Generazione Call Center

Prendo spunto dall’ultimo fatto di cronaca sentito per lanciare qualche osservazione sul come e sul dove stia andando a finire il mercato del lavoro.

Sappiamo tutti come “a causa della crisi” le condizioni del lavoro siano peggiorate in maniera drastica negli ultimi 10 anni. Stare qui a parlarne e sottolinearlo sarebbe inutile. Così come è inutile dire che la crisi centri poco e relativamente nei processi che hanno portato a modificare i contratti per mettendo porcate inaudite e le varie sigle sindacali a rimanere in silenzio di fronte allo scempio fatto sui diritti dei lavoratori.

Il fiore all’occhiello di questo sistema bacato, il suo miglior prodotto è il call center. Un luogo dove ragazzi spesso con preparazioni universitarie e potenzialità vengono sfruttati, vessati e privati di qualunque aspettativa di carriera. Il tutto per uno stipendio che spesso rasenta il ridicolo e un rapporto contrattuale che raramente da un minimo di sicurezza.

Ecco il Call Center incriminato:

La “Italcarone” vendeva aspirapolveri tramite telemarketing.
La giornata si apriva sulle note dell’inno di Mameli
e intonando slogan motivazionali.

“Le persone di successo fanno ciò che i falliti non amano fare. Non dimenticare mai chi siamo: i migliori”

Questo un cartello di incitamento sequestrato.
Scattava così la gara a chi concludeva più contratti e piazzava più elettrodomestici. Se una telefonista batteva la fiacca, un frustino era pronto a punirla sulle gambe e se non faceva un certo numero di telefonate non era permesso di andare in bagno.

Per non parlare degli insulti e degli umilianti richiami se non raggiungevi gli obiettivi prestabiliti dai superiori.
L’altro lato della medaglia prevedeva premi irraggiungibili (viaggi in terre esotiche), insignificanti gadget, applausi e attestati di lode per chi perveniva a ottimi risultati.

“Ti stimo tantissimo, non provare mai a deludermi” è uno degli apprezzamenti cartacei requisiti.

Se si falliva l’obiettivo del tetto minimo di vendite, saltava il compenso. Esaurito il loro potenziale di conoscenze (parenti e amici in primis), i venditori con vari pretesti venivano licenziati. Il turnover era serrato e molti dopo qualche mese abbandonavano, stremati dalle anche 14 ore al giorno nella postazione telefonica.

Questi erano delinquenti, tutti d’accordo, ma non pensate che sia un modello isolato. Hanno solo leggermente estremizzato le teorie di vendita e marketing su cui si fanno corsi e su cui si fonda il successo di questi sistemi.

Consiglio come sempre la visione di un filmatino, tratto dal film “Tutta la vita davanti” di Virzì, anch’esso da vedere.

Una Risposta

  1. Ho un paio di conoscenze nel mondo della ricerca universitaria.
    L’ambiente non e’ molto migliore di un call center
    considerando che l’articolo parla di un luogo portato all’eccesso.

    I contratti normalmente sono qualcosa di molto simili al Co-co-co di un tempo, che significa pressoche’ inutilie per pensione e anzianita’.

    Le paghe si aggirano tra le 700 e le 900 euro mensili per un lavoro a tempo pieno (8/10 ore al giorno) il quale
    richiede spesso anche spostamenti; il rimborso spese per i quali non e’ affatto certo.
    E si parla di persone non neolaureate ma che sono nel campo anche da 10 anni.

    I ricercatori molto spesso arrivano a una/due settimane alla scadenza del contratto senza sapere come e quando
    (e SE) sara’ rinnovato.

    E dato che in pratica non hanno alcun diritto, a chi ha provato a lamentarsi e chiedere una cifra maggiore o un orario minore in rapporto alla cifra e’ stato risposto “lo sai quanti ne trovo come te che farebbero i salti per venire qui?”

    Senza contare che il rinnovo del contratto o meno di solito e’ deciso senza alcun criterio o supervisione ufficiale dal
    professore di turno, al quale e’ obbligatorio leccare il deretano ed applaudire anche difronte alle cavolate che dice.

    Ho assistito ad una scena pietosa (io per la mia ditta ero li come ‘cliente’ in quanto richiedevo una consulenza) in cui il prof. ha sparato una serie di cavolate tecnicamente infondate, io ho controbattuto, ed il ricercatore con me muto come un pesce.
    Dopo il battibecco, si e’ sfogato con me della situazione…..

    e pensare che a me sarebbe anche piaciuto rimanere nell’ambiente universitario……

    E poi leggiamo le pubblicazioni delle universita’ americane, e almeno uno su dieci dei firmatari si chiama Giovanni, Paolo, Maria., invece che John , Paul, Mary ecc…. chissa’ perche’ !!

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