Le microespressioni, la verità e la menzogna

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«Expressions» installazione di Sophie Caves al Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow, in Scozia (Reuters / David Moir) 

Lo facciamo automaticamente. Non appena osserviamo un’altra persona tentiamo di leggere nel suo volto i segni della gioia, della sorpresa, dell’ansia, della rabbia. Qualche volta siamo nel giusto, qualche volta ci sbagliamo clamorosamente e gli errori possono creare qualche situazione personale sgradevole.

Paul Ekman è quasi sempre nel giusto. Professore emerito di psicologia all’Università della California di San Francisco ha studiato per 40 anni le espressioni umane. Ha catalogato più di 10.000 possibili combinazioni di movimenti muscolari facciali e ha scoperto come individuare i rapidi cambiamenti involontari, chiamati microespressioni, che sfuggono anche al volto del migliore dei bugiardi.
Una delle scoperte più importanti di Ekman fu l’universalità delle espressioni facciali. Si recò per la prima volta in Brasile tornando con un mucchio di foto che ritraevano tristezza, rabbia, felicità o disgusto verificando che soggetti nord americani non avevano alcuna difficoltà a riconoscerle. Allora si recò in Cile, Argentina e Giappone ottenendo gli stessi risultati. Ovunque andasse le persone del posto sembravano comprendere e usare le stesse espressioni facciali dei nordamericani.
Pensando che la cosa riguardasse gli abitanti di società moderne Ekman visitò nel 1967 delle isolate tribù che vivevano nelle giungle della Nuova Guinea. Anche lì appurò che le emozioni di base come gioia, tristezza, rabbia, paura, sorpresa e disgusto erano associate a espressioni facciali universali. Il linguaggio del volto aveva origini biologiche e la cultura non esercitava significativa influenza su di esso.

Questa scoperta fece nascere altre domande. Di quante differenti espressioni facciali gli esseri umani sono capaci? Cosa significa precisamente una particolare emozione? E’ possibile imparare a leggere le emozioni? Ekman decise di creare una specie di dizionario delle espressioni facciali assieme al suo collega e psicologo Wallace Friesen.
L’impresa portò via sei anni e si concluse con il Facial Action Coding System (FACS), pubblicato nel 1978.
Il sistema rende possibile descrivere e classificare qualsiasi espressione facciale sulla base di una combinazione di 43 unità di movimenti facciali. I 43 elementi determinano più di 10.000 possibili combinazioni. Ekman e Frieser catalogarono ogni combinazione attraverso un FACS number, i nomi latini per i muscoli coinvolti e l’emozione associata.
Un interessante aspetto di questo inventario è che molte combinazioni di muscoli non significano assolutamente nulla.
Ekman scoprì un altro interessante fenomeno dopo una lunga giornata trascorsa nel suo laboratorio tentando di riprodurre uno sguardo convincente di tristezza: quella sera egli realizzò che si sentiva depresso. Capì che se trascorreva del tempo a simulare un’ espressione che conteneva un sorriso, il suo umore migliorava. Fu come un’ epifania, ricorda. Questo contraddiceva la vecchia nozione che i sentimenti si originano nella psiche e poi il corpo li comunica semplicemente all’esterno.
Ekman and Friesen furono capaci di dimostrare che l’attivazione coordinata di certi muscoli facciali non solo influenzava la pressione del sangue e il battito cardiaco, ma poteva scatenare l’emozione corrispondente. Sembrò chiaro che esisteva un meccanismo retroattivo che partiva dai muscoli della faccia e giungeva ai centri emotivi del cervello.
Queste scoperte catturarono l’attenzione degli psicologi e dal 1980 il FACS cominciò ad essere applicato diffusamente. I clinici in particolare volevano sapere come accorgersi se i loro pazienti stavano dicendo la verità.
Ekman provò a svelarlo avvalendosi di un vecchio videotape: mostrava una paziente psichiatrica di nome Mary, che era stata ricoverata per un severo attacco di depressione, mentre implorava il suo medico curante di consentirle di passare il weekend a casa.
Il dottore approvò la richiesta, ma sfortunatamente prima di lasciarlo Mary ammise che stava pianificando di uccidersi.
Ekman aveva già studiato il filmato e disse ai presenti che se le espressioni facciali profonde svelano i sentimenti veri di una persona, essi avrebbero dovuto essere capaci di leggere le intenzioni di Mary.
La maggiorparte dei presenti non vide segni rivelatori all’inizio, così Ekman li indicò. Aveva visionato il video molte volte, spesso al rallentatore così da non perdere alcun dettaglio, e improvvisamente lo aveva visto.
Per un brevissimo momento uno sguardo di assoluta disperazione era apparso sulla faccia di Mary. Queste microespressioni, che spesso non durano più di mezzo secondo, erano la chiave.
Quando scoprì le microespressioni Ekman insegnava alla UCSF e trascorse diversi anni a mettere insieme un programma di autoapprendimento che rendesse le persone capaci di decodificare le facce secondo il FACS system.
Prestando molta attenzione alle microespressioni le persone potevano imparare a leggere segnali che prima sarebbero stati percepibili soltanto al rallentatore.
E qui Ekman scoprì un altro interessante fenomeno: la maggiorparte della gente, inclusi studenti di legge, poliziotti, giudici, avevano difficoltà a riconoscere i bugiardi, ma un piccolo numero di persone era capace di interpretare correttamente e intuitivamente le microespressioni. Alcuni di noi sono praticamente nati con una macchina della verità tascabile.

La verità fa male
Più un individuo crede alle sue menzogne, più spesso le racconta con successo, e più difficile sarà per gli altri individuarle. Le menzogne dette per la prima volta e quelle che hanno una componente emotiva sono le più facili da svelare. Per questo Ekman raccomanda a chi fa interrogatori di porgere le proprie domande rapidamente e con un elemento di sorpresa. Per esempio invece di chiedere “eri tu nel parcheggio del Wal Mart ieri sera alle sei?” è meglio chiedere “dove compri solitamente gli accessori per la casa?
Eppure sebbene sia possibile imparare a riconoscere le microespressioni spesso le persone non possono o non vogliono farlo.
Sono fuorviate da altre espressioni più rilevanti come un cambiamento di postura, un discorso o un gesto della mano, tutte passibili di artificio, e poi spesso vogliono semplicemente credere a quello che gli viene detto. Chi vorrebbe scoprire che la propria moglie lo ha tradito con il suo migliore amico? Lo vorrebbe, ma sarebbe terribile da scoprire e allora tante micro e macro espressioni non verranno percepite perché non le si vorrà vedere…
In una prospettiva evolutiva non sarebbe stato un vantaggio per gli umani essere perfetti rivelatori di menzogne. Tutti i confronti sociali sarebbero divenuti difficili e i parlatori a ruota libera sarebbero stati espulsi dal gruppo.

Fonte:
http://psicocafe.blogosfere.it

(Giulietta Capacchione)

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