Il Ladro di Lao Tzu

“C’era un uomo che aveva perduto del denaro, e pensò che l’avesse rubato il figlio del suo vicino. Egli lo guardava e gli sembrava che il suo portamento fosse quello di un ladro, che la sua espressione fosse quella di un ladro, che tutti i suoi gesti ed i suoi movimenti assomigliassero a quelli di un ladro. Subito dopo egli ritrovò il suo denaro in una  canna da drenaggio di bambù. Guardò ancora il figlio del vicino e né i suoi movimenti né i suoi gesti erano più quelli di un ladro.”  ( Lao Tzu )

Questo racconto si può riassumere con il vecchio adagio: “Si vede solo quel che si vuol vedere”.

Ma la domanda interessante è: cosa si vuol vedere?
Da cosa è pilotato l’errato giudizio? dall’emotività?, dal pregiudizio? o da qualche altro schema mentale?

E’ indubbio che vi sia insito in qualche schema mentale legato al concetto di altro e di società il dover trovare un capro espiatorio. il denaro non può essere rubato e basta. Ci deve essere un ladro. Automaticamente questo ci porta a verificare le persone che ci circondano e usare gli schemi mentali che possediamo per valutare le probaiblità per ciascuno. In questo si inseriscono gli schemi legati al pregiudizio (leggere questo post al riguardo), nonché l’emotività, intesa come attivazione di recettori della realtà alla ricerca di elementi percettivi che ci segnalino comportamenti classificabili.

Ovviamente, come spesso succede, non sono gli schemi mentali che si appoggiano sul tavolo delle percezioni ricevute, ma il contrario. Gli schemi fanno da lente, da filtro alla nostra emotività veicolandola affinché il processo di valutazione raggiunga un risultato statisticamente accettabile e che, soprattutto, soddisfi gli stessi schemi utilizzati. In pratica lo schema genera un domanda viziata per ottenere la risposta che sottolinei il buon funzionamento di quello schema.

Rimane aperta quindi la domanda: quanto possiamo fidarci di noi stessi nel formulare un giudizio?

 

 

 

 


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