Perché scrivo in un blog?

Questa è un’interessante domanda che dovrebbe porsi chiunque gestisce un blog.
Se escludiamo chi lo fa come business e cerca di guadagnare da accessi, click e quant’altro o chi ha una passione specifica e crea magari un blog più o meno di nicchia, rimane un folto gruppo di bloggers che semplicemente scrive per il piacere di comunicare, di essere presente in rete, di essere letto, di passare da lettore passivo a editore.
Ci sarebbe da dire che nonostante la spinta iniziale che chi apre un blog normalmente ha, circa il 90% dei blog chiude dopo 2/6 mesi di vita. Perché?

– Esaurite le idee e stimoli iniziali
– Aspettative non raggiunte (soldi, accessi, feedback,soddisfazione personale….)
– Mancanza di argomentazioni, tempo e più generalmente poca voglia di aggiornare

Queste alcune e forse le più probabili cause.
Tuttavia, lungi da me evitare il quesito:

Perché scrivo in un blog?

Lo faccio per mio figlio.
Esistono tanti canali attraverso i quali un genitore esprime modelli di vita e di pensiero, traccia le linee guida educative sulle quali camminerà il proprio pargolo fino a quando deciderà di farle proprie o di modificare quel percorso verso obbiettivi vicini o lontani, comunque propri. O più semplicemente di abbandonarle in toto.
Ebbene io ho deciso di aggiungere questo luogo tra i tanti canali di comunicazione che ho scelto di usare.
Senza che io gli dica alcunchè, un giorno il mio figliolo scoprirà che il suo babbo scrive su internet…e la curiosità lo porterà a leggere queste pagine. Come quando si scopre un vecchio diario in soffitta o i libri letti da giovane in cantina, queste pagine comunicheranno qualcosa.
Uno dei miei lettori mi ha detto che raramente do la mia opinione sugli argomenti che tratto. E quando questa è espressa lo è in maniera relativa, senza nessun intento di dare verità o assiomi assoluti. Questa è proprio la chiave di lettura del mio blog.

Si parla tanto del bello che è nella certezza; sembra che si ignori la bellezza più sottile che è nel dubbio. Credere è molto monotono, il dubbio è profondamente appassionante. Stare all’erta, ecco la vita; essere cullato nella tranquillità, ecco la morte“. [Oscar Wilde]

Ed è proprio questo che vorrei dare un domani a mio figlio: non una serie di dogmi o di “dovresti pensare a questa cosa nei termini che decido io“, tanto vicini a concetti quali l’indottrinamento o il catechismo (politico, religioso, sociale…). Il mio più grande regalo non vuole essere lasciargli delle risposte. Quelle ci sarà già la società, la religione, la tv, gli amici…è pieno di gente che non vede l’ora di darti risposte! No, io voglio lasciargli delle domande. Soprattutto quelle senza risposta, che sono le più belle. Sono quelle che ci fanno scendere dal piedistallo e ci dicono che siamo piccoli piccoli e che il mondo può essere davvero tanto diverso a seconda degli occhiali che metti per guardarlo. Sono le domande che ti spingono a cercarla quella risposta mancante. Che ti fanno riflettere e che, successivamente, ti fanno confrontare con altre persone.

Il dubbio è la sorgente e lo stimolo incessante del sapere: le certezze assolute cadono, paurosamente, nel baratro del dogmatismo ed addormentano la mente generando il pernicioso sonno della ragione“. [Claudio Cavaliere]

La mia scelta è di cercare di sviluppare in mio figlio la capacità di razionalizzare le proprie risposte e porsi in maniera attiva e non passiva ai dictat che gli arriveranno. Io lo so che è molto più piacevole, molto più rassicurante, essere cullato tra le certezze. E so che il genitore che riversa queste certezze sul proprio figlio lo fa come gesto d’amore. “Ti dico cosa è meglio per te. Fidati dei tuoi genitori. Noi scegliamo ovviamente il meglio per te“. Ma io non riesco a non pensare alla bella poesia di Gibran:

 

“I tuoi figli non sono figli tuoi.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore,
ma non le tue idee.
Perche’ loro hanno le proprie idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo,
non alla loro anima.
Perche’ la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
dove a te non e’ dato di entrare,
neppure col sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro
ma non volere che essi somiglino a te.
Perche’ la vita non ritorna indietro,
e non si ferma a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani. “
(Khalil Gibran)

Ed ecco quindi la mia speranza: che un domani mio figlio, leggendo queste pagine si fermi a riflettere e magari cambi idea su qualcosa. Che non è cosa negativa, ma espressione di evoluzione mentale. Sono sicuro di quanto dico? ovviamente no.

Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola. Solo gli imbecilli son sicuri di ciò che dicono.[Voltaire]

 

 

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