Il Deserto dei Tartari

« Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch’io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire. »

(Dino Buzzati in un’intervista premessa all’edizione degli Oscar Mondadori (1966))

Il romanzo segue tutta la vita di Giovanni Drogo, dal momento in cui questo, ventunenne pieno di ambizioni, arriva alla Fortezza Bastiani, sua prima destinazione dopo la recente nomina a tenente.

La Fortezza, ultimo avamposto ai confini settentrionali del regno, domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”, un tempo teatro di rovinose incursioni da parte dei nemici. Tuttavia, da molti anni nessun attacco è più giunto da quel fronte, e la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica, è rimasta solo una costruzione arroccata su una solitaria montagna, di cui molti ignorano finanche l’esistenza.
Dimenticata da tutti, essa continua tuttavia a vivere secondo le norme ferree che regolano gli organismi militari, ed esercita sui suoi abitanti una sorta di malia che impedisce loro di lasciarla. I militari che la abitano sono, infatti, animati e sorretti da un’unica, inconfessata speranza: vedere apparire all’orizzonte, contro le aspettative di tutti, i nemici. Fronteggiarli, combatterli, diventare eroi: sarebbe l’unica via per restituire alla fortezza la sua importanza, per dimostrare il proprio valore e, in ultima analisi, per dare un senso agli anni spesi in quel luogo.

Anche Drogo, che pure si proponeva di rimanere alla Fortezza per pochi mesi, ne rimarrà affascinato, dalle rassicuranti e pigre abitudini che vi scandiscono il tempo, dalla speranza di una futura gloria che lo porterà ad investire i suoi vent’anni, e poi la sua intera vita, in una speranzosa, e infine rassegnata, attesa.

Soprattutto, domina la certezza di non poter più tornare indietro. Sin dalla sua prima licenza, dopo quattro anni di permanenza, Drogo sentirà un senso di estraneità e smarrimento nel ritornare al suo vecchio mondo, ad una casa che non può più dire sua, ad affetti a cui scopre di non saper più parlare.

“Quando torna in città, la vita mondana, dalla quale è stato lontano diversi anni, lo annoia; la sua stessa casa gli appare un’altra casa e sua mamma poco abituata ad averlo attorno. La donna che un tempo forse amava, un’estranea alla quale non è in grado di dire la parola dolce che lei s’aspetterebbe. Gli amici lavorano, si sono sposati, conducono un’esistenza forse ordinaria, monotona, poco originale, eppure definita, sicura o quantomeno poco propizia a suscitare in loro interrogativi sulla vita, sul suo significato: “Straniero, girò per la città, in cerca di vecchi amici, li seppe occupatissimi negli affari, in grandi imprese, nella carriera politica. Gli parlarono di cose serie e importati, stabilimenti, strade ferrate, ospedali. Qualcuno lo invitò a pranzo, qualcuno si era sposato, tutti avevano preso vie diverse e in quattro anno si erano già fatti lontani” (cap. XVIII).” [Giuseppe Barreca]

Giovanni allora comprende che ha perso troppo tempo: è un estraneo rispetto al mondo, perché lui è rimasto fermo mentre il mondo ha continuato, lentamente, la sua corsa.

Nell’attesa della “grande occasione” si consuma la vita di Drogo e dei suoi compagni; su di loro trascorrono, inavvertiti, i mesi, poi gli anni. Drogo vedrà alcuni dei suoi compagni morire, altri lasciare la fortezza ancora giovani o ormai vecchi.

 

Che dire? stupenda la riflessione sul passare della vita di Dino Buzzati. Quel sentimento, quella percezione di costrizione che ci impediscono di fare scelte che ci portino fuori da un binario che pare ineludibile. Guardare al passato e a ciò che potevamo fare ed essere, ma soprattutto sentirci in un presente che per quanto accettabile ci pare senza via di uscita. Il “mal de vivre” direbbe qualcuno. Tutti in attesa dei nostri Tartari appuriamo il passare degli anni. E forse la peggiore delle considerazione che un uomo anziano può fare è l’idea di una vita che poteva essere straordinaria e che si è invece dimostrata assolutamente ordinaria. E per molti, tragicamente mediocre.

 

5 Risposte

  1. concordo. si attanaglia perfettamente a tutti quelli che, per un motivo o per l’altro, conducono una vita lontana dalla routine e dalla nicchia degli affetti familiari e delle attività quotidiane; quelli che, una volta tornati in tale nicchia, non si riconoscono più in ciò che erano (gli amici d’infanzia hanno preso altre strade, i parenti sono “lontani” ed immersi in problemi quotidiani che sembrano banali) ed anelano a tornare nel loro mondo e nella loro “casta di simili ma non uguali”.

  2. Una vita ordinaria non è mai mediocre: è rassicurante per coloro che l’anelano.
    Mediocre è aspettare che i “tartari” giungano a noi.
    Mediocre è aspettare che i sogni si realizzano.
    Cercare, combattere, non arrendersi per realizzare un sogno.. grande o piccolo che sia, è vivere.
    Poco importa se ci impieghi un anno o uno vita, poco importa se non lo raggiungerai mai… se hai vissuto per tutto il tempo per poterlo realizzare.

  3. Io ho percepito tanta amarezza nella storia di Drogo. Ma anche la vita reale, spesso, è amara.
    L’idea di Drogo di tornare alla sua vecchia realtà mi fa pensare ad una sistuazione particolare: ad una persona che ha fatto una scelta e dopo 10 anni gli arriva in testa il dubbio “e se mi fossi comportato diversamente?”.
    Come se uno scapolo a 45 anni si chiedesse come sarebbe stato se, quella volta, invece che dare buca ad una donna, fosse invece andato all’appuntamento. Allora torna a vedere vecchi amici scoprendoli felicemente sposati e con famiglia. Una vita perfetta, così lontana dalla sua… ma lui non vede che anche quelle persone sono in difficoltà, sembrano inquadrate in qualcosa che “deve” essere così, e non percepisce le difficoltà che questi incontrano giorno per giorno, la noia della routine e le solite frasi scambiate in famiglia o con i parenti.
    E’ vero anche il contrario. Un uomo sposato da 10 anni, dopo l’ennesima discussione con la moglie o la pappa data al pupo, potrebbe una sera chiedersi: *E se fossi rimasto single? Ora non avrei lagne da ascoltare, bambini a cui badare…”. E di nuovo cercherebbe di catapultarsi in una realtà che non è più sua. E di nuovo vedrebbe la felicità dello scapolo ma non saprebbe che anche lo scapolo è stanco di cenare con un uovo al tegamino e non avere nessuno con cui commentare i fatti del telegiornale.
    Quel che evidenzia Drogo è che nella vita si fanno scelte, giorno dopo giorno, e ogni tanto queste scelte ci portano verso strade che non avremmo mai immaginato. Così si finisce ad aspettare i tartari, che non arriveranno mai. Come quando si cerca la felicità credendo che arriverà domani, che è solo dietro l’angolo e basta svoltarlo. Poi arriva il dubbio che dietro l’angolo non ci sia proprio nulla, e allora ci si chiede se si è sbagliato qualcosa nella propria vita. E così si guardano gli altri, realtà diverse dovute a diverse scelte. Ma non si è più uno di loro, non si è più come si era 10 anni fa.
    Il trucco, o l’arma vincente, sta nel non paragonarsi alla felicità altrui. Nel non illudersi che qualcuno nella vita può essere felice senza perforrere salite, senza dubitare mai delle proprie azioni.
    E di nuovo nel blog si Uskebasi si torna a ragionare sulla felicità. -__^

  4. […] Dalla sua prima pubblicazione nel 1940 il capolavoro di Dino Buzzati ha stimolato discussioni e riflessioni, resistendo allo scorrere del tempo meglio di quanto abbia fatto la vita del protagonista Giovanni Drogo, invecchiato nella Fortezza Bastiani, ultimo avamposto del Regno, in attesa di una grande occasione mai realmente arrivata, quasi restando fermo nel corso dei decenni, mentre il mondo fuori ha continuato la sua corsa… « Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, … Read More […]

  5. […] questo punto “Un Amore” si ricongiunge, ampliandolo, al concetto espresso nel Deserto dei Tartari dove Giovanni Drogo (ecco la similitudine fra i nomi) alla fine della vita comprende che non c’è […]

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