persone intelligenti: l’osservazione scevra da giudizi e la successiva riflessione. Il tema sono le barriere culturali e come essere risultino tanto più evidenti (e pertanto illogiche) nei bambini, che le assorbono, le fanno proprie e, infine, le subiscono.

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Torino, giardinetto di estrema periferia. Seguo con lo sguardo i miei due figli in una complicata azione di gioco: anche loro malati di calcio, quello che ti porta su un campetto di erba e fango con le scarpe da ginnastica e la maglia del tuo idolo addosso.

Mi avvicina un ragazzino color dell’ebano, i suoi occhi luccicano di un chiarore in netta antitesi col colore della sua pelle.

«“Posso giocare?” mi chiede riconoscendo in me un’autorità che non ho. “Certo” gli rispondo, “però trovati un compagno se no siete dispari”. Lui aspetta, ma muove gambe e piedi tradendo la sua impazienza. Arrivano altri ragazzini, chiedono di giocare e finalmente si buttano nella mischia: il numero quadra.

Un quarto d’ora più tardi arrivano due ragazzine, le gonne lunghe e variopinte ne chiariscono la provenienza: il vicino campo nomadi. Stessa domanda di poco prima, sempre a me che -ora ho capito- sono stato individuato quale Mister.

“Non so” prendo tempo, mentre si avvicina un drappello di calciatori.

«“Possiamo giocare anche noi?” ripetono direttamente ai coetanei che, sudati, le guardano ostili. “No” risponde secco il ragazzino di colore, ormai titolare.

«“E perché?” rispondono piccate e in coro le due bambine. “Perché siete femmine” è la sentenza dell’atleta africano.

«“E allora?” risponde la più alta delle due, “tu sei negro, però ti hanno fatto g iocare!”

Non ho un finale da raccontare, l’ora del rientro era arrivata. Ho chiamato i miei figli e, tornando a casa, ho riflettuto sulle barriere che, nonostante qualunque sforzo, continuano salde a mantenere la posizione.

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