Il Denaro

Il passo di Marx che qui riporto è tratto da: “Manoscritti economico-filosofici del 1844”. La traduzione è di Norberto Bobbio.

Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità.

Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro.

Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio.

Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il possederne è bene; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto.

Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti?

Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?”.

Questo di seguito invece è il commento di Fabio Gabrielli, professore di Filosofia e Storia e scrittore di vari saggi:

Nell’età in cui il quantitativo predomina sul qualitativo, il denaro finisce per diventare l’unico erogatore di significati esistenziali, così come già ci ammoniva Marx nell’Ottocento.

Viviamo in un’epoca in cui, forse più di ogni altra, il denaro è diventato l’unico generatore di senso. Infatti, l’avere, inteso come unica grammatica esistenziale, finisce per portare allo smarrimento non solo della valenza etica del bello, ridotto a possesso, lusso, utilità, ma a obliterare anche quel mistero di cui ognuno di noi è portatore, poiché si pensa che, in un mondo fatto solo di cose, tutto sia descrivibile sul piano quantitativo, privo di vitalità, eticamente neutro e riconducibile solo alla quantità di denaro con cui lo si può comprare. In definitiva, con il denaro si arriva a misurare non solo la quantità, ma anche la qualità del mio vivere e del mio essere di fronte agli altri.

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