Il Consumismo e le Relazioni Umane

consumismo

“Sarebbe molto più facile uscire dall’ondata di depressione a cui stiamo assistendo se non avessimo paura di ammettere che la nostra società di consumi ci rende infelici”   [Bruce E. Levine]

Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i propri desideri” [Alexis de Tocqueville, prima metà dell’800]

Il consumismo ha finito per incidere, anche sui nostri valori fondamentali, sui principi e parametri di riferimento della nostra vita. Un consumismo sinonimo di svendita, saldo, superofferta, ribasso, prezzo scontato, offerta speciale, promozione, etc.. ha finito per trasmettere un senso di liquidazione, svalutazione e perdita di valore anche a virtù, principi e ideali. Onestà, moralità, integrità, lealtà, rispettabilità, serietà, decenza, correttezza… tutto finito nel supermercato dei valori, tutto relativo e prescindibile, tutto in vendita e al tempo stesso deprezzato: prendi tre paghi uno.

L’antitesi classica e tormentata tra essere e avere è stata così felicemente risolta e superata: ha vinto l’avere, non c’è dubbio.

E le persone sono cambiate anch’esse, adeguandosi. Il vero segno distintivo dei nostri tempi non è, come si potrebbe credere, internet o il telefonino, ma il degrado dei rapporti umani, la perdita di Umanità. Tutto e tutti tendono a diventare cose, merci da comprare, vendere, scambiare.

Si è quel che si ha.

Le relazioni si riducono a favori da ricevere, promettere e scambiare. Tutto e tutti hanno il cartellino del prezzo. Ogni cosa ha un suo valore: conoscenze, amicizie, informazioni, affetti. Ecco a cosa ci ha portati, gradualmente e senza accorgercene, il consumismo: persone come oggetti e oggetti come persone. Cani accuditi e viziati come figli, figli trascurati e abbandonati come cani.

Un mondo in cui la gentilezza è scambiata per debolezza, la sensibilità per ingenuità, l’educazione per formalismo, l’intelligenza per pedanteria, la serietà per pesantezza.

Un mondo in cui si rivendica con orgoglio e si esibisce sfacciatamente in pubblico ciò di cui ci si dovrebbe vergognare privatamente, mentre si umilia e insolentisce quello che andrebbe ammirato e portato ad esempio.

La ragione è semplice: lo standard di condotta, di intelligenza, di capacità, di moralità, va livellato verso il basso in modo che tutti si sentano partecipi di un’unica grande famiglia. La persona troppo intelligente “deve” essere pesante, perché il consumismo vuole una massa stupida. La persona sobria “deve” essere percepito come manchevole e insufficiente, perché il consumismo deve alimentare il consumo. La persona seria “deve” essere uno disturbato, perché la superficialità, la leggerezza, la frivolezza sono il motore del consumo. I meccanismi virtuosi di emulazione sociale sono saltati, oggi si esalta e ammira Fabrizio Corona, non Leonardo da Vinci.

Pasolini scriveva che “la società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi. Al mito della donna chiusa e separata (il cui obbligo alla castità implicava la castità dell’uomo) si è sostituito il mito della donna parte e vicina, sempre a disposizione, l’obbligo che impone la permissività: cioè l’obbligo di far sempre e liberamente l’amore”.
 La è donna ridotta ad oggetto e felicissima di esserlo, perché raccoglie attenzioni e diventa centro del consumo: consumo di beni e consumo del suo corpo. Il femminismo è servito solo a “rivalutare” l’oggetto.

Ci si ribellava prima ad essere oggetto di uso sessuale remissivo e rassegnato, si è felicissime oggi che si è ugualmente oggetto di uso sessuale, ma in modo glamour e charmante.

Fonti:
http://revolucionyhumanismo.blogspot.com/2009/04/world-wide-style-culture.html

Una Risposta

  1. Purtroppo mi sento completamente d’accordo con questo articolo.
    Per fortuna, ed è buffo dire che sia una fortuna, questa attuale crisi economica sta ridimensionando l’universo del consumismo. O meglio, la massa dei poveri si sta rinfoltendo e quindi sono numerose le persone che tornano ad essere costrette a fare i conti per arrivare a fine mese. E di conseguenza si chiedono a cosa tengono veramente.
    Purtroppo i giovani, i bambini viziati di oltre 30 anni che ancora non se la sentono di assumere la responsabilità della propria vita sono il target dei messaggi del consumismo.
    Tutti i messaggi che passano in Tv premiano i single che hanno voglia di spendere per sé in maniera futile, mentre le famiglie coscenziose (costrette a farlo perché solo loro sanno quanto cosa l’asilo, la baby sitter e la bolletta del gas) sembrano noiose, banali, perdenti.
    Temo di aver distinto questi messaggi solo perché ora mi trovo dall’altra parte della barricata; solo perché la multa di oggi mi ha portato a dover rinunciare ad acquisti che per una volta tanto volevo non dover fare dai cinesi.
    Ma è così che vanno le cose, e per forza di volontà si scopre che per essere felici non bisogna avere la borsa di Luis Vuitton, ma che basta guardare il tramonto e restare a guardare quante diverse tonalità di lilla si mescolano all’azzurro del cielo. E quello spettacolo è gratis ed è lì, per chi è capace di ammirarlo.

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