The Butterfly Effect

L'attore Ashton Kutcher

Oggi voglio recensire un film che tutto sommato non è un gran prodotto cinematografico. Tuttavia vi sono alcuni aspetti che mi hanno fatto riflettere e che ovviamente ho piacere di condividere con voi. Il film è del 2004, dei registi Eric Bress e J. Mackye Gruber, ed è il classico fanta-thriller di teenagers americani per teenagers americani. Con tutti gli stereotipi che la cultura americana produce (le scene del carcere ne  sono un classico esempio).

La trama è semplice: il protagonista scopre di poter viaggiare nel tempo e di poter cambiare alcuni eventi della sua vita. Ma nel farlo le realtà alternative sono spesso peggiori di quella che ha lasciato. L’effetto farfalla è infatti quello che prevede che un battito d’ali in un luogo crei un uragano in un altro. Allo stesso modo, il protagonista non può prevedere quali saranno le conseguenze future dei suoi cambiamenti. Attenzione: da qui in poi ci potranno essere spoilers (ovvero parlerò del finale), quindi se volete vederlo e non volete rovinarvi la sorpresa smettete di leggere e ci rivediamo dopo la visione!

Ciò che mi ha colpito del film è la profonda riflessione esistenziale che i due registi hanno celato nella loro opera:
Emerge in maniera netta e definitiva la visione sull’esistenza umana, segnata irrimediabilmente dal male e dall’assenza di giustizia divina. Il potere, di cui dispone il protagonista,  gli permette di sperimentare e verificare, innanzitutto, come la natura di ogni soggetto cambi a seconda delle esperienze che si sono accumulate nel corso della vita. Viene così meno qualsiasi possibilità di giudicare a priori un individuo, essendo il comportamento di questi la risultante di una fitta serie di eventi-variabili che ne determinano l’agire esautorando la capacità volitiva.

Capitolo a parte merita un riflessione sul finale.
Questo è infatti  il classico “happy ending” con leggero retrogusto amaro: tutti felici e contenti, grazie al sacrificio del protagonista che rinuncia all’amore della sua bella che pare proprio un ineludibile generatore di cause negative della vita di amici e parenti. Molto commerciale.
Ma ho scoperto che esiste un finale alternativo nella versione director’s cut (e che è possibile trovare su youtube): Il protagonista vede come unica soluzione la propria morte e torna indietro nel tempo al momento della sua nascita suicidandosi, ancora nel ventre materno, strozzandosi con il cordone ombelicale.

I registi gettano così una luce su un punto focale: e cioè quello dell’impossibilità di trovare una soluzione al dolore che comporta il vivere. Il male è parte integrante della storia e della vita, per cui non v’è possibilità di estinguerlo, come dimostrano i ripetuti falliti tentativi del protagonista della vicenda. Il male persiste in tutte le realtà alternative. Esso non perisce, ma si limita a spostarsi da situazione a situazione, da soggetto a soggetto: non si crea nè si distrugge, assume soltanto forme diverse e non determinabili a priori.
E l’unico modo per non subirlo e per dare scacco ad esso è , in buona pace di Ingmar Bergman, “non giocare la partita della vita”.
Paradossalmente il non esistere come risoluzione all’esistere.

Un finale duro, per certi versi inaccettabile e per questo tagliato in favore di un ending meno pesante e più “spendibile”.

3 Risposte

  1. Precipitare senza sapere, verso la fine senza cadere

    Sono le 3e30 e sono tornata da poco…qui nevica, cioè qui no, ma fuori sì…è una precisazione banale forse, ma ha generato in me una mezz’ora buona di pensieri come sulle montagne russe…

    Cos’è la neve se non pioggia fredda, pioggia gelata, pioggia bianca e leggera… leggerissima?
    Non cade verso il basso, non segue la linea della sua fine, ti viene incontro, così leggera eppure così fitta, così minacciosa…
    vista dalla finestra è delicata, scende lenta e crea uno strano silenzio tutt’intorno a sé…eppure se ti ci trovi in mezzo è un vortice, fa venire le vertigini e così magari, invece di concentrarti sulla strada come dovresti, ti perdi con lo sguardo nelle file violente di fiocchi leggeri, che sanno che una volta a terra saranno poco più che acqua sporca o forse lo ignorano,o forse lo sanno fin troppo bene…scendono con delicatezza o con violenza, cercando di essere perfetti, mentre precipitano, perfetti ed ipnotici, come volessero fermare il mondo solo per loro, per quegli attimi che gli sono concessi.

    La differenza dipende dalla distanza. Quanto bisogna stare lontani dal fuoco perchè riscaldi e non bruci? quanto immersi in una bufera di neve per sentirla viva?
    Sembra facile: qualche punto di riferimento, un mucchietto di obiettivi, e un metro a portata di mano per misurare il mondo…dovrebbe bastare, no?
    E invece non basta! Non basta niente, non basta mai!
    Arriverà il momento in cui ci si chiederà cosa c’è oltre e ci si allontanerà in esplorazione dell’ignoto…è successo a tutti, dài!
    Ad Ulisse con le colonne, ad Adamo ed Eva con la mela, ai grandi filosofi del passato, agli scienziati, ai luminari, succedeva anche nella pubblicità del kinder ai 5 cereali…addirittura gli adolescenti felici, nel loro mondo perfetto, si chiedevano cosa ci fosse dietro, solo al protagonista di The Truman show non era mai nemmeno balenato per la mente il pensiero del “dopo” , dell’ “oltre”….povero fesso! Eppure viveva bene!

    Un pò mi consolo e un pò mi dispero…fa parte della condizione umana, non accettare i limiti, desiderare ciò che non si ha, disperarsi e provare dolore per cose che non si conoscono e che potenzialmente, potrebbero anche non essere così perfette come le abbiamo idealizzate…immaginare una felicità che non si ha perchè chissà dove ci si aspetta di trovarla…sperando in un cartello segnaletico ben evidente che ci dia la certezza assoluta che sia lì , proprio lì…che sia così, che sia l’assoluto, all’apogeo della realizzazione di sè…e se ci arrivassimo?
    Ci accontenteremmo o crederemmo che una condizione così accessibile non possa essere il fine ultimo, ci sarà di certo qualcosa dopo!
    E per fortuna che non riusciamo ad ottenere tutto ciò che desideriamo, chissà a quale velocità bruceremmo tutte le illusioni, le speranze, i sogni…chissà quanto saremmo più depressi!

    Non so, sono sempre più convinta che farsi delle domande, non faccia altro che nebulizzare le certezze nell’aria, una specie di partenogenesi inversa, dove invece di creare qualcosa dall’unione di più pensieri, non si fa altro che suddividerli in parti sempre più piccole, sempre più scomposte, sempre più volatili e alla fine si distrugge quella flebile stabilità che si aveva, prima di credere di poter raggiungere l’equilibrio assoluto.

    Non c’è giusto o sbagliato, c’è quello che ci fa stare bene e quello che no, poi ognuno fa i conti con se stesso…
    Ci sono persone che stanno bene quando riescono a far star bene qualcun’altro…e poi ci sono quelle che prendono dagli altri per stare bene e non si pongono nemmeno domande sul come o perché…è una propensione naturale, non si può decidere! C’è chi nasce cubo e chi nasce sfera, chi sa fermarsi e chi rotola senza fine…
    Quando si è cubi e si costruisce la propria felicità sul lato di una sfera, si deve mettere in conto che possa rotolare lontano…distruggendo tutto…con chi te la prendi? Lo sapevi anche prima! E’ la sua natura…

    Chissà se esiste una formula magica per vivere, forse vivere è il solo modo per farlo, senza troppe domande, senza spiegazioni, senza cercare di vedere sempre oltre i confini di quello che succede. Il destino, il fato, la superstizione e le premonizioni, sono dentro la nostra testa, mentre fuori ci sono le bollette da pagare, le code da fare alla posta, la sveglia alla mattina, gli sguardi supponenti degli altri…che come noi cercano, guardano, vivono e come noi pagano le bollette e fanno la pipì…

    Ad ogni modo, vivere è difficile, e perdersi nella perfezione sperata di un disegno divino, è fin troppo facile quando ti trovi in una bufera di neve e ti emoziona…
    come direbbe un tormentato cantautore (non a caso) meglio di me…tu l’hai mai visto il polline volare in mezzo agli alberi? Lui sa dove andrà…e io invece no, no no!
    Eppure siamo anche noi parte della natura…dovremmo sapere cosa fare, dove andare…ma forse essere felici non è il vero scopo dell’esistenza…bhò!

    Non ci resta che sorridere ogni giorno un po’ e sperare di continuare a farlo, per quello che abbiamo.
    Una volta ho letto una frase molto divertente:
    “Sperare che il mondo ti tratti bene perché sei una brava persona è come pensare che un toro non ti attaccherà solo perché sei vegetariano…
    mi ha fatto sorridere, ma continuo a voler essere una brava persona.
    Sono una brutta persona?!

  2. so che non è proprio calzante… ..ma è tutto il giorno che penso ad una cosa.

    Se la materia c’è già tutta…tutta quanta dal bigbeng in poi…allora la tanto fumettistica (per noi occidentali) idea della reincarnazione, è in realtà (certo in un modo un po’ immaginifico) la visione della vita e del suo continuare, che più si avvicina al mondo del reale. Certo non è che una capra muoia e diventi, lei tutta intera, un divo di holliwood…però è vero che in ognuno di noi ci sono elettroni ed altre particelle – poco importa il loro nome – che sono state capre, Archimede, foglie, pesci, donne, uomini, sassi… …e che forse sia proprio la “memoria” di questo mix così unico ed irripetibile che fa si che ognuno di noi abbia un diverso modo di intendere e vivere il mondo….vogliamo chiamarla anima? …so che è un ragionamento un po’ newage e semplicistico, ma oggi mi frulla nella testa e mi diverte.
    Pensate ai nostri gusti, alle nostre paure, ai nostri talenti, alle predisposizioni, a ciò che ci rallegra…. …che tutto sia legato alla memoria che rimane nelle parti che ci compongono, cioè alla memoria (traccia) rimasta negli elementi che prima che essere nostre particelle costituiveno altri organismi…. ognuno di noi come una specie di ricetta complicatissima e unica costituita da un numero elevatissimo di componenti che ne generano un gusto unico… ahhhhh!…è per quello che poi ognuno di noi è portato ad assaporare gli altri.. ..vi giuro non ho iniziato a fumare!

  3. Caro Max, cercando di trattare la tua idea con dignità scientifica (la tua è solo un’intuizione al momento), posso dirti che da ciò che so io non esiste alcune teoria/prova/osservazione scientifica che faccia supporre che vi sia una qualche memoria nelle partcielle che compongono la nostra realtà. Ovviamente c’è da aggiungere che probabilmente non conosciamo ancora tutte le partcielle esistenti…

    Ben più interessante, invece, come ipotizzato dalla fisica quantistica, è la proprietà dell'”entanglement”, ovvero che le particelle abbiano interrelazioni istantanee.
    Leggi questa intervista ad Auletta, abbastanza comprensibile anche a chi non è del mestiere.
    http://www.unigre.it/cssf/comuni/MassMedia/Bergamo%20Scienza.pdf

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